Il sonno della provincia genera arte. Intervista a Sabrina Oppo


I giardini di mia madre di Sabrina Oppo

Un anno fa andammo all’Agorà multimediale di Ghilarza a vedere la mostra conclusiva del laboratorio fotografico “Reportage sociale sul territorio di Ghilarza”, un evento che stava ottenendo una buona partecipazione e stava avendo un forte impatto emotivo sulla comunità.
Le fotografie esposte rappresentavano le persone nella quotidianità della casa e del lavoro, ritraendone la figura intera o cogliendone un particolare. Solo uno degli artisti aveva fatto una scelta diversa: non aveva fotografato persone ma oggetti. Eppure ai nostri occhi arrivava la presenza di chi quegli oggetti li aveva avuti, usati e consumati. La potenza evocativa di queste immagini ci folgorò con la sua capacità di rimandare ad un altrove sconosciuto eppure familiare.
L’artista era Sabrina Oppo e la selezione delle sue opere si intitolava “Over”.
Sabrina vive a Boroneddu, piccolo centro della provincia di Oristano. Qui ha il suo laboratorio e da qui parte per intraprendere esperienze artistiche in Italia e all’estero.
Nel 2006 si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari e lì nel 2009 si specializza in Arti visive e discipline dello spettacolo. Vincitrice di vari premi tra cui il Premio Pagine Bianche d’Autore per la Regione Sardegna nel 2007, è impegnata in mostre personali e collettive.

1. Come nasce la passione per l’arte?
Credo che la mia passione per l’arte sia nata con me. Quando ero bambina la casa dei miei genitori era piena dei miei disegni su tutti i muri: peccato che li abbiano cancellati. Disegnavo tanto, come la maggior parte dei bambini, credo. Crescendo ho continuato a farlo appassionandomi sempre di più, decidendo di orientare verso l’arte la mia formazione. Con gli studi superiori e accademici questa passione è diventata sempre di più parte essenziale della mia esistenza: è necessaria.

2. Quali sono stati i primi materiali con i quali hai lavorato?
I primi materiali, come dicevo, sono state le matite, i pastelli, le penne, con i quali disegnavo sulle pareti di casa. Poi ho iniziato a sperimentare varie tecniche e materiali. Continuo a disegnare e dipingere, ma nei miei lavori ho avuto spesso l’esigenza di sperimentare altro: materiali naturali, fotografia, video, assemblaggio di oggetti di recupero e installazioni. In particolare subisco il fascino delle “cose” che hanno una certa età, un vissuto, perché i segni su un oggetto raccontano qualcosa di lui.

3. Che peso e che valore hanno gli incontri e gli scambi per chi fa arte?
Sono una parte essenziale del percorso di un artista, è necessario avere costantemente dei confronti con altre realtà. Il contesto in cui vivo attualmente non favorisce gli scambi. Purtroppo dopo aver finito gli studi ci si rende conto, soprattutto in Sardegna, che l’arte fuori dalle accademie o da piccolissimi e ristrettissimi ambienti, non trova spazio. Questa è una cosa che mi rattrista parecchio. L’Italia in generale ha perso l’interesse per l’arte in tutte le sue forme. Eppure ancora oggi vive di rendita, grazie all’arte romana e all’arte del Quattrocento. Gli scambi con artisti di altre discipline, parlo di poeti, architetti, musicisti, attori, sono molto importanti e ci aiutano ad aprire la nostra mente, ad affrontare e condividere temi e problematiche, per rendere la cultura di nuovo presente nella nostra vita. Ormai siamo circondati dal brutto.

4. Quali sono i tuoi artisti di riferimento?
Sono tanti. Mi capita di innamorarmi di qualcuno, ma poi gli amori passano, anche se fanno sempre parte di te, in un certo senso diventano te, ciò che sei nel presente. Da un po’ di tempo sono affascinata dall’arte orientale. Guardo con interesse il lavoro di Chen Wei, un giovane fotografo cinese, inoltre sto leggendo libri di scrittori giapponesi che mi affascinano particolarmente, penso che questo si rispecchi negli ultimi lavori come “Over”.

5. Nelle tue opere c’è spesso “un dentro e un fuori”, come suggeriscono le fotografie di “Over”. Ci racconti come hai vissuto e vivi le esperienze di lavoro in Sardegna e altrove?
Si, dentro e fuori, visibile e non. In “Over” in particolare cerco di raccontare qualcosa attraverso degli oggetti, negli scatti mi spingo ad osservare ciò che spesso viene visto ma non guardato. Il soffermarsi su un dettaglio lo rende protagonista e racconta tutto quello che c’è intorno anche se invisibile. Le esperienze in Sardegna sono sempre state interessanti, ma il mio sogno sarebbe un clima culturale e artistico molto più vivace e che abbia uno stretto contatto con il mondo. Altrove le esperienze sono state coinvolgenti. Lo spostamento implica un cambiamento e le opere nascono anche durante il viaggio.

6. Entriamo nello specifico delle tue opere. Abbiamo notato che spesso gli oggetti evocano persone che non sono rappresentate direttamente, sono quasi le loro tracce. Che significato ha per te investire gli oggetti di potenzialità espressiva?
Questo lavoro in particolare (Over, ndr) è composto da fotogrammi essenziali e concentrati, privi della presenza invadente dell’autore. Anzi, privi di qualsiasi presenza che non sia quella di oggetti apparentemente dimenticati. Questi oggetti sono la registrazione della dominante del tempo. Dell’uomo resta solo una traccia, un’eco sfumata. Gli oggetti che ci appartengono sono impregnati di noi, della nostra esistenza e della nostra quotidianità. Questi oggetti invecchiando raggiungono un’eleganza suprema data dal nostro viverli. Così racconto le persone attraverso i segni e le tracce che hanno lasciato su di me. Nel lavoro “I giardini di mia madre” racconto lei, attraverso i fiori di cui era colmo il giardino di casa e attraverso un abito che confezionò per me quando ero bambina. Anche in questo caso è un suo ritratto fatto attraverso i segni e i ricordi che ha lasciato in me.

7. In cosa ti vedremo impegnata in futuro?
Ho appena partecipato a un workshop molto interessante sulle architetture naturali. Ora sto lavorando ad una tela di grandi dimensioni. Tra qualche giorno mi sposterò nel sud Sardegna dove sono stata selezionata per partecipare a “Le Ville Matte 2013”, una residenza d’artista di un mese che si terrà a Villasor con artisti internazionali. Ognuno dovrà realizzare opere a partire dal concetto dell’utilizzo della terra cruda nell’architettura abitativa del territorio. Sono felice che questo avvenga in Sardegna e soprattutto trovo molto stimolante il fatto che siano tanti gli artisti internazionali invitati (siamo solo due italiani), perché, come dicevo prima, ritengo fondamentale creare scambi interculturali. In Sardegna c’è molto da fare su questo fronte e questa è un’ottima occasione che si ripete da tre anni. Sono molto felice di partecipare a questa Residenza.

Paola Flore
Daniela Boeddu

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