[Facciamoci del male] Numero sei


Amministrative/1. Grillo e i suoi.
Di solito vincono tutti, stavolta in qualche modo hanno perso tutti, quindi chi ha vinto davvero è quello che ha perso di meno, il Pd. Va beh, a parte Grillo. Però. Ecco, il Movimento Cinque Stelle, ché non amano essere chiamati “grillini”, ha indubbiamente ottenuto un successo notevole – nonostante Napolitano non voglia chiamarlo boom – però se proprio uno volesse essere pignolo, magari potrebbe far notare che in fondo i risultati veramente importanti son stati ottenuti in situazioni estremamente favorevoli. Soprattutto a Parma, il centrodestra travolto dagli scandali è praticamente sparito, così il movimento guidato, ispirato, megafonato da Beppe Grillo se l’è vista praticamente solo col Partito Democratico. Che ha comunque vinto.
Una riflessione è però d’obbligo. Il candidato del Movimento Cinque Stelle ha sfiorato il 20 per cento, quello del Pd il 40. Se si pensa che nel 2007, alle precedenti amministrative, il candidato del centrosinistra raggiunse il 43 per cento dei consensi, è chiaro che Grillo e i suoi pescano soprattutto tra i voti dei delusi di centrodestra. Com’è normale che sia, visto il tenore degli ultimi proclami del comico genovese.

Amministrative/2. Il Pd.
Ma si diceva del Pd. Fra i partiti tradizionali è quello che tiene meglio nella disfatta. Non cresce, ma perde poco. Mantiene – incredibile a dirsi – una sorta di inspiegabile credibilità. Per capire di cosa parliamo, è illuminante “l’amaca” post-elettorale di Michele Serra che definisce così il partito di Bersani: “partito per il quale nessuno spende mezza parola di elogio o di affetto (neanche i suoi elettori), con una linea politica vaga, un leader poco carismatico, un paio di scandali decisamente pesanti in casa (Lusi, Penati), un’immagine esterna tanto  sfocata da irritare. Magari quel “radicamento nel territorio”…”. E lo sta elogiando!
In ogni caso, qualora qualcuno si stesse preoccupando e pensasse a chissà quale radioso avvenire dopo la non sconfitta elettorale del Pd, ecco subito il rassicurante battibecco tra Bersani e Renzi su una questione a cui tutti tengono davvero tanto: le primarie per la scelta del candidato premier.
Dove non si capisce bene cosa sia più fuori dalla realtà. Il fatto che le elezioni politiche non sono così vicine da scannarsi su chi si candida a cosa? O che lo statuto del Pd prevede già che il candidato del Pd stesso sia il suo segretario? O che a scatenare la polemica sia sempre quel tizio lì che è diventato sindaco avendo la meglio sull’ex portiere del Milan?

Le colpe della crisi.
Lo scontro su chi sia il colpevole per i suicidi (tanti, ovviamente troppi, ma è davvero “emergenza suicidi”?) di piccoli imprenditori e lavoratori al tempo della crisi è stato probabilmente il punto più basso toccato dal dibattito politico negli ultimi venti, trenta, mille anni. Premesso questo, il governo Monti si è insediato lo scorso novembre, sei mesi fa. Fate un po’ voi.

Tasse e suicidi.
Va bene l’empatia, va bene la comprensione, la compassione, la vicinanza. Va bene praticamente tutto. Ma – al netto dell’ovvia considerazione che ogni caso ha la sua storia – su questa storia dei piccoli imprenditori che la fanno finita per colpa di Equitalia in troppi non la contano giusta. Che ci sia un problema di pressione fiscale è un fatto, che ci sia una marea di piccoli imprenditori che è tale in virtù del fatto che le tasse non le paga è un fatto anche questo. Essere imprenditori evadendo le tasse non è una grande impresa.
E poi c’è una questione di coerenza, per qualcuno. La sinistra che cavalca la protesta anti-Equitalia – persino ora che arrivano le bombe – si schiera con qualche anno di ritardo, forse inavvertitamente, col Silvio Berlusconi che si sentiva “moralmente autorizzato” a non pagare.

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