La destra, la sinistra e il rumore bianco


Ha ragione chi, come fa Monti, dice che la distinzione tra destra e sinistra è superata?
Forse. Forse ha ragione. Non che servisse Monti per portarci a conoscenza di quanto altri denunciano da tempo. E cioè l’esistenza di un monopartitismo che procede con puntigliosità teutonica alla spartizione del potere; alla lottizzazione dei mezzi di informazione e delle posizioni di potere nella pubblica amministrazione; all’utilizzo a fini elettoralistici di enti locali, aziende partecipate dal pubblico e via discorrendo.

Un paesaggio desolato, abbandonato dai tanti che ancora (e per fortuna) credono in valori diversi. Sono tanti i ragazzi e le ragazze che vorrebbero vivere in una società più meritrocatica, meno condizionata dai partiti e da chi oggi della politica è leader.
In molti casi, anche se non sempre, a desiderare una società più giusta sono le intelligenze migliori, le competenze più necessarie, i capitali umani e finanziari dei quali si avrebbe più bisogno.

Il punto è che questa generazione in moltissimi casi non è riuscita a dotarsi dei canali adatti ad esprimere il potenziale che le è proprio. Le esperienze aziendali e associative, che pure non mancano, non riescono a svolgere la funzione aggregante della quale abbiamo bisogno per tradurre aspirazioni individuali e business privati in realtà operanti a beneficio del tessuto sociale.
L’assenza di una tale atmosfera morale aggregante, impedisce di portare il ragionamento ideale sul terreno dell’azione e di metterlo al servizio di un’idea di cambiamento progressivo.

Nel Novecento è stato il partito politico a dare direzione, obiettivi, gerarchie di valori alle energie tumultuose delle generazioni emergenti. Ma oggi la dimensione del regime dei partiti è tale da renderlo sostanzialmente irriformabile. Un sistema le cui logiche sono gestite e alimentate dai vertici locali e centrali sia di “destra” che di “sinistra”, che poi insieme ne scaricano i costi sui più deboli dal punto di vista culturale e non solo economico.

Le primarie del centro-sinistra – novità importante e preziosa – hanno rimesso a nudo vecchie e consolidate reti di potere clientelare. Hanno offerto nuova e insperata legittimazione popolare a forme di gestione della cosa pubblica che andrebbero messe invece messe alla prova dell’efficienza. L’assenza della destra su questo versante è invece il sintomo di un desiderio di restaurazione che non ha bisogno di aggettivi.

Ma a spegnere per l’ennesima volta gli entusiasmi di un’intera generazione di ideali e prospettive è soprattutto l’atmosfera civile che avvolge il presente declino, in particolare a livello locale. Facebook registra la quotidiana presenza di una pletora infinita di moralizzatori che “attaccano il sistema”. Ma la loro ostilità al regime è dovuta più all’essere esclusi dai profitti che esso è grado di garantire, che non a una reale opposizione morale alle logiche che lo alimentano. Lo prova il fatto che spesso i moralizzatori sostengono politiche locali auto-distruttive, consociative e lontanissime dai criteri di gestione delle risorse umane e finanziarie che a parole chiedono a gran voce.

Il movimentismo palingenetico e autoritario di Grillo catalizza molti di questi “santoni” facebookiani sostituendo al legame tra poeta e masse (tipica del Novecento) quella tra comico e post(ulanti).

Sullo sfondo resta il rumore bianco di una generazione (non solo e non tanto anagrafica) che prova con difficoltà a innovare il mondo che la circonda. Il punto è trovare le forme e gli strumenti per orientare e canalizzare questa voglia di trasformazione civile di cui tanti sentono il bisogno. E di farlo schivando improbabili sogni patriottardi e palingenetici e certo rivoluzionarismo “postato” che fin da oggi annuncia future e gravi strette reazionarie.

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