L’alluvione siamo noi. Appunti per una storia che si ripeterà / 2°


La storia della Sardegna, dal punto di vista del rischio alluvionale, avrebbe dovuto far suonare più di un campanello d’allarme nelle menti di costruttori, tecnici e politici. Come detto, la natura spesso si prende i suoi spazi, anche a distanza di tanto tempo. E dopo diversi decenni di relativa stabilità, all’improvviso, il 22 ottobre del 2008, un violentissimo nubifragio colpisce il cagliaritano.

Alcune zone del capoluogo sono completamente allagate, ma è nelle zone a rischio, vicino ai corsi d’acqua che straripano, che la natura si sfoga con maggior crudeltà. Un’esondazione massiccia del Rio San Girolamo ha letteralmente devastato le abitazioni della zona di Poggio dei Pini e vicino al Rio, causando la morte di quattro persone e procurando danni a strutture e cose per milioni.

La protezione civile, il Genio civile e i militari si attivano. Ci vorranno mesi per colmare i danni causati dal disastro. Anni dopo, nel 2011, il PAI viene addirittura modificato a seguito del disastro, intervenendo sul calcolo delle piogge. Ma se si arriva addirittura a riconsiderare delle misure prese fin dal 2005, allo stesso modo sorge anche il bisogno di trovare dei colpevoli.

L’accusa è, in soldoni, di aver “procurato”, quindi ausiliato, la calamità. E purtroppo andare a ripescare chi ha concesso delle lottizzazioni che, del resto, all’epoca erano perfettamente legali, non è possibile. Così come non si può, evidentemente, andare a ricercare chi la casa in zona l’ha costruita decenni fa, o comprata.

Tuttavia bisogna cercare subito, e al più presto. Perché il popolo, giustamente, ha fame di colpevoli, e chiede giustizia e risarcimenti a gran voce. E le istituzioni si affrettano a trovarli. Nel 2010 terminano le indagini della Procura della Repubblica di Cagliari. Nella prima metà del 2012 si svolgono i processi preliminari. Indagate 11 persone, fra cui l’ex sindaco di Capoterra, quattro funzionari tecnici del Genio civile, un funzionario della Protezione civile e uno del Comune di Capoterra, l’allora presidente e l’allora responsabile della sicurezza della Cooperativa Poggio dei Pini, un impresario e un progettista.

Si parla di allarmi mancati, di autorizzazioni a infrastrutture cedevoli sotto la furia dell’acqua, di mancata chiusura delle strade. Si citano “colpe gravi che avrebbero creato, nel corso degli anni, un insieme di concause che hanno reso automatica l’alluvione”, come recita un articolo della Nuova Sardegna del 25 maggio 2010.

Si parla di tutto, meno che del fatto che la stragrande maggioranza di quegli edifici, in quella zona, non ci sarebbe dovuta mai essere. La foga del “dagli all’untore” probabilmente non ha permesso di ricordarsi che esiste un Testo unico sulle opere idrauliche, facente parte del Regio decreto del 25 luglio 1904 e tutt’oggi vigente, che all’articolo 93 recita: “Nessuno può fare opere nell’alveo dei fiumi, torrenti, rivi, scolatoi pubblici e canali di proprietà demaniale, cioè nello spazio compreso fra le sponde fisse dei medesimi, senza il permesso dell’autorità amministrativa. Formano parte degli alvei i rami o canali, o diversivi dei fiumi, torrenti, rivi e scolatoi pubblici, ancorché in alcuni tempi dell’anno rimangono asciutti”.

È Salvatore Pistis, funzionario del Servizio Geologico della Provincia di Cagliari, a spiegare le dinamiche con cui questi incidenti si verificano.

La diga di Poggio dei Pini non ha mai avuto problemi fino al 2008, ma questo conteggio si basa su dati pluviometrici vecchi, che risalgono anche al ’20/’20. Sono misure prese sulla base delle prime dighe, con registrazioni di tipo giornaliero, ma davanti a questi incidenti non ci si può confrontare con questi dati. Se cadono ottanta millimetri d’acqua in mezz’ora, è evidente che si ha a che fare con una situazione ben diversa da quella analizzata da quei dati. Per questo, secondo Pistis, ci si è dovuti confrontare con certe calamità utilizzando strumenti di previsione inadeguati. E, parallelamente a ciò, con uno sviluppo del territorio che prescinde dalle dinamiche idrogeologiche, e non ne tiene conto.

Secondo i criteri della geologia infatti, «gli alvei dei fiumi sono praticamente invisibili, ed entro 150 metri bisogna chiedere l’autorizzazione a costruire. Ci vogliono studi e perizie, perché all’interno degli alvei spesso si trova di tutto». È il caso delle zone di Poggio dei Pini, Frutti d’Oro e San Girolamo a Capoterra, le aree dove si sono registrati i danni maggiori per l’alluvione, ma è anche il caso di Castiadas per esempio.

Le alluvioni stanno aumentando la cadenza con cui si verificano, anche per via di una tropicalizzazione del clima. E sono eventi che non lasciano scampo – spiega ancora Pistis. Se prendessimo l’alluvione di Capoterra e la spostassimo nelle zone pianeggianti, come per esempio Assemini, Decimo, o Quartu (tutte zone dell’hinterland Cagliaritano, Ndr), il disastro e i danni sarebbero garantiti.

Ma di questo, nessuno parla. Alcuni quotidiani locali si limitano a riportare le notizie riguardanti le indagini, ma nessuno sembra palesare la benché minima intenzione di muovere anche soltanto un passo verso un’inchiesta giornalistica più corposa e articolata, che aiuti i cittadini a fare luce sulla questione e sulle problematiche che potrebbero sorgere in futuro. Perché è al futuro che bisogna guardare.

 Invece continua la ricerca affannosa di qualche colpevole, necessario per chiudere la vicenda, ma che impedisce di focalizzare l’attenzione, anche pubblica, sulle situazioni di pericolo che continuano a sussistere.

 È il caso di Terra Mala, nel comune di Quartu Sant’Elena, pregiata località di villeggiatura. Come chiarisce Pistis:

È un esempio lampante di ciò di cui parlavamo poc’anzi. Se andiamo a controllare le prime carte geografiche della zona, notiamo come non compaia alcuna abitazione. La carta geologica fatta negli anni Quaranta mostra la zona come una zona di alluvioni recenti, in tempi attuali, con sedimenti portati dall’acqua. Se andiamo a controllare, vediamo che ora ci sono degli edifici sopra le zone ad alto rischio, addirittura sopra lo stesso fiume, e basta solo il buonsenso per capire che, nonostante il corso ordinario, nei periodi di magra, sia largo dieci metri, tutta quella zona è di pertinenza fluviale.

La storia, dunque, si ripete. E, come in passato, è una storia che affonda le proprie radici in un passato di concessioni edilizie e lottizzazioni affatto trasparente. «Sono case autorizzate nei decenni, sia quelle di Terramala che quelle di Capoterra che tantissime altre» continua a spiegare Salvatore Pistis, «quando non c’erano normative, tuttavia già negli anni Ottanta c’era un decreto ministeriale per verificare la compatibilità delle opere. Purtroppo sono cose sempre disattese, le lottizzazioni sono avvenute secondo criteri non idonei, e oggi si fa una grande fatica per cercare di risolvere i problemi».

E, quando il danno arriva, il cittadino vuole giustamente essere risarcito. Oggi c’è un processo per omicidio colposo e inondazione colposa a undici indagati, ma non è il primo caso, e non sarà neanche l’ultimo, di processo intentato contro istituzioni e persone che, in quel momento e secondo pareri opinabili, le rappresentano.

Alla Provincia siamo spesso bersaglio di cause giudiziarie – conferma Salvatore Pistis – e si tratta di situazioni assai difficili da dirimere, perché naturalmente, a meno che la struttura non sia di evidente ostacolo, non possiamo demolire le abitazioni delle famiglie. Nel caso di Terramala, per esempio, la foce del fiume addirittura non si trova, perché è bloccata da un muro di una struttura privata. La risposta più logica sarebbe la demolizione dell’ostacolo, ma in pratica è una situazione molto complessa. E, sempre per tornare a Capoterra, un paio di villette completamente invase dal fango, costruite in zone ad altissimo rischio idrogeologico, vicinissime al fiume, ora sono state restaurate e messe in vendita, quando invece andrebbero demolite immediatamente. Ma chi si prende la responsabilità di decidere sulla questione?

Sono dunque situazioni delicate, la cui soluzione preferibile sarebbe l’informazione e la sensibilizzazione.

Le istituzioni dovrebbero cominciare a fare informazione a riguardo nelle scuole, che peraltro sarebbe una cosa praticamente a costo zero – sostiene il geologo. E contemporaneamente attuare strategie articolate di interventi strutturali, adeguamento di ponti, realizzazione di opere di protezione, che seppure non sono in grado di scongiurare il pericolo, almeno possono arginarne i danni. Ma anche in questo caso, i problemi sono numerosi. Ci sono stati dei sindaci che si sono addirittura lamentati perché, con i nuovi Piani stralcio delle Fasce Fluviali, ancora in attesa di verifica e perfezionamento e ancora più severi, come limitazioni, del PAI, si limitano le zone edificabili.

Sembra la solita storia all’italiana. Quando ci sono i danni, si corre a cercare un “qualcuno” che possa pagare per tutti. Quando si cerca di fare della prevenzione seria, c’è però sempre “qualcun altro” che non è soddisfatto delle misure prese.

E invece serve prevenzione ed educazione. La gente deve sapere che se, per esempio, suona una sirena o un allarme, non deve assolutamente stare o transitare in zone allagabili. Se oggi, un evento delle proporzioni di quello che nel 2008 si è abbattuto su Capoterra, dovesse verificarsi di nuovo in provincia di Cagliari, ci troveremmo nuovamente di fronte a dei drammi. Gli enti fanno a gara per prendere i finanziamenti, ma quando c’è l’obbligo di pianificare qualcosa, allora scatta la rivolta, come quando abbiamo fatto uscire i Piani fasce. Dal momento che non possiamo, logicamente, buttare giù tutto, serve che la gente sia sensibilizzata, preparata, e soprattutto è necessario che si usi il buon senso e non si vada a vivere in zone pericolose o costruire le proprie abitazioni in zone che evidentemente sono ad alto rischio idrogeologico, e che non si transiti in zone a rischio, ma neanche in zone non a rischio, con un’alluvione in corso – conclude Salvatore Pistis.

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