[KalariSpring] La favelas della cicala e la formica


Caro Barralliccu,

l’altro ieri pomeriggio me ne andavo cincischiando per le strade del mio vecchio quartiere. Che da quando sono tornato mi pare tutto bello e caratteristico. Un po’ come i crucchi in vacanza. E mi dicevo, ma guarda che stronzi, io e le turisticherie. Che sfacchiniamo fino al sudamerica per vedere la Boca e le favelas di Rio, o ci stupiamo per le banlieue parigine e cerchiamo l’esotico nei carrugi di Istanbul e ci sbattiamo per le metempsicosi del Varanasi e le comunità acculate sotto le ombre degli alberi, ganesi.

Si perché gironzolando ti arrivo in via la Somme, le macerie turrite che si appiccicano alla chiesa come una caccola sui banchi di scuola. E ti vedo un ambaradan di bandierozzi verdi e striscioni malscritti. L’ultima mia tappa, prima del ritorno, è stata Londra. Ed ero lì, a Tottenham, l’8 agosto, quando la capitale europea del mondo che comanda s’è infiammata come un cerino. Insomma la puzza di zolfo la conosco. Che a S. Michele non twittano mica, ma la televisione ce l’hanno. Eccome se ce l’hanno. Comunque direttore il sindaco Zedda dice che li vuole aiutare ‘sti poveri cristi. Lo dice a pagina 6 del suo libello riciclato. Che poi il capo dell’opposizione, Giuseppe Farris del Pdl, dice che ha riciclato pure le idee, qui e lì. Magari lo ha pure fatto. Ma le devo dire che l’apprendimento degli uomini, per quel che ne sa un cameriere, passa per l’emulazione. Poi ci aggiungi il talento, se te l’hanno dato. Ma basta frottole. Ecco il pezzo.

Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi, ha visitato ieri pomeriggio il blocco residenziale di via la Somme, quartiere di S. Michele, Cagliari. Il caseggiato è diventato nelle ultime settimane il centro di una protesta che coinvolge diversi quartieri della città e chiama l’amministrazione comunale ad un intervento che migliori condizioni abitative divenute ormai intollerabili, come reclamato dai nuovi comitati di quartiere, sorti in rapida successione.

Chiamerò personalmente il sindaco Zedda – ha promesso Bonelli alla folla riunitasi in via la Somme – e gli chiederò di effettuare un sopralluogo. Noi non siamo qui per chiedervi qualcosa – ha rimarcato il presidente dei Verdi, rivolgendosi agli abitanti del blocco. Non ci sono elezioni imminenti. Siamo venuti qui perché è necessario restituire dignità ai cittadini, una dignità che in Italia è venuta mancando in questi ultimi anni.

Le bandiere del partito si alternano agli striscioni spontanei che negli oltre 20 giorni di protesta continua hanno tapezzato le facciate cadenti dei palazzi.

Da domani le bandiere spariranno. Rimarranno solo i nostri striscioni – promette Silvio Pinna, presidente, insieme ad Antonio Mazzuzzi, del comitato spontaneo di quartiere.

Pinna aggiunge:

La ristrutturazione delle facciate è già nel bilancio del Comune. Speriamo ora di ottenere anche qualche intervento per gli interni. La situazione in molti casi è inumana.La prima azione del comitato sarà di richiedere in gestione al Comune alcune aule della scuola di via Abruzzi. Vorremmo creare un oratorio per i ragazzi, un punto di incontro per i vecchi. È necessario iniziate uno sviluppo sociale del quartiere, da qualche parte. Il problema delle strutture è solo superficiale.

S. Elia, Tuvixeddu, Is Mirrionis, S. Avendrace, via Castelli, piazza Granatieri di Sardegna: continueremo ad ascoltare i cittadini ed a far pressione sull’amministrazione”, ha promesso Roberto Copparoni, presidente provinciale dei Verdi.

È in questi pomeriggi di protesta che non solo gli impianti elettrici impazziti o la fatiscenza delle facciate trovano voce, ma Anche le storie di chi abita nei dedali cadenti di via la Somme. Come quella di Maria Bonaria Frau, 36 anni, disoccupata:

 Viviamo in 9 in un appartamento di 42 metri quadri. Abbiamo sei figli. Mio marito ha una pensione di invalidità di 270 euro al mese. L’umidità nei muri e le scariche elettriche ci fanno compagnia tutti i giorni. Come definire queste condizioni? Da terzo mondo?.

***

M’è venuto un coccolone, Direttore, a seguire lo sciame che guidava Bonelli nel dedalo dei tuguracci. Che i vecchietti lo toccavano come si fa coi piedozzi lisi dei santi, in chiesa. Gente che non s’incula manco di striscio di solito, dico, gli uni e gli altri, verdi e disperati. Poi s’incazzano se li chiami tuguri. Gli abitanti dico. Ma bisogna dar pure una forma all’abbandono. E dovreste entrarci, voi tutti. E vedere la muffa pulsare come un cancro, sui muri. Vedere i fili elettrici spuntare come serpentelli velenosi. Vedere le stanzucce dove i bimbetti dormono in sei, come soldati, che invece dei pupazzi ci hanno la puzza di pesce fritto quando vanno a dormire. Vedere i capelli pettinati all’indietro coll’acqua soltanto, e lo scatafascio dei denti dentro le bocche, che l’unico metodo è radere al suolo e ricostruire, come in Giappone. Parlo di gengive, naturalmente.

E pensavo, tra le altre cose: ma guarda che strano queste proteste proprio ora. È una vibrazione verticale, signori cari, che gli arabi s’incazzano, i poveracci di Londra s’incazzano, mo pure gli yankees s’incazzano. E le televisioni ci sono. Eccome se ci sono. L’emulazione direttore, la scopiazzatura. Una delle leggi della storia.

Ed un’altra cosa: S. Elia, S. Michele, piazza Granatieri di Sardegna. Il problema non sono le facciate, nè le tubaglie, nè il pesce fritto. È che queste architetture degli anni ’60 pensavano di poter migliorare il genere umano. Altri tempi, altre fregature. Hanno invece prodotto alterità, reclusione, ombre. Le città e le amministrazioni funzionano come gli individui: abbiamo tutti una moralità tirata a lucido nel soggiorno di casa. Ma il cancro lo lasciamo a germinare nei ripostiglio, nel buio, vicino al cesso.

Mi viene voglia di aprirlo in via la Somme, il mio “Romeo e Giulietta”. Prezzi bassi, camerieri sboccati e quaderni da colorare per i bimbetti. Come nei ristoranti del mondo che comanda, barrallicco. Lo chiamerei “Piga su piccu e bai”, come nei matrimoni. E non farei una lira, probabilmente. I ripostigli vanno svuotati e gli oggetti devono trovare posto nelle stanze, trottolino.

A presto,

Carletto Infelici

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