Guardereste un reality oncologico?


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Se vi dicessero che i reality show non fanno più abbastanza audience e che bisogna andare oltre, che la morbosità dello spettatore va eccitata e alimentata con più orrore, più tristezza, più “casi umani”, accettereste di guardare un reality show che vi mostri le storie dei malati di cancro? Che vada dentro casa loro con le telecamere quando sentono i primi sintomi, che li inquadri mentre il medico dà loro la diagnosi, che conti i capelli che la chemioterapia fa cadere dalle loro teste? Ci aggiungereste, che so, un Emanuele Filiberto che va a trovarli in ospedale, conforta i parenti, e racconta ai telespettatori i suoi sentimenti di pietà e solidarietà nei confronti di queste persone, e come la loro storia l’abbia toccato nel profondo? Pensereste forse che un’idea del genere oltrepassi ogni limite di decenza sfruttando la sofferenza e la vulnerabilità di persone che hanno bisogno di aiuto e non hanno voce?
Ho voluto esagerare con il paragone, ma più o meno l’effetto che io e i miei colleghi abbiamo a leggere le notizie su The Mission è lo stesso. Una di quelle cose che ti fanno stringere i denti per l’orrore.

La notizia è ancora piuttosto vaga, ma la RAI avrebbe l’intenzione di mandare in onda a novembre un reality show “umanitario” ambientato nei campi di rifugiati e con la partecipazione di alcuni VIP italiani. Alcuni nomi iniziano a circolare: Albano, Paola Barale, Emanuele Filiberto, Barbara De Rossi. La trasmissione ha il patrocinio della sezione italiana dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dell’ONG Intersos. Poco si sa su come la trasmissione si svolgerà, ma l’UNHCR assicura che le troupe televisive saranno seguite passo dopo passo durante le riprese, che si racconteranno le storie solo dei rifugiati/sfollati che hanno dato il loro consenso, che non ci sarà nessuno sfruttamento del dolore. Speriamo.
Non voglio mettere qui in discussione la buona fede di nessuno. Voglio dare per scontato che tutti quelli che stanno riflettendo a questo programma lo facciano con le migliori intenzioni. Ma alcune considerazioni mi vengono spontanee, e scusate in anticipo se mi dilungo.

  1. Il rischio, se non dello sfruttamento, almeno della spettacolarizzazione del dolore è inevitabile. Una parte ancora consistente del giornalismo (e dico giornalismo, non reality show) insiste nel presentare immagini di povertà, decadenza, dolore, guerra dai paesi in via di sviluppo e farne l’unico centro di storie che in realtà sono molto più complesse e articolate, ed eliminando le moltissime iniziative e situazioni positive che si ritrovano inevitabilmente in tutti questi luoghi (non fanno audience). Un reality show “umanitario” non potrà fare a meno di concentrarsi sul dolore, di raccontare le storie terribili che hanno spinto i rifugiati/sfollati a scappare dalle loro case e sarà facile dimenticare tutto il resto. La tentazione del voyeurismo in nome dell’audience e della storia d’effetto è forte per i giornalisti, forse inevitabile quando si tratta di un reality show. Ma quelle sono persone vere, non uomini di spettacolo.
  2. Il rischio dell’esagerazione del dolore. E vero, nei campi di rifugiati e sfollati ci sono persone che hanno alle spalle delle storie di sofferenza inimmaginabili. E vero, la maggior parte di loro vive in condizioni meno che dignitose, in capanne, prefabbricati, tende e costruzioni di fortuna, piccole e insufficienti alle loro famiglie. Ma in questa situazione, la gran parte di loro cerca di vivere una vita normale, di ritagliarsi una fetta di privacy in un posto in cui i muri non esistono, di avere una casa pulita e dignitosa, di lavorare e guadagnarsi da vivere ogni volta che le complicate regole che governano il mondo dei rifugiati glielo permettono. Nei campi di rifugiati non c’è solo dolore e disperazione, ci sono scuole e ambulatori, si nasce, si muore, si prega, si vive. Soprattutto, si mantiene la propria dignità. Riuscirà la RAI a raccontare questo e non solo la malnutrizione, le malattie e la sofferenza?
  3. Lo stereotipo del “white in a shiny armour”. La grandissima maggioranza del lavoro umanitario e di sviluppo, anche nelle organizzazioni internazionali, è fatta da impiegati locali. Gli stranieri, gli occidentali sono una netta minoranza. Riuscirà la RAI ad evitare di presentare solo le storie dei cooperanti italiani che ci sono familiari, che parlano la lingua dei telespettatori, che vengono da Forlimpopoli e da San Giovanni Rotondo e di cui si può intervistare la mamma e la compagna di classe in studio? Si riuscirà ad evitare di presentare solo loro come degli eroi invincibili, moderni pazzi, martiri e Madri Terese, invece che come dei professionisti che svolgono il lavoro che hanno scelto? Nemmeno il New York Times ci riesce, chissà un reality show.
  4. Il “volonturismo”. L’aiuto allo sviluppo è, o dovrebbe, essere fatto da professionisti. I sistemi e le regole che lo governano sono estremamente complessi, lavorare bene richiede anni e anni di esperienza e moltissime conoscenze tecniche. Molti invece sono convinti che basti un po’ di buona volontà e di amore per l’umanità per “ridare il sorriso a un bimbo”. E invece ci vuole competenza e soprattutto un impegno professionale, sostenuto e duraturo, nel tempo. Giocare coi bambini di un orfanotrofio per un mese, “aiutare” in un campo profughi per una settimana (facendo cosa, esattamente?), a meno che non si abbia una capacità specifica e un progetto preciso, aiuta più il volontario che i beneficiari o l’organizzazione che li sostiene. I soldi spesi anche solo per arrivare nel posto in cui si farà volontariato sono uno spreco di risorse che, se date all’organizzazione che gestisce il campo, potrebbero essere usate per coprire i costi dei programmi di assistenza. Un biglietto per andare in Sudan o in Cambogia a giocare coi bambini può pagare la formazione e lo stipendio di un’assistente pedagogista locale per diversi mesi. Scavare latrine, costruire ambulatori, distribuire cibo e vaccini sono cose che possono essere fatte in loco a costi inferiori. Figuriamoci cantare. Il volonturismo si concentra più sul volontario, sul suo appagamento nell’aiutare i bisognosi, che sui risultati che il volontario ottiene. Se il volontario è un VIP in un reality show, su chi pensiamo che la trasmissione si incentrerà? In una dichiarazione, Albano ha già parlato dei rischi legati alla trasmissione. Immagino parlasse dell’insicurezza, della malaria e di tutte le malattie che può prendere laggiù. Malattie e pericoli ai quali i rifugiati e chi lavora con loro sono esposti tutti i giorni, tutto l’anno, per anni. Parlava dei rischi per se stesso, per capirci. Dobbiamo commuoverci?
  5. Uno spettacolo televisivo costa molti soldi. Moltissimi soldi. Una montagna di soldi se vista da chi vive con qualche dollaro al giorno come molti rifugiati fanno. Siamo sicuri che il reality sia il migliore uso possibile di questi soldi per i rifugiati/sfollati? Siamo sicuri che chi ci guadagna siano i rifugiati e non i protagonisti del reality? E se invece li mettessimo tutti insieme questi soldi, quelli per gli autori, i produttori, gli sceneggiatori, truccatori, il cachet dei VIP, i viaggi, gli alberghi, i soldi guadagnati con la pubblicità durante la trasmissione, i soldi delle interviste che i VIP rilasceranno ai giornali, quelli delle foto, quelli che si attendono dalle donazioni dei telespettatori…tutti in un enorme salvadanaio. E poi li diamo a Intersos che li userà per i profughi. Per fare qualcosa che loro vogliano e richiedano, che migliori le loro condizioni di vita e le loro prospettive per il futuro. L’assistenza umanitaria non va imposta ai beneficiari ma decisa con loro, tenendo conto dei loro bisogni e cercando sempre di fare l’uso migliore delle risorse a disposizione. È questo l’uso migliore? Siamo sicuri che, se chiedessimo la loro opinione, gli sfollati e i profughi sudanesi sceglierebbero di sentire Albano cantare e stringere la mano a Paola Barale, in favore di telecamera? La RAI ci presenterà un rapporto finale, come fanno le ONG con i donatori, per dimostrare che le donazioni fatte durante la trasmissione hanno superato le spese? E se non le superano, che si fa? Si dice: “pazienza, abbiamo appena buttato via una montagna di soldi che potevamo usare per i profughi”?

Non credo tanto nelle petizioni online, ma ce ne sono in giro una su Change.org e una su Activism.com che chiedono alla RAI di fermare la produzione.

P.S.: Ero pronta a pubblicare quando ho visto una testimonianza di Cucuzza in persona che conferma e va oltre i miei peggiori dubbi, e un articolo che mi fa sperare che qualcuno fermi la macchina prima che sia troppo tardi. 

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