[Lettere a Sancho] La natura si fa regia, la regia religione: “L’albero della vita”, l’ultima pellicola di Terrence Malick.


Egregio Sancio Incisore Di Piagge Metafisiche,

 le due ragazzotte bubboniche che mi precedono attaccano la bigliettaia con piglio risoluto:

 “Due biglietti per la Famiglia albero.”

Dietro il vetro la ragazza risponde, senz’emozione: “Vuoi dire l’Albero della vita.”

“Si, si, quello. A che ora finisce? Bene. C’e ancora il treno.”

La pubblicita’, ho pensato, e’ per sua natura distorsiva.

 Ho fatto orario nel piazzale antistante la sala. Due bimbette danzavano nel sole morente, una colata di miele posatasi obliqua sul vasto arco che annuncia lo spazio di rifiorescenza metropolitana. Un elemento di architettura postmoderna che s’arrugginisce dopo pochi inverni, quasi che la periferia gli trasmetta l’infiammazione del decadimento.  Ma le marmocchie erano a loro agio. Si divertivano a piegarsi nella concavita’ dell’arco,  piccole lucertole attirate dal calore e dai misteri della geometria. Papa’ e mamma cullavano il terzo infante, inchiavardato in un passeggino. Le ultime luci del crepuscolo graziavano anche il ghiaccio del loro sidro on the rocks.

 Anche loro, le bruttarelle di quartiere e la famiglia d’immigrati caraibici, sono luminosi caratteri nella bibbia biologica di Terrence Malick, tremule foglie sbocciate in qualche ramo lontano dell’infinito “Albero della vita.”

 Certo la mandibola Actor studio di Brad Pitt e la venerea delicatezza di Jessica Chastain veicolano meglio il messaggio. Ma questa e’ una debolezza cui Malick, baccalaureato in filosofia  ad Oxford ed Harvard, non ha mai saputo rinunciare. In “Badlands” l’eroe anarchico era un giovane Martin Sheen (“Ma sai che somigli a James Dean, ragazzo?!”). In “Days of Heaven” Richard Geere, che con grande sorpresa dimostro’ perfino di saper recitare. Nella “Sottile linea Rossa” i bei grugni si sprecano: Cavaziel, Travolta, Penn, Cloney e molti altri. I significati cinematografici del misantropo americano s’incarnano sempre nelle fattezze di esseri umani benedetti dal dono della bellezza. Cosi’ come le azioni si svolgono sempre nella terra e nel tempo dell’innocenza, quando l’America ancora non si presentava al mondo come un’affilata, tecnocratica potenza spalmata sul pianeta. E’ il tempo dei sudori texani di un adolescente Malick, e’ il tempo delle “Foglie d’ Erba” di Whitman non ancora tosate dalle responsabilita’ globali dell’impero democratico.

 Il tempo del racconto cinematografico si sposta “naturalmente” fra passato e presente, mosso dalle sinestesie di un tribolato Sean Penn, architetto ipocondriaco imprigionato nei vetri e nell’avidita’ sociale del tempo presente. Incastonati nel suo flusso di coscienza la tragedia parentale della morte in combattimento di suo fratello minore, il capitolo paleontologico che va dalla nascita del cosmo all’estinzione dei dinosauri, passando per l’agglutinazione dei mitocondri, e le vaste, serene, metafisiche, oltremondane immagini corali dell’epilogo. Nella sua memoria il miglior trattato di psicologia infantile-adolescenziale che mai la cinepresa abbia raccontato. Insieme ad “Amarcord”, di Fellini.

 Mr. e Mrs. O’Brien (Pitt and Chastain) sono le archetipiche biologie del maschio e della femmina piantati nei luminosi anni ’60 della cittadina di Waco, Texas. Bibliche, darwiniane rappresentazioni dell’aggressivita’ e dell’amore, della lotta per la sopravvivenza e della pace del grembo, dell’arte come conquista (Pitt e’ un mancato pianista) e della natura come artistica possibilita’ di pacifico oblio. I bisbigli heideggeriani fuori campo, ormai un classico dello studente Malick, lo mettono in chiaro fin da subito: si puo’ vivere secondo Natura o secondo Grazia.

 Le meravigliose orecchie a ventola del piccolo Jack (Hunter MacCracken) cercano, nelle lunghe giornate dell’epopea estiva texana, l’equilibrio nelle discordanti modulazioni che le due diverse didattiche gli propongono: i ceffoni spietati ed egoistici del Padre o i profumi, le bianchezze ed i vestiti a fiori della Madre. L’amore e l’antagonismo con il fratello minore, la morte di un amico, le domeniche in chiesa, la violenza dei criminali, e l’orrore degli storpi, il piacere della violenza, gli istinti patricidi, quelli incestuosi, le famiglie che si scannano al crepuscolo, o a tavola, le bande di amici, i pruriti fra i banchi di scuola etc, etc, etc. Fermati un attimo Sancio, e troverai, nella tua specifica forma, un microcosmo estivo come quello raccontato da Malick. In quei giorni veniamo plasmati per sempre.

 Malick ha girato esclusivamente con luce naturale, e l’estetica dei movimenti di camera e’ “memoriale”. Esiste un profondo tentativo sensoriale, “proustiano” nella regia. Gli innumerevoli oggetti, gli ostinati primissimi piani spingono l’immagine al limite delle possibilita’ artistiche. La regia di Malick vuole diventare natura. La grazia vuole diventare Natura. A questo si deve forse la lunghissima sequenza della “Genesi”, mezzora di stupendi effetti speciali di Douglas Tumbull, il medesimo compagno di merende visionarie di Kubrick in 2001. Il realismo scientifico delle cosmogonie e le aspirazioni religiose disegnano il passepartout entro il quale la vicende umane e familiari si agitano. Qualcuno ha rimarcato, con acume: “L’albero della vita e’ il film che la divinita’ bambina dell’ultima scena di 2001 avrebbe girato se fosse tornata sulla terra.” Kubrick e Malick non condividono soltanto l’ossessiva perfezione dell’immagine, il ristretto numero di film girati ed il terrore e la ripugnanza per le folle volgari di Holliwood.

 Non sono rimasto inchiodato ai titoli di coda come mi accade quando lo stupore mi impedisce di lasciare la poltrona. Fuori, una delle spettatrici, una racchietta fasciata da un brevissimo vestito leopardato, dava riposo ai piedi, levandosi il cilicio dei tacchi a spillo. Insolitamente faticoso, ho pensato, per un viaggio cinematografico lungo due ore.

 Presto guardero’ per l’ennesima volta “La sottile linea rossa”, solo per arrivare alla semplicita’ e la potenza che quel germoglio, insieme ai canti malaisiani, trasmette alla fine della pellicola. Malick ha trovato la perfezione nel racconto dell’Uomo. Descrivere Dio e’ impresa artisticamente pericolosa. Dante, piu’ furbo,umile ed ignorante, si fermo’ un attimo prima.

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