[Lettere a Sancho] La Ragione di Yunis. Parte I.


Sancio,

fai bene tu ad occuparti dei piccoli cuori della tua piccola Isola,

che il tempo delle genti, quello ordinato dei libri e dei giornali, e’ solo una patacca con cui mettiamo a nanna il Caos. Ogni giorno ci addormentano il fagiolo con le parole: rivoluzione, guerra, crisi, dolore, successo, democrazie dittature primavere ingiustizie giustizia comunita’ internazionali il Big Ben pendente la torre di Pisa raddrizzante, le mani accartocciate come foglie in fiamme dei poveri quelle distese e pingui come squali dei ricchi. Tutte fandonie.

 Che mi e’ capitato fra le mani un libello,  “La ragione araba”, di un capoccione marocchino, il sig. Mohamed Abed al-Jabri, filosofo. Ho letto:

In piu’, il lettore arabo e’ schiacciato dal suo presente. Cerchera’ cosi’ nella sua tradizione dei garanti sui quali proiettare le sue speranze ed aspirazioni. Confondendo il sogno e la realta’, spera di trovare nella tradizione “la scienza”, “la razionalita’”, “il progresso”, insomma tutto cio’ che ne’ il sogno ne’ la realta’ nel suo presente gli offrono. Per questa ragione, lo si vedra’ precipitare il senso delle parole nel senso della sua attesa. Raccogliendo cosi’ alcune cose e volgendo le spalle ad altre, egli spezza l’unita’ del testo, ne fraintende il significato e lo situa fuori dal suo contesto cognitivo e storico”.

 Non t’allarmare Sancio, al-Jabri dice solo che la cucuzza araba funziona diversamente dalla nostra, che se un crucco vede una pietra sul selciato la piglia l’osserva nella sua frastagliata geometria poi se la mette in tasca che quando torna a casa decide di dedicare un mese a descrivere questo sasso qua. Un arabo pure lui la raccoglie, ma poi la guarda e pensa che ci ricorda il volto rugoso del nonno quando gli insegnava che il mare e’ grande e ci sono i pesci dentro e noi siamo come i pesci pero’ siamo fortunati che guardiamo la mezzaluna e la mezzaluna ci vuole bene che non c’e mica da preoccuparsi pensa a tutto lei. Bhe, ho una storia da raccontarti a questo proposito. La storia di Ahmed Yunis.

 Yunis divideva il tempo fra l’angusta cucina dello “Spred Eagle”, un pubbaccio per le crasse tinozze delle camice bianche, e il suo unico, grande amore: il caffe’ americano e le sigarette. Io lavoravo la’ di fronte e mi vedevo tutti i giorni sti occhi verdi che si muovono come il mare incastonati il un fastello di nervi, sto cristaccio che batte lo sguardo sulla gente come la risacca sulla spiaggia e nel frattanto spompa le paglie manco ci avesse i demoni al culo. Insomma mi ricordo mica come ma abbiamo preso a parlare.

Prima del calcio, poi siccome del calcio mi frega una fava abbiamo cominciato a fare i bucanieri e a discutere sui culi delle puledre al galoppo, che da quelle parti sono fasciati in gonne calcolate al millimetro e le gambe respirano si stropicciano s’enfiano addestrate dalla palestra e marzializzate dal rintocco dei tacchi. Due perdigiorno allupati, per farla breve. Amici io e lo chef egiziano, insomma. Poi pero’ un giorno e’ sparito ed io ho continuato a inebriarmi di sciampetti solo soletto.

 Due anni dopo, una bella domenica pomeriggio prendo Ronzinante e punto il becco verso l’ambasciata egiziana, che la sera prima un bordellaccio della madonna aveva infiammato Tahrir square al Cairo e siccome io facevo il master di giornalismo e mi volevo masturbare un po’ il cerebro di reporter sognante allora ci sono andato all’ambasciata, che a Londra, questo e’ il bello, c’e’ il rinculo di ogni fesseria che capita nel mondo. E infatti davanti all’ambasciata, era gennario, ci trovo un gruppo di dimostranti che pure loro, emigrati camerieri cuochi borghesotti e femmine fasciate e femmine occidentalizzate e bimbetti che ci capiscono mica un’acca s’erano rotti i maroni e volevano che Mubarak si levasse dai piedi. E c’era pure Ahmed, anzi, era il capo della sommossa. Mica me lo scordo, Sancio. Chiedeva ai compagni all’intorno un pezzo di carta ed una penna, s’acculava in un angolo e s’immergeva a scarabocchiare, come un pargoletto che disegna la mamma. Cancellava correggeva aggiungeva sostituiva. Rosso, l’inchiostro era rosso. E poi ciulava il megafono al babbeo di turno, si faceva sollevare dalla folla e recitava le rime di sdegno, di rivoluzione d’amore.

 Che quando aveva sentito dei casini in patria aveva affrescato un pezzo di cartone e si era presentato all’ambasciatore a Londra, che lui alla sua patria ci tiene e voleva dirci due parole, al rappresentante profumato di Mubarak. E ci voleva dare quest’opera di passione civile. Lo hanno tenuto ad aspettare  quattro giorni, e lui per quattro giorni e’ tornato. Poi s’e’ rotto i maroni, ha mollato il lavoro di chef in un ristorante francese ed e’ diventato un rivoluzionario di professione. Colle pezze al culo, ma un rivoluzionario. E allora siamo divenati di nuovo “amigo”, che lui a furia di scottarsi fra i fornelli l’italiano lo mastica, pero’ ora si parlava di rivoluzione e storia e diritti e non piu’ di femmine. Si invecchia in fretta, Sancio. Insomma, tutti i giorni davanti all’ambasciata, lui a strillare io a fotografare scribacchiare. Poi a febbraio gli americani hanno detto ai militari che per loro andava pure bene e allora Mubarak s’e’ imbucato nella reggia di Sharm e poi ci e’ venuto un coccolone apoplettico e la rivoluzione ha vinto anche se ha vinto mica guarda che capita oggi ai copti. Mica sai cosa succede, quando apri il vaso di Pandora, Sancio.

 Comunque qualche tempo dopo pure i libici s’incazzano e allora io che a masturbarmi ci avevo preso gusto che gia’ mi vedevo come Robert Fisk piombo davanti all’amasciata libica, a Knightsbridge. Ci ho scritto pure un affare, “Nessuno scrive al colonnello”. Pare un secolo fa, Sancio, che io e Masaniello scarpinavamo su e giu’ come due monelli.

E chi ci trovo, la’? Ahmed. Si perche’ la mamma, era avvocatessa egiziana, ma il babbo, schiattato da tempo, era libico. Due passaporti, due rivoluzioni, nessun lavoro. Rivoluzionario serio, lui. Sempre in piedi, vigile, a spompare le paglie. Lui, mi ha poi detto, quello che ha organizzato la sostituzione delle bandiere, che ogni giorno alla manifestazione un uglione s’arrampicava per il balcone, raggiungeva il pinnacolo, levava il drappo verde per sostituirlo col bandierozzo della rivoluzione, quello della monarchia prima che arrivassero gli italiani a smaniacciare lo “Scatolone di Sabbia”.  La storia, Sancio. Avesse saputo, Giolitti, che saremmo andati in merda coll’energia.

 Un giorno poi, io sfaticavo fra i tavoli, me lo vedo davanti allo “Spread Eagle”, con la tazza di americano e la cicca in bocca. Vado in pausa pure io, che volevo aggiornarmi.

“Ti saluto, amigo, parto per la Libia. Vado a combattere”.

M’ha fatto piangere, lo stronzo, Sancio. Che eravamo li’ a parlare di pupe il giorno prima e ora lui se ne andava a far la guerra e morire per il suo paese e riscattare la vitaccia nei ristoranti e provare un brivido e dare ciccia alle illusioni e premersi nel sangue per il sogno degli uomini. Mi pareva di stare davanti a Robert Jordan e Maria e piangevo. Pensai pure a te, ricordo, Governatore.  E l’ho osservato a lungo, mentre andava, sciogliersi fra le puttane dei neon ed i saldi di Oxford Street.

 Due settimane dopo pero’ mi trilla il telefono: Yunis. Mica e’ partito. Dice che vuole incontrarmi. Ok, dico. Ci sediamo nei tavoli all’aperto del ristorante mio, con due brocche d’infuso che tirava un freddo della malora.

 “Era tutto pronto. Al Cairo dovevamo trovare i contatti che ci avrebbero condotto attraverso il confine, e da li’ fino a Benghazi. Il mio amico poi ha fatto storie. Ad un tratto non mi son piu’ sentito sicuro. Poi ho chiamato mia madre. “Madre- le ho detto- sto venendo a trovarti”. Ma mia madre mi conosce. Ho sentito un tonfo, ed il ricevitore schiantarsi a terra. Mia madre e’ stata trasportata d’urgenza in ospedale, amigo. Infarto. Ho deciso di non partire”.

Insomma stiamo li a ciucciare te’ e fumare ed io li ad ascoltare le strategie militari per conquistare l’occidente libico che Yunis e’ stato nell’esercito libico per quattro anni, in un ufficio speciale segreto attraverso cui aveva sotto controllo tutto l’esercito dell’est che lui era uno dritto addestrato come un marines ma intelligente pero’, che gia’ nel ’94 lui era tecnico informatico diplomato in economia lavorava per una filiale dell’Alfa Romeo ma poi un giorno e’ andato a trovare i nonni in Libia e glielo hanno sbattuto nel culo, coscritto per Gheddafi e allora dicevo, quattro anni du penuria e sbobba poi lui, e dico lui s’inventa la sfilata davanti al porto di Benghazi delle forze armate in massa con cui il colonnello voleva impressionare tutti i papponi africani e creare un continente unico e la sfilata fa un figurone della madonna e allora lo scagionano e se ne torna di Egitto, ad Alessandria, da mamma’. Ok, mi son detto, io qui sento puzza di cazzaro, altro che di eroe. Ma lui con Google map continua a parlarmi dell’assedio di Benghazi con tale precisione che io comunque lo ascolto.

 “Ok, uaglio’, io mo torno a casa che ho da scrivere un pezzo. Tu dove stai abitando?”

“Per strada amigo. Son due giorni che dormo per strada. Ho finito i soldi. Il mio amico Mohamed non mi puo’ piu’ ospitare. Fa freddo”.

 Eccola la’. L’olezzar di cazzaro aumenta. Ma che vuoi Sancio, esito un po’ poi ci dico che lo ospito io. Infila il laptop nella saccoccia e salta su come un elastico, contento come una pasqua. Compra olive nere e pane arabo con una banconota da venti, davanti a casa, che il governo gli passa 100 banane alla settimana per la disoccupazione ma ora c’e’ un problema in banca e sta spiantato. La puzza dilaga. Gli fo un piatto di spaghetti all’arrabbiata. Li divora, smuntarello com’e’. “Buono, buono amigo”.  Si va in camera, gli preparo il letto. Quando mi volto sta rollando un cannone.

Continua…

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