Il pregiudizio di Game of Thrones


Se avessi tempo scriverei su Game of Thrones. Di come questa serie anglosassone sia stata capace di distillare in una miscela sublime i luoghi comuni settecenteschi, i pregiudizi eurocentrici dell’Ottocento e il politically correct fermentato nelle nostre repubbliche post-belliche.
Una narrazione potente che sospende il respiro, anche perché gioca sull’alchimia strepitosa tra bellezza e ferocia, tra luce e ombra, tra amore e orrore.

Dalle tenebre avvilenti di una pace senza eroi emerge da subito un Sud ocra, selvaggio e dispotico, dominato da tiranni feroci al di sotto dei quali formicola un popolo di schiavi, ridotti a condizione subumana. Una settentrionale dalla pelle bianchissima e accecante li conquista liberandoli e li libera conquistandoli. È un occidente biondo e seducente che conosce bene la lezione giusnaturalista inglese: lei non dà libertà ma si limita a riconoscerla. Così gli schiavi si trasformano in sudditi, e con la straniera madre dei draghi dalla pelle bianchissima, marciano in armi verso nord.

A governare i Sette regni settentrionali sono invece gli intrighi di una famiglia che veste il rosso dei patrizi e usa la finezza politico-diplomatica dei grandi imperatori romani. Un potere immenso e fragile, fondato sul danaro e sull’intrigo, minacciato dalle corone del Nord.

Guardali questi monarchi e questi soldati che calano da settentrione. Loro e la loro terra indossano tutti i luoghi comuni e i cliché con cui l’antica Roma imperiale disegnava il profilo del suo settentrione, per poi riderne. Il nord è grigio, ostile, selvaggio. Ma diversamente dal Sud è libero, germanico, regolato da usi e costumi invece che da leggi scritte. Barbaro, ma sdegnoso di dominazioni straniere, fedele ma capace di vendicare con la ferocia delle bestie ogni offesa subita.

Questo Nord mitologico, sospeso a metà tra la saga vichinga e la favola teutonica, è a sua volta minacciato da una natura immensa, che scalpita alle sue spalle, a nord del nord, dove luce e ombra vivono mescolate e nascondono appena il mondo dei morti che vivono.

Game of Thrones è un trionfo di chiaroscuri allucinati, una straordinaria cartina di tornasole delle sensibilità e dei filtri ideologici (un tempo elitari e oggi tremendamente popolari) con i quali l’Occidente guarda a se stesso e al mondo. Istinti costruiti da secoli di propaganda nazionalista sui quali oggi fermentano narrazioni cinematografiche, romanzi e progetti politici fascinosi e vividi, che brillano della stessa luce accecante dei pregiudizi.


2 thoughts on “Il pregiudizio di Game of Thrones

  1. Interessante questo articolo , pieno di luci e ombre sfumate, pieno di ammirazione per la serie e il talento narrativo di Martin e di bordate ideologiche, sul sostrato ideologico che le ha partorite, più o meno facilmente riconoscibile nei modelli proposti.
    Insomma Sig. Salice, lei consiglia la visione o no?

  2. Gentile sig. Storti,
    Non ho capito se nel suo commento lei attribuisce le “bordate ideologiche”a quello che scrivo io o no. Mi dica, perché in caso mi interesserebbe capire quali sono.
    Per rispondere alla sua domanda le dico che ho trovato questa serie coinvolgente, a tratti perfino intensa. Mi sembrano buoni motivi per darle una possibilità. Anche a rischio di farsi risucchiare da tutti i luoghi comuni e i topos narrativi che la tempestano.

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