Capodanno sotto la Regione: un salto nell’accampamento dei giovani Figli della crisi


La fine di dicembre. Un giorno qualunque tra Natale e Capodanno, in una delle sere miti e dall’aria frizzante che il clima generoso del capoluogo sardo ha deciso di regalarci quest’inverno. L’andirivieni di passanti lungo via Roma è quello del classico scenario natalizio di qualsiasi città, ma dietro, sotto il porticato della Regione che separa la via Roma dal quartiere Marina, c’è un elemento ulteriore che non fa parte del normale panorama urbano a cui siamo abituati.

Una ventina di ragazzi stabilmente accampati sotto gli uffici della Regione Sardegna, vuoti o quasi per le ferie ma non importa. L’importante è far sentire la propria voce e quella di tutti i lavoratori, operai, pastori e professionisti, che da mesi reclamano giustizia sociale e diritto al lavoro. Sono i Figli della crisi: venti ragazzi che costituiscono un presidio di base il cui numero cresce durante il giorno, perché studenti e ragazzi cominciano a sentire l’impellenza di una situazione di crisi sempre più strangolante.

Tra le tende, a un tavolo, un gruppetto di ragazzi inganna il tempo giocando a un gioco di società. Attorno al presidio un nastro segnaletico delimita l’area della zona destinata all’accampamento. Ci sono tende, sacchi a pelo, un generatore di corrente. Dentro la tenda principale, quella dove vengono riposti i generi alimentari, ci sono bottiglie d’acqua, bibite, qualche birra. Un fornello da campo e una pentola con alcuni resti del pranzo. Sono le venti e trenta di sera e sembra di essere in un qualsiasi campeggio di ragazzi, l’aria è serena ma l’atmosfera non è di festa. “Siamo qua per farci sentire” dice Ivano Sais, ventidue anni della provincia di Iglesias, “e non abbiamo intenzione di mollare. La nostra è una battaglia di tutti, dei cassaintegrati così come degli studenti e dei ragazzi per cui il futuro sembra buio”.

Con Ivano è facile intavolare una chiacchierata, grazie al suo sorriso coinvolgente, la sua parlata schietta e l’ospitalità dirompente. Offre qualche lattina di birra, prende un fatto fritto e, nella convivialità, racconta: “siamo qua dal 23 dicembre. Trascorrere il Natale lontano dalle nostre famiglie è stato difficile, la notte di Natale eravamo tutti sparsi, chi in fondo al presidio, chi dall’altra parte della strada, tutti attaccati al telefono”, dice, “e confesso che anche io stavo per tornarmene dalla mia famiglia, almeno per la vigilia. Ma invece siamo rimasti qua, a testimoniare con la nostra presenza“.

Si avvicina un altro ragazzo, alto, magro. Si tratta di Mattia, praticante in uno studio legale. L’altro volto della protesta, quello degli universitari, di chi ha scelto di essere “choosy” e accetta formazioni, lavori e tirocini non pagati o sottopagati pur di formarsi e di acquisire esperienza. “Io sono praticante legale e sono qua in pianta stabile perché noi tutti siamo davvero tutti nella stessa barca, la gente se ne sta accorgendo” spiega. “L’altro giorno, tra i tanti che ci fanno visita quotidianamente, si è avvicinata una signora a offrirci da mangiare. Era in lacrime, ci diceva di non mollare, perché la sua situazione era uguale alla nostra. La solidarietà e il calore della gente che è venuta a farci visita ci ha dato molta forza“.

Anche Ivano è concorde. “I cagliaritani sono stati davvero calorosi” dice entusiasta, “ci hanno portato di tutto”. Mostra l’interno del tendone principale, quello dove si cucina e dove si tengono le provviste, a testimoniare che dentro questo piccolo presidio, dentro questo avamposto simbolico dei giovani che gridano la propria insoddisfazione, non ci sono segreti di nessun tipo. “Hanno parlato di noi in Svezia, in Svizzera” racconta con fervore Ivano, “milioni di persone sanno quello che sta succedendo qua“.

Cappellacci ci vuole incontrare presto. Anche dal Comune si sono fatti sentire, sono venuti a parlarci anche se il sindaco Zedda purtroppo non ha potuto essere presente” racconta Ivano con il tono forte, quasi ardito, di chi crede in ciò che sta facendo. “Ma presto ci saranno nuove occasioni, abbiamo intenzione di fare un grande incontro con tutti gli studenti. Ci faremo sentire“.

Oggi, due gennaio, giunge la notizia che il presidio non sarà concluso, ma durerà fino al 4 gennaio. Del resto, quando Ivano spiegò che la data della conclusione era prevista per oggi, aggiunse: “se avessimo voluto saremmo potuti rimanere ancora, anche noi dobbiamo tornare dalle nostre famiglie“. “Abbiamo la scuola, l’università” aggiunge una giovanissima ragazza da dietro. Sono queste parole che, come una lama arroventata, dovrebbero passare attraverso i cuori della gente. Sono parole che portano con sé un po’ di fanciullesco entusiasmo che tuttavia non ha nulla di ingenuo. Ispirano tenerezza, ma accompagnata dal rispetto per la tenacia con cui giovanissimi e giovani si sono separati dalle proprie famiglie, seppure per un tempo limitato, per portare la propria voce nuovamente sotto gli uffici dell’amministrazione, come uno stendardo della causa di tutti.

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