[Lettere a Sancho] I cartoni di Woodstock street


Egregio Sancio,

 Il cielo muta la domenica in Woodstock street. In Novembre una spessa coltre di cotone nero grava sulle anime trottanti, a pochi metri dai colli smorti, avvolta invece a quelli elettrici, in una personale tempesta  che flette le gonne e stropiccia i calzoni.  Aprile spalanca le fauci e s’affoga con migliaia di bitorzoli bianchi sospinti dal vento. I tramonti in Luglio sono il dolore della sera, e quel cotone e’ ora inzuppato d’alchool, quasi dovesse disinfettare la citta’.  Basterebbe un cerino, pensi, alle volte.  Settembre non conosce cielo: e’ solo pioggia che viene dal vuoto.

 Qualcosa resiste, tuttavia, in questo angusto anfratto di Londra: il cartone. Le scatole. Le scatole di cartone.  Si Sancio, perche’ la domenica i negozi chiudono presto in Oxford street. La civilta’ anglosassone prende il respiro, guarda il soffitto, affonda un biscotto imburrato nel te’. Lunedi’ ghigna quando la luce viene meno e gli sbronzi calcolano con perizia quante birre ancora hanno in canna.  Si beve insomma, ispirati dalla tradizione o dall’oblio.  E le scatole di cartone accumulate  dal megastore Zara vengono ripiegate ed impilate per bene nel retro, fuori dalla scena. In Woodstock street, perlappunto.  Svaniscono nella notte, raccolte dalle fioche luci degli occhi cisposi, che i giorni ormai se li sono fottuti e vivono in un unico, esteso, sfocato susseguirsi di docce, strade, volti e polli fritti. Le iridi gli si spalancano una volta al mese, quando una puttana di Soho strapazza loro l’uccello fra gli spasmi ineffabili di un pompino industriale. Dentro n’altro.

Ma io ho incontrato delle anime, la domenica, sotto i cieli che passano e il cartone che resta, dietro le quinte di Woodstock street.

Peter è un fluido fascio di nervi irlandesi, occhi verdi stampati sul sorriso imperituro, come il vento nella sua Inishmore, isole Aaran. Ha un berretto rovesciato sul fagiolo e mani abili che studiano i fastelli con cura, immaginazione. Ha lasciato l’Irlanda quando questa era ancora la “tigre celtica”. Ora e’ tornata ad essere il gattino degli inglesi, pronti protagonisti nel bail out sancito dalla comunitàeuropea. Gira l’Europa, senza meta, senza orologio. S’e’ tuffato nella placenta informe dei giorni, pure lui. Lavora dove capita, come capita. Dubito ricordi il significato della parola ambizione. Dubito conosca il sangue della parola desiderio. “Viaggiare, conoscere, parlare, ridere. Ecco cosa importa, amico mio”, dice. Ed il tempo s’e’ dimenticato di lui. Mai appioppereste 38 anni a quel muso di marmocchio. Non ho avuto lo stomaco chiedergli come intendesse utilizzarlo, il cartone.

Matthew rantola e borbotta, sbranato dal vento. Un passepartout di catrame circonda le sue unghie di mostro, mentre tende la mano. Raramente ho denaro. Sigarette, sempre. Viveva nel Kent 13 anni fa’. Famiglia decente, sembra. Lavorava in una fabbrica di giocattoli. Troppo giovane, forse, quando una sbornia gli regalò una moglie e due gemelle. Lasciò casa dopo qualche anno. Per cercare fortuna nella capitale, pare. Poi l’alchool e la strada. E la strada, la strada. Il freddo non gli ha suggerito nessuna folgorazione religiosa. Il tempo per lui e’ una sentinella che randella le coste, se cerca d’alzarsi. “Ho freddo amico, ho freddo. Fa così fottutamente freddo. Niente ostello stanotte. L’amore amico mio. Lei ora sta con un altro, le ragazze non si ricordano nemmeno piu’ di me. Ho freddo, freddo, freddo”. Mi chiedo se regalargli le ultime sigarette e l’accendino sia stata una buona idea. Le sue lenzuola di cartone avvamperanno, una notte o l’altra. Sara’ l’istante in cui la sentinella lo avra’ finalmente abbandonato ad un lungo, tiepido sonno.

Gemma beve l’acqua che stilla dal bordo di una tenda retrattile. La sua gola tesa cerca il rivolo, i suoi denti bianchi mordono le gocce. Ha gli occhi chiusi, mentre danza sotto la pioggia. Gemma viene da Cromer, sulla costa, famosa per una fabbrica di polpe di granchio popolata ormai da soli polacchi. Cresce due figlie avute da un fallito ubriacone, balordo da pub che un tempo suonava la chitarra. Lavora in un negozio di scarpe per bambini e casa sua sa di talco, legno e caffe’ solubile. Quando il Mare del Nord si schianta sulla costa Gemma corre sul molo. Conosce a memoria le geometrie che le onde dipingono suicidandosi sui muraglioni. L’ho vista andar via, con un cartone sul capo, alla ricerca del suo hotel in Bond street. Era a Londra con la madre e le bimbe, perche’ vedessero il London Eye, l’acquario ed il museo delle scienze. Io l’ho vista bere la pioggia, nella fuga breve di un brivido, fra i ciottoli urlanti di Woodstock street.

Conosci l’ultimo, Sancio. Posa uno ad uno i suoi libri dentro le scatole risorte: “Istanbul to Kathmandu”, guida fuori commercio della Lonely Planet. Il viaggio sognato prima di conoscere la solitudine. Nietzsche, che non arrivando mai a nulla lo rese libero, seppure scrivendo da un ostello di vedove bigotte. Il Kaplan, che descrive la felicita’ come la naturale trasmissione della normalita’ e dell’equilibrio, di generazione in generazione. God bless America, amen. Eliot, perche’ solo l’umiltà e’ infinita. Borges, che un giorno mori’ fra le sue mani, in un labirinto di cera. Malatesta, napoletano cazzone, medico, vero come il fiume ed il sasso. Whitman, che gli insegno’ a confondersi nelle cose e negli uomini. Bobbio, per le mani rugose davanti al camino e la saggezza. E la pensione. E l’Italia.  Dostoevsky, che vide il novecento nelle strade e nelle sale da gioco. Terzani, Kapuscinsky e Fisk, perche’ il vero giornalismo è solo nel superamento del fatto.  Montale, perche’ riprese a scrivere per ricordare il suo insetto. Hemingway, perche’ il dolore ha bisogno di poche parole. Celine, perche’ la sintassi del mondo e’ la caotica, velenosa risata di dio. E tanti, tanti altri volumi svaniscono, sprofondano, insieme alle anime ed ai cartoni, prima che la luce venga, dietro le quinte di Woodstock Street.

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