[Kill the Nutrias] Intervista a Laura Mura


Laura Mura l’abbiamo intervistata ma è stato complicato, è sfuggente, inizia a risponderti ma si dilegua, non rispetta i paletti, si attarda nelle vie di fuga, coglie margherite in strade secondarie e poi torna sorridente, impossibile da arginare. É che pensa avanti, a qualcosa che è più in là. Forse potevamo capirlo dagli occhi, sicuramente dalla sua musica, che non è mai lì, in quel momento, perché quando credi d’averla afferrata eccola che sfugge qualche passo in avanti. È musica che succede.
Laura, se ci passi l’espressione il tuo disco (“il mio disco”) non suona, ma succede, dà più la sensazione di qualcosa che accade, sono fatti che accadono, all’inizio sono suoni, ma un istante dopo sono un’immagine, un’azione (vedi o senti voci che segnano un percorso e poi le percussioni ai lati del percorso fanno le loro cose). Ecco, se ci passi la definizione, è un disco sinestetico.
Vi passo tutto quello che volete, io ho fatto il disco, poi ognuno ha pieno diritto di sentirlo a modo suo…

Ok, abbiamo pestato una merda, però l’idea del disco sinestetico era figa, Lester Bangs non ci avrebbe mai pensato, Lester Bangs non aveva idea di che cazzo volesse dire, sinestetico.Tornando al tuo disco, sembra che dietro ci sia un gran lavoro di gruppo. Quanto c’è di improvvisato nell’album e quanto è sbattimento in sala prove?
Avete colto del lavoro di gruppo nel mio disco in solo e ho riso a immaginare me stessa intenta a “sbattermi” in sala prove da sola…è vero che ci sono vari ospiti, ma si tratta di un lavoro che è mio all’ennesima potenza.
L’improvvisazione c’è, ma solo come punto di partenza, come un brainstorming per ogni brano, poi sviluppato per strati di lavoro successivi.

Ok, ora siamo curiosi. Scegli un pezzo.

220405. Raccontaci com’è nato.

Sicuri?
Vai.

Cercare di spiegare a parole una cosa pratica può risultare pesante da leggere…
Non hai idea di cosa possano sopportare i nostri lettori. Vai, su. Non si fanno prigionieri.

Il processo di composizione è stato lo stesso per quasi tutti i pezzi, che nascono sempre da improvvisazioni vocali, dato che mi inibisce decidere a tavolino cosa fare e preferisco buttar giù del materiale in maniera istintiva per poi poterlo usare come materia prima, con spirito artigianale.
Su 220405 ho improvvisato inizialmente su una linea di chitarra di Stefano Menion Ferrari. Usando Reaper, ho registrato la prima improvvisazione su una traccia, poi, senza sentirla, ho improvvisato di nuovo daccapo su un’altra traccia; a questo punto ho cancellato la traccia di chitarra di partenza e ho registrato molte altre improvvisazioni su tracce diverse, avendo in ascolto solo le prime due tracce vocali che avevo registrato.

Dopo ho riascoltato le mie improvvisazioni, cancellando ciò che non mi piaceva e tenendo ciò che mi “ispirava”.

E di quello che hai tenuto, che ne hai fatto?
L’ho collegato a senso, dandomi alcune regole: volevo fare canzoni, quindi miravo a linee melodiche che avessero una certa struttura e che fossero “orecchiabili”; volevo mantenere una stessa nota finché non fosse davvero necessario cambiarla; volevo usare meno ingredienti possibile.
Si tratta di regole un po’ dettate dalla mia estetica musicale – ad esempio non usare l’elettronica – un po’ dalla voglia di fare qualcosa di stupido.
I miei pezzi all’inizio sono sempre vocali, non ci metto mai accordi, sono gli accordi a presentarsi da soli nella sovrapposizione delle mie melodie e io stessa li scopro solo quando ascolto insieme le tracce registrate: mi piace pensare che non sono io a comporre ma è la musica che si autocrea.
Ok, ci siete ancora o vi siete persi?

Scherzi? Non siamo mai stati tanto presenti a noi stessi. Continua dai.
Bene, tornando su Reaper, il passaggio successivo della creazione del pezzo è stato decidere con quale strumento suonare le linee melodiche inizialmente fatte con la voce.
Prima di tutto vedevo se potevo usare strumenti (anche giocattoli e oggetti) che avevo in casa o che potevo farmi prestare per suonarli da sola, ma se proprio non riuscivo a togliermi di testa che una parte dovesse essere suonata, che so, da un contrabbasso o da un trombone, allora invitavo i relativi amici suonatori di contrabbasso o trombone (perché anche quella di ospitare solo amici era una regola).

Ed ecco il lavoro di gruppo che avevamo colto. Chi ti ha accompagnato su 220405?
Qui ho ospitato al basso Sandro Fontoni, anzi Santo Fontoni, direi, e Riccardo Pittau, che ogni volta che sento quelle parti di tromba mi strappabudello (e poi mi immagino che quando arriva si alza la polvere come nel west, ma ha la tromba al posto della pistola e quando la impugna le note creano d’incanto un’atmosfera da circo dell’est gitano… va beh…).

A questo punto dicci qualcosa del testo, che ci incuriosisce, e il gioco è fatto.
Il testo l’ho scritto prima in italiano, poi ho pensato che fosse più divertente cantarlo in una lingua che sembra italiano ma non lo è e che per questo confonde un po’ le idee… così, in nome di Dracula di Bram Stoker, con cui ero fissata da ragazzina, l’ho voluto in rumeno e di conseguenza ho assillato Valeri Mogos, conosciuta nel bar in cui lavorava, affinché mi aiutasse a scrivere un adattamento del mio testo in rumeno e mi insegnasse a pronunciarlo correttamente…

Ottimo, davvero. Qua però ci vorrebbe una cosa per chiudere con questa domanda e passare alla prossima…ah si ecco, in Rumeno tutto finisce in “u” come in sardo, ci sta no?
Allora, che posto della Sardegna scegli? E come suona? E che pezzo scegli?
Ho la fissa di Bosa, per cui è inutile far finta che non mi è venuto per primo in mente bosa…ehm… facciamo così, anziché rispondervi vi dico che secondo me questa cosa non la dovete chiedere a me ma a Mauro Olivieri, inclusa la canzone, sua.

No no, un momento, ora devi dirci il pezzo, su.
ll pezzo di Mauro Olivieri si chiama Comente.

Comente, aspetta che lo cerchiamo così lo linkiamo… 

Ehm, non è ancora online però non è proprio possibile sceglierne un altro, ok la fretta degli internauti, ma attendere la maturazione di un frutto mi sembra una sana virtù che oggi più che mai agli umani fa bene coltivare. Quindi le nutrie possono annunciarlo e, parola di lupetto, i vostri lettori saranno avvisatissimi quando sarà giunto il momento. Anche perché ho promesso a Mauro Olivieri che collaborerò all’arrangiamento del pezzo e mi ha già mandato il materiale.

Ok, mi raccomando allora, aspettiamo notizie.
Intanto, questa è Bosa, finché Laura non ce lo manda, il pezzo immaginatelo da soli.

Grazie Laura, ora ti salutiamo, ma prima dicci dove dobbiamo andare adesso per sentire come suona la Sardegna, chi dovremmo intervistare?
A parte quelli che ho già nominato? Nick Rivera, Francesca Corrias, Alessandro Coronas, Milena Spada, Irene Nonnis.
Nomi ne potrei fare veramente molti, ma già li conoscete anche voi, no? Rossella Faa, Paolo Angeli, Antonello Salis, Francesco Sotgiu, Riccardo Pittau, Augusto Pirodda, Alessandro di Liberto, Manolo Cabras… però mi prende già il terrore di chi non sto nominando!!!

Ammazza, dovendone scegliere uno solo?
Sergio Sensi.

Ehi, questo non era nell’elenco di prima…
L’avevo dimenticato. É un vero personaggio. Intervistate lui, dai!

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