[Facciamoci del male] L’ottimismo dell’ora o mai più


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Raccontare adesso a chi si aspettava il trionfo di Bersani e del centrosinistra che quella di queste politiche potrebbe essere una vittoria meno eclatante ma migliore, più utile, è sicuramente complicato. Eppure bisogna provarci, perché gli elementi ci sono, basta saperli e volerli leggere.

Per prima cosa bisogna sfatare il mito degli italiani popolo bue che hanno votato di nuovo in massa Berlusconi, come se in questi anni non fosse successo niente, come se si fossero dimenticati le sue responsabilità nella crisi economica che l’Italia attraversa. Non è così, infatti. Dal 2008 a oggi, il centrodestra ha perso quasi SEI MILIONI e MEZZO di voti. Gli italiani l’hanno punito eccome, moltissimi l’hanno abbandonato.

Dall’altra parte, anche il Partito Democratico ha avuto la sua emorragia di voti: oltre tre milioni, circa la metà di quelli persi da Berlusconi. E se è evidente che il confronto fra il 2008 e il 2013 è difficile, perché stavolta c’erano più alternative e maggior rischio di dispersione dei voti, è anche vero che la corsa del Pd si è fermata dove sempre si è fermata la corsa del centrosinistra in questi quindici anni.

Ancora una volta, la dirigenza del Partito Democratico si è convinta che per battere Berlusconi fosse sufficiente non essere Berlusconi. Ingolosita da sondaggi particolarmente lusinghieri ha deliberatamente scelto di non rinnovarsi prima e di non proporre una reale alternativa di governo poi. Bersani non ha praticamente fatto campagna elettorale, sicuro di avere la vittoria in tasca. Ma il punto è proprio questo, con la semplice idea “noi non siamo Berlusconi” forse puoi pareggiare, ma per vincere devi convincere qualcuno di quelli che votano da quella parte. Lo diceva Renzi non molto tempo fa.

Lo scenario di apparente ingovernabilità consegnato dai risultati elettorali offre però a Bersani e al Pd un’ultima possibilità di riscatto, di sopravvivenza. Bersani ha l’obbligo di provare a fare un governo, perché ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato. Non solo, nel prossimo Parlamento – per quanto ora gongolino tutti dopo aver temuto di sparire definitivamente – il centrodestra sarà comunque minoranza. E’ insomma il momento migliore per provare a fare subito almeno tre cose: conflitto di interessi, legge elettorale, tagli ai costi della politica.

E’ su questo piano che Bersani dovrebbe lanciare la sfida ai deputati e ai senatori del Movimento 5 Stelle, che hanno finora parlato di cose concrete ma che così si ritroverebbero a decidere se farle o no, queste cose.

Contestualmente, non ci sono alternative alle dimissioni di Bersani da segretario del partito e all’apertura di quel rinnovamento che venne affossato all’epoca delle primarie e dell’ostracizzazione di Matteo Renzi.

E’ chiaro che un cosiddetto governissimo che lasciasse fuori il Movimento 5 Stelle e mettesse insieme centrosinistra, centrodestra e Monti sarebbe l’assist migliore per Grillo, che alle prossime elezioni raddoppierebbe molto probabilmente i consensi, e avrebbe l’affetto di soffocare nella culla qualsiasi speranza di rinnovamento interno del Pd.

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