In memoria dell’Unità d’Italia.


COS’È UNA NAZIONE?_

Le nazioni naturali non esistono. Lo stesso concetto di nazione nasce a fine Settecento tra i salotti della borghesia europea e nella dissidenza anti-coloniale americana. In seguito si diffonde lungo tutto l’Ottocento attraverso vasti strati di quello che un tempo si sarebbe chiamato ceto medio riflessivo. La fioritura della nazione è possibile grazie all’estenuante e meticolosa opera di propagazione promossa da centinaia di speakers nazionalisti in tutta Europa. I nomi degli inventori di queste nazioni sono noti: Macpherson per le Highlads scozzesi, Herder per la Germania, Manzoni per l’Italia, Scott per l’Inghilterra, Thierry e Guizot per la Francia ecc…

La nazione cioè è una costruzione ideologica, un marchingegno redatto a tavolino da un ceto intellettuale mosso da motivazioni ideali eterogenee in un dato momento storico. Ragion per cui non ha senso parlare di nazione riferendosi ad epoche precedenti. Benigni affermando l’italianità dell’antica Roma dice una cosa che non ha nessun senso; così come è di una ridicolaggine imbarazzante l’uso che i leghisti fanno della storia dei Celti o di quella dei Comuni in lotta contro il Barbarossa; o che gli indipendentisti sardi fanno di Elenora d’Arborea, della storia giudicale, di quella della civiltà nuragica ecc ecc.

Siamo nel campo delle ingegnerie storiche, finalizzate a sostituire la storia con ricostruzioni fondate sul sentimento e l’emozione irrazionale. Ragionando e studiando, invece, si scoprirebbe che la tanto mitizzata civiltà giudicale era una società servile, dove il figlio di un servo non apparteneva ai genitori, ma al padrone dei genitori; si scoprirebbe che la dinastia giudicale di Arborea era di cultura catalana e che la loro ribellione non può certo essere inquadrata nell’ambito di una rivolta “nazionale”, quanto piuttosto di una lotta di una casa dinastica contro un’altra (senza dimenticare che furono gli Arborea a chiamare in Sardegna i Catalani, aiutandoli a sconfiggere i Pisani e a conquistare l’isola).

La Nazione italiana venne costruita così: Dante, Buonarrotti, i vespri sicialiani, il Carroccio, la Roma classica: tutto venne cucito insieme a formare un continuum chiamato poi Storia d’Italia. Ogni passaggio di questa storia millenaria veniva letto cercandovi dentro i segni del sentimento nazionale. Ma fu una forzatura indubbia: in età romana o al tempo di Dante il sentimento nazionale italiano era presente quanto l’ufo di Goldrake.

IL PROBLEMA DELLA CONQUISTA MILITARE DEL SUD _

La guerra tra Nord e Sud nell’ambito del Risorgimento è stata una guerra tra Stati. Tra la classe dirigente sardo-piemontose e quella borbonico-romana, o almeno quelle sue componenti contrarie alla liquidazione del Regno di Napoli e del potere temporale del Papato.

Questa guerra adesso è usata da molti come argomento di propaganda anti-italiana:Hai visto com’è nata l’Italia? Da una guerra del Nord contro il Sud!”Io non potrei mai festeggiare una cosa del genere, l’oppressione dei Savoia che hanno massacrato migliaia di persone!”

Retorica anti-italiana, con un tasso di moralismo che ci lascia costernati. Tutti questi moralisti della storia che gridano allo scandalo si dimenticano che  non esiste uno stato nazionale nato senza una guerra di conquista di mezzo.

Le monarchie cristiane di Spagna hanno cancellato un’intera civiltà, quella andalusa, per portare a termine la loro Reconquista e forgiare, nel sangue e con la spada, la civiltà iberica: cattolica, intollerante e “pura”.

La Francia e l’Inghilterra si sono combattute per 100 anni, fino a quando hanno deciso di starsene ognuna a casa propria. E quando l’hanno fatto, gli Inglesi, trovandosi tra i piedi un re troppo antiparlamentare, han deciso di tagliargli la testa, dopo avere vinto con gli eserciti una “gloriosa” guerra civile. I francesi con la celebre rivoluzione dell’89 prima si sono ammazzati allegramente tra loro, poi hanno esportato la rivoluzione (a suon di occupazioni militari, conquiste e spoliazioni) in tutta Europa.

La Prussia ha fatto in Germania quello che la Sardegna ha fatto in Italia: cioè ha creato l’Impero Germanico con la cultura e con la guerra. La Russia contemporanea nasce da una delle più grandi rivoluzioni della storia, che gronda anch’essa del sangue di migliaia di morti.

Per finire, negli stessi anni in cui si realizzava l’unità d’Italia negli Stati Uniti si combatteva una guerra fratricida  ( e di una violenza sconcertante) tra il Nord e il Sud: e non era la lotta per la liberazione dei neri, ma quella condotta per imporre un modello di sviluppo (industriale-protezionista, al Nord) a discapito di un altro (agricolo-liberista, al Sud).

Cioè: la storia della costruzione dello Stato italiano è perfettamente inserita all’interno di un quadro internazionale, rispetto al quale presenta fortissime analogie. Stando al ragionamento che molti fanno, i francesi, gli americani, i tedeschi, gli inglesi e gli spagnoli nessuno di loro dovrebbe festeggiare la propria unità, poichè nata dal sangue e dalla guerra. Ma è ovvio che, come per il resto del mondo, anche per l’Italia il processo di costruzione nazionale non è stato solo sinonimo di violenza.

Esiste, oltre l’oceano di moralismo che ci circonda, una complessità fatta anche di slanci fortemente positivi che una lettura moralistica della storia non permettono di scorgere.

QUAL’È LA COSA PIÙ LAICA CHE L’ITALIA HA FATTO?_

Ci si dimentica spesso, troppo spesso in questo Paese senza memoria (e che conosce pochissimo la sua storia, anche se ne parla tantissimo), che l’unità d’Italia è stata possibile solo grazie alla distruzione del potere temporale della Chiesa Cattolica.

Lo stato della Chiesa è stato da sempre il principale ostacolo all’unità d’Italia: una unità che ha portato alla costruzione di istituzioni laiche, dove l’istruzione pubblica è stata sottratta al monopolio ecclesiastico e gestita da insegnanti laici. Lo stato della Chiesa, per questi motivi e moltissimi altri, è stato uno dei finanziatori della guerra detta contro il brigantaggio: la grande aristocrazia nera filo-papista investì moltissimo per cercare di rovesciare l’unità appena raggiunta.

L’Italia del Risorgimento ha strappato gli italiani dalle cure imposte e non scelte della Chiesa, ha rotto un’egemonia millenaria, e soprattutto ha liberato la Chiesa dalla sua condizione di Stato, restituendola alla sua natura originaria, quella di organizzazione preposta alla cura di affanni spirituali.

È stato necessario un regime totalitario come quello fascista di Mussolini per rimettere le cose in “ordine”. Con il concordato Mussolini ha restituito la società italiana alla Chiesa: è nel 1929 che il cattolicesimo diventa unica religione di Stato e che i crocefissi vengono affissi per ordine del governo in tutte le classi scolastiche e nelle aule di tribunale. Lo Stato liberale nato dal Risorgimento non avrebbe mai permesso un abominio del genere.

Quando poi la Costituente votò la nuova Costituzione repubblicana, la Democrazia Cristiana riuscì a conservare il Concordato fascista con la chiesa Cattolica grazie al voto determinante del Partito Comunista. Negli anni ’80 il socialista Craxi rinnovò il Concordato inserendovi (col contributo fondamentale di Tremonti) quella autentica truffa che è l’8 per mille.

L’esito di questi cedimenti è sotto gli occhi di tutti. Ecco perché ricordare oggi il Risorgimento è importante: la celebre frase di Cavour “libera Chiesa in libero Stato” è di un’attualità drammatica e costituisce come non mai il nucleo fondante di un programma di sviluppo della nostra convivenza civile.

I SARDI DOVREBBERO FESTEGGIARE SA DIE DE SA SARDINIA? MA PERCHÉ?_

Molti indipendentisti sardi dicono che non festeggeranno l’Unità d’Italia. Loro festeggeranno Sa Die de Sa Sardinia. Cioè, bontà loro, vogliono festeggiare una rivoluzione restauratrice, promossa dai ceti privilegiati sardi che scacciarono i Piemontesi, rei di erodere la loro organizzazione istituzionale fondata sul feudalesimo.

Cioè vogliono festeggiare i baroni e il feudalesimo. Se i nobili sardi scacciarono il viceré non lo fecero certo per “il popolo” o per affermare i principi della rivoluzione francese, quanto per ripristinare i loro privilegi di antico regime, quegli stessi privilegi che la rivoluzione francese stava velocemente smantellando in tutta Europa.

Non è affatto un caso che la rivendicazione autonomistica venga inoltrata ai piemontesi dopo che i sardi hanno sconfitto l’esercito di invasione francese che, nel 1793, cercava di portare la Sardegna sotto l’egida della rivoluzione.

Quindi, dalla parte dei baroni. Bene. Contenti voi! Quando la componente del partito patriottico guidata da Gio Maria Angioj radicalizza le sue posizioni e accoglie le richieste della borghesia rurale sarda tese ad una riforma in senso anti-feudale del regno, la gran parte di coloro che aveva scacciato i Savoia, si riposiziona al loro fianco e insieme schiacciano il tentativo angiojano. Angioj e i suoi, battuti, sono costretti alla fuga. E non a causa dei Piemontesi: sono gli stessi sardi che li cacciano e li reprimono.

Gavino Sale e gli altri nazionalisti sardi vogliono festeggiare questo?

PERCHÉ IL NAZIONALISMO (anche quello italiano) È UN PROBLEMA?

Il problema dei nazionalismi è che sono settari, geneticamente razzisti ed esclusivisti. Tendono ad esaltare – spesso incosciamente – la componente etnica (con espressioni del tipo la Sardegna ai sardi): sono logiche per le quali l’individuo acquista valore in quanto sardo, e non in quanto capace, meritevole, talentuoso.

Non ci sono più persone, responsabili individualmente, ma sardi, spagnoli, italiani, piemontesi, etnicamente distinguibili. La stessa autonomia d’antico regime viene da molti nazionalisti sardi esaltata in quanto sarda, in quanto nostra.

Si dimenticano, però, (o non sanno) che quell’autonomia faceva della discriminazione religiosa un dovere costituzionale, che faceva della differenza davanti alla legge un diritto per gli aristocratici e i religiosi, che faceva del dominio dell’uomo sull’uomo un diritto intangibile perfino dal sovrano.

IL RISORGIMENTO DISTRUTTO_

Il Risorgimento è stato distrutto quasi subito dai suoi stessi nipoti. Prima di Gramsci tutto il meridionalismo del secondo Ottocento lo metteva già alla sbarra. Poi, nell’arco del Novecento, l‘internazionalismo cattolico da un lato, quello comunista dall’altro hanno finito l’opera, cancellando con una poderosa operazione culturale ogni sentimento patriottico dalla sensibilità italiana.

In questo vuoto pauroso è cresciuta la Lega e sono cresciuti gli egoismi indipendentistici regionali, che oggi propongono in alternativa all’Italia brutta e cattiva, piccolissime patrie etniche e intolleranti.

Il recupero del Risorgimento è iniziato con la presidenza Ciampi: ma ha assunto per lo più un carattere apologetico, acritico, giocato sull’emozione e l’irrazionale. E non ha funzionato.

Il Risorgimento andrebbe messo a nudo, anche nei suoi limiti, nelle sue debolezze, così come nelle sue grandiosità. Ma senza moralismi o strumentalizzazioni partitiche.

Il Risorgimento non è stata una rivoluzione meno progressiva di altre: pur tra mille contraddizioni ha svolto un importante ruolo di educazione etico-civile per milioni di persone, ha offerto risposte in termini di democrazia, cittadinanza, istruzione, emancipazione socio-economica.

Nel 1961, cento anni dopo l’Unità, l’Italia conosceva il boom economico: la cultura diveniva un fattore di massa. Anche i figli degli operai, dei contadini, dei sottoproletari potevano andare all’Università.

Tutto ciò nella società borbonica, in quella Sarda dell’autonomia di antico regime sarebbe stato semplicemente impossibile.

COMPETERE CON LO STATO-NAZIONE_

In conclusione, per me, lo Stato-Nazione non è una risorsa  o un obbiettivo, ma un limite, un ostacolo da superare. Ha avuto una sua utilità, ma non è più capace oggi di rispondere alle esigenze diffuse a livello globale.

Probabilmente un’ipostazione spinelliana mi porta ad essere istintivamente oppositore di ogni tentativo di fondare una nuova religione, con i suoi testi sacri, i suoi santi/eroi, le sue narrazioni bibliche, la sua retorica mistica, il suo linguaggio millenaristico. E contro la trasformazione del suo popolo in fedeli che, indisponibili a qualsiasi verifica razionale, credono in quello che non c’è, appunto perché sono fedeli, resi ciechi dalla loro fede irragionata.

Sono per la Riforma religiosa, per una verifica diretta delle fonti: senza sacerdoti della politica. Siamo laici. E sappiamo bene che la critica mossa dai leghisti e dagli indipendentisti sardi contro l’Italia è giocata tutta sul terreno dello stato-nazione, in cui quest’ultimo non è un mezzo, ma il fine. Essi propongono una cura vecchia, superata, inadatta.

L’indipendenza come mito, come soluzione, come palingenesi. L’irriducibile opposizione ad un progetto di questo tipo sta tutta qui, per coloro (come me) che invece ritengono che sia doverono impegnarsi per il superamento dello Stato-Nazione, a favore di un federalismo trans-popolare e municipale, dove all’Europa della patrie, si sostituisca l’Europa dei popoli.

2 thoughts on “In memoria dell’Unità d’Italia.

  1. bellissimo Jemp, veramente. Un’analisi profonda e disincantata, un piacere da leggere. La tv e i giornali sono sempre pronti ad una semplificazione da rosticceria, la storia d’Italia come “un pollo da ritirare all’una così non cucino”. La scuola italiana spesso ci catapulta nella prima guerra mondiale per la fretta di firmare programmi ministeriali. Non siamo certo esenti da colpa, è un dovere approfondire e studiare. Ci riempiamo la bocca di Costituzione e non conosciamo il valore che anche una concessione reale come lo Statuto Albertino ha rappresentato nel 1848.Etc etc..
    Insomma, grande Jemp, grande Barralliccu!

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