[Facciamoci del male] Numero tre.


Le dimissioni di Bossi/1.
La settimana di passione della Lega si è conclusa con le dimissioni di Umberto Bossi da Segretario federale (sarà comunque Presidente).
Ora ci raccontano – chi con speranza chi con paura – che la Lega è finita. Ma la Lega non finirà qui e non finirà così. C’è nella base leghista un culto quasi religioso non solo della personalità del capo, del Senatùr, ma anche di quelle due o tre idee che il movimento di Bossi ha portato avanti in questi anni. E poco importa, lo abbiamo già visto, che dopo aver governato a Roma per quasi quindici anni non abbiano combinato nulla o quasi. La Lega è un partito a sé, governa a Roma ma è la massima espressione del localismo e sul territorio ha dirigenti apprezzati anche oltre le fila dei suoi sostenitori. E poi ha Maroni, che da tempo riscuote più consensi di Bossi presso la base.
No, non è finita la Lega. Arrivano le amministrative adesso e non è probabile che vengano in qualche modo influenzate dai guai della famiglia Bossi. Cambierà la Lega per come la conosciamo però. Non avrà più un padre padrone – da seguire “coi fucili sempre caldi” – ma un leader forte e tanti “colonnelli”. Meno unanimismo, più dialettica, più scontri: a partire dalla questione delle alleanze per le prossime elezioni politiche, com’è facile immaginare.

Le dimissioni di Bossi/2
La corruzione non nasce oggi, in casa Lega. Proprio Umberto Bossi nel 94 – era la prima Tangentopoli, se quella di questi giorni, di questi mesi è la seconda – venne condannato per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. E’ quindi quasi più interessante, nella vicenda di questi giorni, l’aspetto umano. Bossi è una persona malata e i fatti in questione pare abbiano il loro inizio proprio in quei giorni del marzo 2004 in cui il leader leghista si ammalò. Poteva non sapere Bossi? Poteva non rendersi conto di quello che gli accadeva intorno? Poteva, sì: perché Bossi sta male. Colpisce che quasi nessuno prenda in considerazione la cosa. E d’altra parte, colpisce che una persona in quelle condizioni, per tutti questi anni abbia conservato incarichi importanti, e per ruoli di rilievo abbia sempre ricevuto valanghe di voti.

Il referendum sono io
Di Pietro vuol fare ora un referendum per l’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti. Ecco, “rimborsi elettorali” è il nome che il finanziamento pubblico ai partiti ha preso nel 1994. Qualora qualcuno si stesse chiedendo perché nel 1994 nacquero i rimborsi elettorali – qualcuno come ad esempio Di Pietro, immagino – è opportuno ricordare che fu perché nel 1993 un referendum popolare abrogò il finanziamento pubblico ai partiti. Basterebbe quindi rispettare l’esito del vecchio referendum, rispettarlo davvero stavolta. Ma Di Pietro riconosce solo i referendum suoi, solo per questi la volontà popolare è sacra, per quanto riguarda gli altri è meglio fare come se non ci fossero mai stati. Ogni riferimento al 1987 è puramente voluto.

Una grande vittoria
Vale la pena di raccontare brevemente il risultato della dura battaglia de sinistra portata avanti da Susanna Camusso e Pierluigi Bersani sulla riforma del mercato del lavoro. Vale la pena perché è emblematica di quel tipo d’atteggiamento che ha fatto perdere la sinistra in tutti questi anni e che porterà – presumibilmente in tempi non lunghissimi – all’eclissi del sindacato e del Partito Democratico.
Dopo alcune settimane di scontri sulla revisione dell’art. 18, ecco che il tandem delle meraviglie Camusso-Bersani ha ottenuto una parziale marcia indietro dal Governo, riuscendo a reintrodurre la possibilità del reintegro in caso di licenziamenti economici per ragioni manifestamente insussistenti. In cambio di questo, quelle poche cose previste per andare incontro ai lavoratori meno garantiti sono state ulteriormente annacquate.

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