[Sarroch] Nel Paese dei Moratti.


È una recensione tardiva questa. Tardiva perché il libro di Giorgio Meletti, giornalista economico de IlFatto Quotidiano, intitolato Nel paese dei Moratti, è uscito un anno fa. Dopo essere arrivato sul mio comodino, il libro si è messo diligentemente in fila (anzi in pila): eppure avrebbe dovuto avere, a buon diritto, la precedenza.

Sì, perché la storia ordinaria di capitalismo coloniale narrata da Meletti è una lettura urgente, come sono i gesti che seguono la scomparsa di una persona cara, soprattutto quando la morte arriva inattesa, sul posto di lavoro. Il 26 maggio del 2009 Daniele Melis (26 anni), Gigi Solinas (27) e Bruno Muntoni (52), operai di ditte esterne al servizio della Saras di Sarrochmuoiono dopo essere entrati in una cisterna. Nulla e nessuno ha indicato loro che dentro quella cisterna circola una miscela di gas (molto azoto e pochissimo ossigeno) in grado di dare la morte dopo qualche istante.

La narrazione di questa tragedia si intreccia alla storia della Sarasper alcuni mostruosa piovra divora ambiente e salute, benedetta dispensatrice di posti di lavoro e ricchezza per altri. Nello spazio che unisce e divide queste due visioni apocalittiche della raffineria si annida un cumulo contraddittorio di mentalità e psicologie che formano la prima e più necessaria condizione all’impianto di una cattedrale nel deserto.

Ma le urgenze e i bisogni di chi vive in terre affamate di lavoro (come la Sardegna) diventano valori necessari e non sufficienti al radicarsi di esperienze industriali come quella della Saras. Per ottenere il giusto impasto c’è bisogno di un capitalismo ancora rispettoso delle ispirazioni strategiche ottocentesche, strutturato intorno al dogma intoccabile della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Naturalmente – ci racconta Meletti -, perché tutto vada come deve andare, c’è bisogno della stordita incertezza delle classi dirigenti locali, dei silenzi del sindacato nazionale e della latitanza dei partiti di sinistra, penetrati in lungo e in largo dalle logiche finanziarie che hanno determinato – tra le altre cose – imponenti trasferimenti di ricchezza a danno del ceto medio e a beneficio di pochissime famiglie.

Meletti mette a nudo un mondo pazzesco, difficile da intravvedere se non si ha accesso al campo di informazioni che, solitamente, non passano sui media o lo fanno solo in modo piuttosto criptico.

Sarroch, osservata dalla prospettiva offerta da Meletti, è improvvisamente altra rispetto al paesino (ricchissimo) che conosciamo. Diventa un pezzo di storia del capitalismo italiano: il suo essere paese si scioglie nella narrazione di un sistema finanziario allo sfascio, quasi completamente disinteressato alla produzione di ricchezza perché tignosamente concentrato sulla conservazione di un potere fondato non sul merito, né sui risultati raggiunti.

La disgregazione di un sistema capitalistico e finanziario sembra coincidere col dissolversi dei vincoli comunitari di Sarroch, messi alla prova sia dai tassi di malattie polmonari (pericolosamente alti, scrive Meletti), sia dalle divergenti opinioni che gli stessi sarochesi hanno della raffineria.

L’identità del paese (e di tutto il territorio circostante) è agitata da un futuro che si profila sempre più nitidamente senza petrolio e da un presente ancora incapace di pensare a risposte occupazionali sostitutive.

Del resto, pensare ad un’alternativa non è semplice. La Saras fattura 5/7 miliardi l’anno (a fronte di un PIL sardo di circa 35). Fino al 2009 la Saras ha reso utili per una media di 120 milioni annui e stipendi per 67 milioni (distribuiti tra 1.300 dipendenti, più 800 occupati in ditte esterne).

L’Inter ha però pagato stipendi per 180 milioni nel 2008, registrando perdite per 905 milioni in 6 anni; Cifre, queste ultime, che giganteggiano sui 30 milioni che la Saras ha speso in 5 anni per la sicurezza degli impianti.

Meletti ci spiega che la Saras ha emesso nell’aria (nel 2007) 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, 1.330 tonnellate di ossido di carbonio, 4150 tonnellate di ossidi di azoto7390 mila tonnellate di anidride solforosa e poi 25 chili di arsenico, 16 chili di cadmio, 372 chili cromo, 1740 chili di nickel e 17 tonnellate di benzene, 233 tonnellate di PM10.

Sono cifre possibili in un mondo che ha preso forma all’ombra di mentalità e valori potenti: dall’urgenza di riscatto individuale, al culto ipnotico del “posto fisso”, dalle strutture decadenti del capitalismo assistito italiano, ai sogni di un universo di creatività che, anche in Sardegna, soccombe alle logiche corporative locali.

Discutere pubblicamente di temi come questi non è banalmente importante. O ci si confronta con la realtà che essi significano (magari per contestarla pezzo per pezzo), oppure si è destinati a restare così (come siamo stati, anche noi di questo blog): impassibili o, nel migliore dei casi, impotenti: a dar man forte ad un silenzio pesante, rotto solo dal sibilo di cinque vite che si spezzano.

[Piccola rassegna stampa incompleta]

Saras, il sogno e le ombre nella Sardegna dei pastori

Saras, cambio ai vertici: Greco è il direttore

Gli operai morti alla Saras imbarazzano la sinistra

Lunga scia di fumo nero dai camini della Saras

Saras, le colpe di una tragedia

Sentenza Saras, Moratti scrive ai dipendenti

Il Comune spegne le luci sul festival rock

Nuovo boom per le malattie professionali

Acqua bollente: ustionato un battelliere

Tre condanne e due assoluzioni per gli operai morti alla Saras

Moratti, la famiglia che si crede intoccabile

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Sindacati e politici: «Un verdetto che rende giustizia»

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One thought on “[Sarroch] Nel Paese dei Moratti.

  1. Anche l musica, i concerti, ha usato moratti per “coglionarci”. Complimenti Jemp, un pezzo amaro, ficcante e completo

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