NERO DI SIRIA


In questa mattina, con un flebile sole alla finestra e il primo chiacchierìo della gente sottocasa, mi sveglio pensando alla storia. Al Tigri, all’Eufrate, ai Sumeri.

Quando la mia possente maestra delle scuole elementari cercava di farmi capire il peso e l’importanza di certe regioni del Vicinio Oriente, non la capivo.

Rimanevo incantata dai tramonti che il sussidiario inseriva nella pagina accanto alla cartina della Mesopotamia. Certo non mi rendevo conto del filo d’acqua maestoso che collega Turchia, Siria e Iraq e quali legami ci fossero tra le dinastie che vi navigavano sopra e che oggi hanno il potere di far sussultare il mondo.

Storie di origini antichissime che si snodano in trattati, accordi e risoluzioni da centinaia di anni, ma che bussano alla porta di casa nostra, per molti, solo oggi.

In questa mattina penso che non c’è stata ancora nessuna manifestazione pubblica, al di là di quella di piazza San Pietro, ma magari un po’ più laica, forte e rumorosa da parte degli italiani, per porre fine alla tragedia delle morti nel Vicino Oriente. Manifestae il nostro “disappunto”.

I nostri cuori sussultano e sperano egoisticamente che Barak non lanci l’attacco e che Bashar non risponda.
Questo è l’interessante per noi interessa
ti. Ammettiamolo.

Se la Guerra entrasse in Patria allora si che ci strapperemo i vestiti, urleremo nelle vie di Paese, come quando una madre vede morire suo figlio, o un figlio vede morire sua madre. Allora corri e chiami aiuto e urli pietà: “Voi, potenti, FATE QUALCOSA!”

L’oftalmologo di 1m e 90cm, ora più conosciuto a Londra di quando si specializzò, prima di buttarsi in politica e succedere al Generale papà, Hafiz Al Asad, lo conosciamo davvero? Sappiamo che appartenenza religiosa ha? Quali sono i suoi legami, quali i suoi intenti?

C’è una tale confusione nell’ informazione, in chi la fa, in chi non la vuol leggere, in chi non la sa interpretare, e tanta voglia di rifuggirla, per uscirne indenni. Ribelli armati dalla Russia, dall’America, fratelli musulmani indisposti contro il sistema dittatoriale, sciiti alawiti, mogli sunnite. Tutto troppo complesso per noi che ci rifugiamo nelle nostre villette a schiera di Jesolo e Forte dei Marmi o dentro alle tragedie scatenate dal buio economico, e d’istinto cambiamo canale o scartiamo giornali dalle macabre immagini.

Eppure, se fossimo un po’ meno impauriti, ricci di strada appallottolati al primo raggio di luce troppo insidioso, e uscissimo dall’ individualismo volutamente inconscio, almeno riempiremo i nostri comuni di messaggi contro la violenza, popoleremo le piazze, cammineremo sulle strade esternando chiari messaggi in onore delle migliaia di persone che già non ci sono più e di quelle che verranno. Per parlare al Presidente. A quello non eletto, a quello festeggiato per il suo ultimo compleanno, come il Leone, condottiero signore degli uomini. Ancor prima di preoccuparci di cosa farà l’America o la Cina con la Russia.

Facciamolo, non solo perché abbiamo paura che un attacco nucleare cancelli anche noi dalla faccia della terra. Facciamolo perché quei corpi potrebbero essere il nostro, del nostro amante, compagno, amico di infanzia.

La forza della parola e delle genti che parlano all’ unisono è più forte ancora di qualsiasi attacco militare intelligente e forzato.

Usiamo il megafono alla massima potenza per parlare di IMU e nuove tasse comunali, di referendum e magistratura, mafia e disoccupazione, tutti temi importanti e discutibili per noi italiani, ma anche il resto della politica internazionale ci tocca da vicino, l’Italia, grande Signora del Mediterraneo.

Non facciamo come alle elementari, quando non ci entusiasmava ascoltare la maestra che tentava disperatamente di portare la nostra attenzione su geografia e storia, senza successo.

Siamo cresciuti, abbiamo l’esperienza per capire che tutto ha un legame e i contatti avvengono per mezzo degli input che abbiamo il dovere di dare anche come singoli.

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