[Lettere a Sancio] A Duemutande.


Egregio Sancio Governatore d’Isole,

tornare con l’ultimo treno della notte significava incontrare Duemutande.

Plaistow road e’ deserta per quelle tacche del quadrante. Davanti alla stazione puoi trovare qualche ombra che attende il bus. Salira’ con disinvoltura soffiando la carta di viaggio sul lettore magnetico, davanti alla cabina dell’autista. Il lumicino rosso canticchiera’ al mondo che no, gli ultimi spiccioli se ne sono andati nella porzione large di kebab . Ma sono campioni dell’ondulazione delle spalle e della falcata felina, Sancio. Traversano la fusoliera come fosse l’andito di casa, immersi nella frittura dei timpani. A questo punto il freddo e le piogge invernali, i tempi lunghi delle brezze estive dipendono solo dal cuore e dalla stanchezza dell’autista. O dal suo orientamento politico. O dalle dimensioni dell’ombra. O dalle lame degli occhi. Dell’ombra.

La City brilla lontano, allungando le sue radici nell’oscurita’ della periferia. Si spegnera’ al mattino, dopo una lunga, silenziosa, perversa notte di fotosintesi.

 Qualche passo piu’ in la’ ronfa l’unico sportello che non ti fotta una sterlina e mezzo per il ritiro del cash. Molte volte le ombre dei bus sono costretti a percorrere tutto il tratto per pagare le due sterline del viaggio. Sono 300 metri in cui le voci di gomma spargono il cielo delle piu’ clamorose bestemmie contro il genere umano. Tacciono solo arrivati al bancomat, per dare un’occhiata in giro, piu’ volte, prima di sudare freddo davanti alle operazioni sullo schermo. A volte qualche anima gentile tappa la fessura di rilascio del contante. Passano a ritirare al mattino. Illuminati dalla City e piantonati dalle anime gentili: non si ha un bel rapporto col denaro, in periferia, Sancio.

 Hairy sta decrocifiggendo il kebab. Gli fo un cenno con la mano. Risponde. Un anno fa, pochi passi dopo aver lasciato le stanze fumanti del “Tizio Grasso” e’ stato assalito da due tangheri in cerca di un telefono nuovo. Gl’han scarabocchiato una firma barocca all’angolo delle labbra. Spera sempre di rincontrarli, o di ricevere notizie dalla polizia. Sara’ per questo che con le ombre comunica, con eloquenza devo confessare, per monosillabi. Il “Tizio grasso” ha il miglior baklawa di tutto l’East End.

 Nell’intersezione con Geere road, una piccola isola di cemento ospita qualche arbusto, nutrito da piogge sporche e scoli di birra. Col bel tempo i pakistani s’intruppano per sbevazzare e bagnarsi nei venticelli di maggio. In un angolo d’occidente, posseduti dal gin, ritornano nei loro villaggi lontani. Incredibile il potere di un batuffolo di sterpaglie.

Nascosti alla strada e alle loro origini mollano gli ormeggi per perdersi nelle derive dell’emigrazione. Ci siamo nascosti anche noi negli stessi angoli, Sancio: Stati Uniti, America Latina, Paesi bassi, Germania. E quei venticelli scompaginano i volumi della storia, senza scriverci niente.

 E’ dopo aver passato i pakistani che a quest’ora, di solito, m’imbattevo in Duemutande. Anche le volpi hanno i loro affari da sbrigare.

 Il primo incontro con Duemutande non ‘ stato dei piu’ cordiali. Era settembre e l’estate sgocciolava ancora notti stellate, buone per un bicchiere di vino e qualche paglia, i secchi contro l’incendio dell’insonnia.

 Arrivato in cucina e aperto il frigo sentii un rumore di ravanamento filtrare dalle fessure delle finestre. Non che ci fosse nulla di valore in giardino. Ma sai, paura e difesa territoriale. Afferrato lo scopettone  m’avventurai verso la porta. Dai vetri non era possibile scorgere nulla. Il rumore saliva perpendicolare dalla zona cieca sottostante.

Preso coraggio, afferrata la maniglia, mi tuffai in giardino come un barbaro vendicatore, strillando: “ MOTHERFUCKER!”

Rimasi impalato per qualche istante a fissare, contraccambiato, gli anabbaglianti ammaccati di un canide. Avevo esagerato. Era solo Duemutande che frugava nei sacchi della monnezza. Cionondimeno Sancio, l’onore e’ l’onore, e caricato lo scopettone nel migliore dei miei dritti in top-spin, gli rifilai un passante lungolinea nel culo. Tutto scagazzato il porello schizzo’  via claudicando verso il pertugio nello steccato dal quale era entrato. Il giardino era cosparso di bucce di banana, avanzi della mia pasta al parmigiano e della biancheria intima della mia coinquilina francese. Troppa roba da fare.

Ciucciato il vino e stremate le cicche me ne tornai a letto.

Solo l’indomani scoprimmo che, fra i pezzi stesi ad asciugare, mancavano le mutande preferite della sguadrina francese. Un rarissimo esemplare di culottes pizzate di nero.

Nacque il nome Duemutande e con esso il mio profondo rispetto per l’accattone notturno.

 Qualche tempo dopo, preso dai fornelli e da una ballata di Chopin, vidi una figura agitarsi in giardino. Scolati gli spaghetti, misi da parte una piccola porzione, cospargendola d’olio e parmigiano. Quando uscii in giardino Duemutande s’era dileguato. Lasciai la pasta in prossimita’ della fessura nello steccato e mi dedicai all’inforchettazione degli spaghetti. La mattina seguente il piatto era vuoto.

 Nelle mattine di dicembre trovavo il drappo nevoso del giardino inzaccherato dalle orme.

I piatti di spaghetti all’olio e parmigiano sparivano nella notte prima che la neve li ricoprisse o il gelo li rendesse spicevoli alle povere gengive di Duemutande, per niente un esemplare buono per l’aristocrazia britannica. Le metropoli si svaccano, e le belle anime della campagna ne rimangono intrappolate, sgrigendo nel colore e prendendo a sentire la prossimita’ delle ossa alla pelle come mai in passato. L’asfalto e’ piu’ duro, per questo genere di zampe.

 La notte del 31 dicembre tornai da lavoro alle 9 di sera. Il giorno dopo sarei entrato alle 10 del mattino. Cosi’, fatta scorta di vino, me ne stetti a piluccare il parmigiano portato dalle vacanze natalizie in Italia. Il tempo era il ronzare del frigorifero. Non un ticchettio, ma il vibrare rettilineo della noia. Qualcosa che si avvicina ad una piu’ onesta percezione del tempo. Non m’andava nemmeno d’ascoltare le notizie, o la stazione di musica classica, o quella di tango. Fuori Londra scintillava e scoppiettava e trasaliva. Uscito a fumare una sigaretta, me lo trovai la’, Duemutande.

 “Ehi uaglio’!” Tutto bene? Anche tu alternativo per capodanno, eh?”

Stavo mezzo ‘mbenzinato.

“Non vai a vedere i fuochi sul Tamigi? No eh? Manco io. Cazzo mi fotte uaglio’.

Mica niente da dire. O ci stai dentro o ci stai fuori. Il branco dico. Le volpi stanno in branco? Mica lo so. Comunque…spetta un po’ che c’ho il parmigiano fresco che mi ha dato mia madre. Grandonna. Nun te move gumpa’.”

 Avevo un po di pasta in bianco in frigorifero appartenente a qualche giorno addietro, che avevo accantonato nella speranza di combinarla ad un sugo che non aveva poi preso forma.

 “Come piace a te gumpa’, spetta un po’, mo te la scaldo.”

Mica si muove Duemutande. Mi sa che ha capito. Do una botta al microonde, uno schizzo d’olio e un’innevata di parmigiano, di quello buono.

 Se se stava in diparte il porello, tutto infracidato dalla neve, zozzo che qualche macchina doveva avergli spiattellato la mota sul groppone mentre sfrecciava lungo il marciapiede.

 “Stai tranquillo uaglio’. Nessun problema. Mo ti lascio il piatto da una parte. Tu te lo mangi, io m’appiccio una cicca e ce ne stiamo in pace. No problem mate.”

 Poggio il piatto, Duemutande far per scattare, ma poi si trattiene. Ha fame lo stronzo.

Mi ritraggo, poggiandomi sul gradino della porta che da sul giardino.

 “Mangia uaglio’. E’ buono. E’ capodanno, devi festeggiare pure tu.”

Duemutande esita, mi guata, si tuffa negli spaghetti.

 “Guarda, te lo dico, la periferia non e’ poi cosi’ male gumpa’. Certo, il boccone te lo devi cercare. Devi scarpinare, voglio dire. E’ di questo che la gente ha paura. Metti il tuo caso. Uno degli amici tuoi qualche mese fa ha sbranato due bimbetti, il fetente. Da qualche parte a nord, in una di quelle cittadine dove ci sono solo fabbriche e pubs. Presente? Comunque, i giornali ci hanno scritto a tutto spiano e voi adesso state ‘nguaiati. A proposito, occhio dove capiti che ti prendono a calci nel culo. E scusa per la scopettata. Sai, non ti conoscevo mica. Ma poi ho apprezzato l’affare delle mutande. Comunque, ti dicevo, la stessa cosa capita agli uomini. Che la citta’ ti respinge lontano, e se ci stavi in mezzo t’incazzi, e se ci stavi fuori t’incazzi lo stesso, quando arriva. Non ce modo di starsene in pace. O meglio, ci vuole fortuna uaglio’, e coraggio. Io qua sto un altro po’. Poi me ne vado, taglio la corda. Vado dove le citta’ stanno lontane, cosi’ lontane che le persone nemmeno le sanno sognare.”

 Manco mi s’incula Duemutande.  Sbrana gli spaghetti, a testa bassa.

 “Duemuta’, io domani m’alzo presto. Tu finisci la pasta. Ce lo dico a mia madre che l’ho mangiata in compagnia. Sii gruoss uaglio’.”

 Ho continuato a lasciargli gli avanzi a Duemutande. Mica se li pigliava sempre. Qualche volta me li faceva buttare, che doveva aver cambiato ronda.

La neve poi ha lasciato spazio alle piogge, le piogge al vento, le nuvole e agli sbagli d’azzurro. Le nuvole al sole. Le notti sono diventate dolci come il sogno d’andare. Ci siamo fatti delle belle chiaccherate io e Duemutande.

 Abbiamo parlato di cosa succede in medioriente, dei casini a Trafalgar Square, del centro di Londra che lui non ci si avventura mai, del lavoro al ristorante, delle donne, degli amici, del tempo, dei bordelli d’Africa che lo sa che io ci voglio andare. Il piu’, il meno. Pure di te, Sancio. Spesso di te. Lui sguazzava fra gli spaghetti all’olio, il piu’ del tempo.

 L’altra sera passo i pakistani, fo qualche metro e vedo un fagottino, dove l’albero affonda le radici nell’asfalto. I lampioni lo bagnavano d’ambra.

Me lo sono ritrovato li’, Duemutande, che mi guardava con gli anabbaglianti ammaccati delle pupille. Un tremolio gli attraversava il corpicino smagrito. I dentini affilati erano attraversati da un rivolo di sangue.

 “Che ti succede uaglio’?! Che hai fatto?! Che t’hanno fatto!? Duemuta’…Duemuta’…”

Ho cercato di toccarlo, ma lo smilzetto s’e’ messo a digrignare, pur non sollevandosi da terra.

 “Sta tranquillo Duemuta’. Mo ci penso io. Non ti muovere, sta qua. Ti piglio l’acqua, una coperta. Ti piglio gli spaghetti. Non ti muovere.”

 M’arrampico per le scale di casa, dritto in camera. Aggancio l’asciugamano. La bottiglia d’acqua. Torno fuori. Faccio la strada a ritroso. Sta ancora la’. Mi chino.

Duemutande e’ immobile. Non trema piu’. Le biglie degl’occhi sono illuminate solo dal lampione.

 “No!No!No! Duemuta’! Cazzo fai Duemuta’! Che t’hanno fatto! Chi e’ stato?!Hei! Gli spaghetti! Duemuta’…svegliati imbecille…chi e’ stato? I pakistani?Gli stronzi della casa di fronte? Duemutande! No! No! Scusa Duemuta’…scusa…scusa…non e’ sempre cosi…c’e’ pure gente per bene…c’e’ Sancio…ci sono i bambini…Duemutande…no…no…”

 Ho preso una padella dalla cucina e son tornato. Duemutande giaceva immobile sotto l’asciugamano. West End Park sta un tiro di schioppo.

Ho grattato l’erba con la padella, illuminato dal crescente, sotto una betulla non lontano dai campi da tennis.

 La signora indiana della casa accanto ha bussato alla porta, due giorni dopo. Aveva in mano le mutande di pizzo nero.

 Non guardo e non saluto piu’ nessuno, da qualche tempo, quando scaricato dall’ultimo treno della notte discendo Plaistow road, verso casa.

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