Another brick in the wall. Donna senza prole finché pensione non ci separi


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Sarà l’età che avanza, donna dal corpo forte e ancora giovane, saranno gli articoli che leggo e i racconti delle amiche e colleghe, le reazioni su web e i post sui social-networks, il mio vecchio bazzicare nei reparti materno-infantili, ma la questione maternità e diritti mi incuriosisce e mi preoccupa allo stesso modo, di questi tempi. Dopo anni di lavoro all’estero, al mio rientro in Italia, arriva la proposta professionale e nostrana anche per me.

Quando mi accomodo sulla poltroncina dell’azienda, dentro una piccola stanza munita di computer, scrivanie, armadietti e coordinatore addetto alla mia assunzione, rispondo alle prime domande di routine, per completare la nostra conoscenza.

“Cosa sa fare, è sposata, ha già dei figli?”

Pur abituata a rispondere a colloqui di lavoro per diversi profili e sedi poco comuni, rimango di stucco nel sentire che 2 su 3 domande d’interesse per l’azienda riguardano la mia sfera privata. Sento un’invasione abusiva in un campo dove sono abituata a giocare da sola col mio compagno e rispondo frettolosamente al quesito inquisitore.

Finito il colloquio e conservati i primi consigli, ammonimenti e auguri di una lunga e proficua collaborazione faccio il cammino verso casa, a ritroso, e rifletto sulla prima giornata di servizio. A pensarci bene tutto quello che è successo negli ultimi 18 anni, gli approfondimenti accademici, i tirocini e le esperienze professionali non hanno riscosso tanto successo quanto il fatto che fossi sposata da anni e non avessi figli.

Grande speranza dell’azienda che io mi confermi una professionista di qualità, non crei problemi, e – soprattutto- conservi il mio stato di donna senza prole sinché pensione non ci separi!

Effetto: sentirsi scippata di tutti i meriti, fatiche e conquiste vanificate da una posizione familiare in divenire, che, dovesse evolversi, potrebbe potenzialmente  portare a uno stato di colpa.

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Conosciamo bene le statistiche sull’incremento demografico nel nostro Paese degli ultimi anni. 546.607 i nuovi nati iscritti in anagrafe nel 2011. Circa 15mila bambini in meno rispetto al 2010. Se non consideriamo gli stranieri, i genitori italiani hanno messo al mondo circa 40mila bambini in meno rispetto al 2008 (fonti ISTAT 2011).

Sono le stesse ricerche finanziate dal Governo italiano che ce lo dicono, allarmiste e preoccupate. Principalmente, diciamolo, perché i figli che non arrivano oggi, saranno i giovani che non lavoreranno tra 20, 30, 40 anni per pagare le pensione di un esercito di anziani sempre più longevi e forzuti.

Ma se il governo si preoccupa, le statistiche ci allarmano, le famiglie si svuotano, perché non riusciamo a creare un sistema che incentivi le nascite, tuteli la coppia, e salvaguardi la posizione personale e professionale della donna in Italia?

Leggevo qualche giorno fa della condizione delle giovani nei paesi del nord Europa, in Francia, in Inghilterra e Finlandia. Paesi con più donne al lavoro, più produttive e con più alto tasso di fecondità di tutta Europa. Chiaro segnale, evidentemente, di una politica che non si arena alle promesse elettorali ma che cambia magistralmente il sistema. Che consente alla donna di conservare il proprio ruolo e valorizzare negli anni le sue competenze.

In quanto valida professionista non dovrebbe essere certo una gravidanza a modificare i suoi successi. Invece in Italia non c’è tutela, non ci sono servizi che facciano sentire supportata una donna che decida di avere un bimbo con il proprio partner.

La situazione più comune è la seguente:

Migrazione. Sempre più giovani si allontanano dalle terre d’origine per seguire un’opportunità professionale che regali, o almeno prometta, un ruolo adeguato al livello di studi o alla categoria professionale di appartenenza.

Lontani da casa, lontani dai nonni, i quali una volta garantivano la sicurezza di una famiglia allargata, fornitrice di cure gratuite e educazione alternativa no profit.

Lontani da casa, inserimento al nido per i piccoli nascituri, cosa che consentirebbe un rientro alla postazione più rapido per le puerpere, e che potrebbe ridurre il rischio di licenziamento, sempre latente.

Ma le liste degli ingressi alle scuole infantili italiane sono tanto intasate, (dato che stupisce vista la percentuale di figli procapite (1,39 – Istat 2011)), che anche la Montessori rimarrebbe sbalordita.

La speranza che in un asilo pubblico scelgano proprio tuo figlio è ridottissima e così ti informi sui costi che dovrai affrontare qualora arrivassero dei discendenti. Si oscilla dai 300 ai 400 euro al mese a bambino. Lungi da me pensare cosa succederebbe se i nascituri fossero due, o più.

Aggiungiamo a questa spesa i costi degli affitti sostenuti dalle coppie “migranti” e non, le imposte, gli imprevisti, i part-time ai quali la mamma ha diritto che conducono dritti dritti alla strada della RDS=riduzione drastica del salario!

In uno scenario tanto apocalittico volete dunque, o voi politici del bel Welfare, che i 30-40enni che aspettano sempre quel giro di ruota migliore, una speranza di tempi diversi, più fecondi e avanguardisti, si decidano ad allargare la cerchia se la situazione non cambia?

Mi rendo conto che è come parlare al MURO, come desiderare di star dentro la migliore delle performance dei Pink Floyd, sentirsi carichi, sicuri che il proprio parere e le proprie ragioni saranno condivise, urlate a gran voce e ascoltate, mentre alla consolle c’è DJ Fargetta che decide la sequenza dei pezzi, inserisce i dischi e lascia che il mangianastri ruoti da solo, senza rivoluzioni ritmiche e sonore.

Comunque, la risposta abbastanza agguerrita e altrettanto posata fornita al mio coordinatore di servizio è la seguente:

“Non ho figli, NON ANCORA”.

Ha saputo leggere tra le righe, ne sono certa.

Le istituzioni e le imprese non possono ostacolare l’andamento naturale delle cose, delle relazioni coi nostri partners. Il lavoro non può annientare i desideri, perché il soldo ha più potere. Da secoli abbiamo fatto parte di un sistema sociale spinto in avanti dalla potenza matriarcale, le più alte decisioni, accordi di pace, rivoluzioni scientifiche hanno spesso riportato la firma di donne coraggiose e ambiziose che hanno raggiunto i loro obiettivi lottando per il riconoscimento dei loro diritti di madri, mogli, figlie e sorelle.

Qualora ci dovessero recidere un contratto professionale per la nostra decisione di portare avanti una gravidanza non spaventiamoci, non pieghiamo la testa a uno dei peggiori ricatti che il mondo “civilizzato” ci ha imposto, andiamo avanti, denunciamo, urliamo a pieni polmoni quanto questo sia ingiusto. Scriviamolo, facciamolo sapere al resto d’Europa quanto questa Italia finga di essere al passo coi tempi e vesta ancora gli abiti dell’Alto Medievo.

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Non avrei timore di superare il mio adorato confine se mi si chiedesse di rinunciare alla libertà di donna e alla bellezza di decidere sulla mia vita personale e affettiva, ma solo dopo aver lottato abbastanza e insieme. Ci sono riuscite negli anni ’70 ad ottenere le leggi che hanno portato all’emancipazione femminile e ai diritti di cui usufruiamo oggi, non indietreggiamo!

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