[Fuoriusciti] – Quid pro quo, Clarice


So che i pastori sardi stanno protestando. Per tante cose.

So che protestano perchè sta scendendo il prezzo. Del latte, del formaggio o di entrambi. Non so bene per che politiche economiche.
Quali direttive europee. Quale strategia nazionale. E mi interesserebbe saperlo. Qualcuno mi aiuta? In cambio vi dico quello che so io. Quid pro quo, Clarice. Magari è pure roba sbagliata. Motivo in più per dirla. Se sbaglio mi corriggerete.

So che c’è un’azienda in Romania che si chiama Lactitalia. Produce pecorini. Mozzarelle. Ricotte.

So che Lactitalia è controllata dalla rumena Roinvest Srl per il 70,5% e dall’italiana Simest Spa per il 29,5%.

La Roinvest Srl è una società rumena. La Roinvest è di proprietà dei Fratelli Pinna. Andrea e Pierluigi. Primi produttori caseari sardi. Il primo è presidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Sardo. Il secondo è consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità dello stesso formaggio.

Stop. Controllore e controllato sono fratelli. Ricordiamocelo.

Nel sito della Lactitalia si dice “LACTITALIA® è una società di diritto romeno costituita al 100% da investitori italiani, apportatori di know how tecnologico e commerciale, operanti nel settore caseario da oltre 85 anni”. Nel sito dei Fratelli Pinna si dice che l’Azienda Pinna nasce all’inizio del secolo. Più di 85 anni quindi. Sarà un caso. Una pura coincidenza.

La Simest invece è una società per azioni italiana. Ma controllata dal Ministero per lo Sviluppo Economico. Il suo obiettivo? Aiutare e sostenere le imprese italiane all’estero. Cioè dà soldi e competenze a imprese che -realisticamente- di italiano hanno solo i proprietari. Queste imprese non pagano tasse in Italia. Non pagano lavoratori italiani. Probabilmente non avranno i conti in banche italiane. Ma prendono finanziamenti italiani.

Ora tiro le somme.

In Romania c’è un’azienda che produce formaggi. Quest’azienda è controllata per il 70% dai maggiori produttori caseari sardi, i Fratelli Pinna. Che casualmente ricoprono la carica di Presidente del Consorzio Pecorino Sardo. E quella di Consigliere dell’Azienda che certifica la qualità del Pecorino. L’altro 30% è di una Spa controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico Italiano. Che finanzia le imprese italiane all’estero.
Collego queste cosette a delle altre. Le proteste dei pastori sardi.
Che protestano (fra gli altri motivi) perchè arrivano prodotti dalla Romania. Via Nave. In Sardegna. Da Barcellona. Rileggete. Dalla Romania. Alla Sardegna. Via Barcellona. Aiutatemi a capire il perchè.
Io non ci arrivo.

Quali prodotti? Maialini. Latte. Formaggi. Protestano anche per questo, i pastori. E per protestare, si prendono manganellate. Ma l’Italia è una democrazia, eh. C’è la libertà di pensiero. Di parola. Di espressione. E di essere manganellati. Democrazia.

Allora, pensando a tutto questo, io la penso così.

Il problema non è che ci sia un’impresa in Romania che produce formaggi. Vorrei ben vedere. Vogliamo proibire la libertà di fondare aziende all’interno dell’Unione Europea?

Il problema non è che i prodotti di quest’impresa stiano arrivando in Sardegna. Vogliamo impedire la libera circolazione delle merci e la libera concorrenza? Vogliamo introdurre misure protezionistiche? Nell’Unione Europea del 2010? Ma andiamo.

Il problema non è che quest’impresa sia di proprietà dei Fratelli Pinna. Vogliamo proibire che i “nostri” industriali vadano a farsi gli affari loro all’estero? Fatemi il piacere.

Il problema non è che in Sardegna ci sono persone che comprano i prodotti rumeni prodotti dagli investitori sardi con il lavoro sottopagato di lavoratori rumeni. Vogliamo proibire la libertà di produzione e di acquisto?

Il problema, secondo me, è che non sappiamo chi li compra. Proprio così. Chi li compra? I pastori dovrebbero lasciar stare le navi, le proteste, gli incontri al ministero. Perchè è lì che vengono fottuti, se gli va bene. Manganellati se va male. Vanno dai servi del capitale a chiedere giustizia sociale.

Ma il capitale se ne fotte della giustizia sociale. Al capitale interessano solo i profitti.

I pastori devono tornare in paese. Proseguire il loro lavoro. Strada per strada. Casa per casa. Azienda per azienda. E cercare di capire chi compra questi prodotti. E agire di conseguenza.

Ma che fare se chi compra questi prodotti sono famiglie che non arrivano alla fine del mese?

E che fare se invece sono attivisti o esponenti indipendentisti o autonomisti?

E se sono esponenti PD, PDL e sigle minori?

Come dovrebbero comportarsi i pastori di fronte a ognuna di queste situazioni?

E noi?

Che dovremmo fare noi nel nostro piccolo?

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12 thoughts on “[Fuoriusciti] – Quid pro quo, Clarice

  1. il capitale se ne fotte della giustizia sociale. Al capitale interessano solo i profitti.

    Hai scritto così. Ma per quanto mi sforzi, non riesco a capire cosa voglia dire questa frase, che pure mi pare centrale nell’analisi che fai.

    Non riesco a capire come si possa dare al capitale o al capitalismo una sorta di personalità, nutrita di intenti, capace di scelte da un punto di vista superiore, dominante, irraggiungibile per il povero proletario.

    Come se esistesse una regìa sopraelevata, una specie di meta-entità incontrollabile e incontrollata che decide sui e dei destini della gente senza che la gente possa incidere o determinare su quelle stesse decisioni.

    Insomma, una riedizione della lotta di classe, senza classi – se mai queste classi sono esistite.
    Si traccia una linea: da un lato il capitale-stato dall’altro gli oppressi.

    E ci si dimentica di quali strumenti e di quali dinamiche hanno mediato tra il capitale e il lavoro in Italia in generale, in Sardegna in particolare fino a generare la situazione della quale stiamo discutendo.

    Ci si dimentica delle corporazioni e dei monopoli, delle politiche monopolistiche e protezionistiche costruite intorno al finanziamento pubblico e dentro il quale i comportamenti fiscali – evasione – costruisce un contraltare inevitabile per aziende che vogliano resistere all’irresistibile.

    Ci sfugge che la battaglia dei pastori – ad esempio – può essere battaglia di libertà economica, combattuta da aziende – e dunque da capitalisti – che lottano contro il monopolio – dei grandi industriali del latte.

    E si badi. Il confine tra capitale e manganellati è così sottile che alcuni manganellati fanno concorrenza ad altri, secondo schemi e dinamiche e con tecniche possibili solo in paesi nei quali i mercati sono soggetti al monopolio, allo sfruttamento del lavoro, alla concorrenza sleale.

    Le classi non ci sono in tutto questo. Io vedo, al centro di tutto, la libertà. O la sua assenza.
    La libertà economica: negata in Italia a quegli operatori che subiscono il prezzo imposto dal cartello degli industriali del latte.
    Le libertà civili: intaccate in quei paesi in cui la democrazia non è in grado di offrire condizioni di lavoro adeguate agli standards che noi pretendiamo per noi stessi.

    Il capitale, le classi, le linee di divisione nette e chiarificatrici fanno solo confusione. Mi pare.
    E, mi pare – ma potrei sbagliarmi – non ci aiutano a intravvedere i termini di una questione che è complessa, socialmente promiscua, non indagabile con le categorie dell’analisi politica costruite intorno alle società ottocentesche.

  2. Whoah Jemp! Un commento fiume! Perfetto! La mia visione del mondo è parziale. I miei studi mi hanno dato una buona base linguistica, ma scarsa in economia e sociologia. Inizio quindi chiarendo i termini del discorso e i punti in comune dell’analisi. Così possiamo per lo meno parlare la stessa lingua!

    Vorrei farti notare che non ho parlato nè di classi sociali nè di proletariato. Anche se so che l’evocazione della parola “capitale” inevitabilmente ne tira in ballo delle altre. Dammi il beneficio del dubbio e seguimi nel mio ragionamento. Che sarà inevitabilmente parziale, incompleto, immaturo, di parte. Come me. :)

    Non credo esistano classi sociali. Non ho studiato sociologia, nè scienze politiche. Immagino si tratti di una semplificazione per agevolare i discorsi.

    Almeno così l’intendo io. Se così non fosse, faccio ammena e andrò a studiare quello che mi verrà suggerito da te o da altri. Per come lo intendo io, il termine indica “gruppi più o meno omogenei di persone che più o meno vivono nelle stesse condizioni e che hanno più o meno gli stessi interessi. Più o meno.”.

    Ritengo che l’analisi di Marx sia ancora valida. A differenza del programma politico da lui o a lui ispirato. Quello ha fallito e ciccia. Ma l’analisi che lui faceva mi sembra ancora un buon punto di partenza. Viviamo o no in un sistema capitalistico? Io credo di sì, e per questo uso le categorie di pensiero (o per lo meno quello che ne ho capito) di Marx, che il capitalismo l’aveva criticato in maniera (sempre secondo me) ineguagliata. Un’analisi ottocentesca, come dici tu. Ma anche la nostra società a livello mondiale è ancorata ai modelli di sviluppo ottocenteschi.

    Ho usato “capitale” per indicare, in questo caso, i monopoli del latte. Ma di solito indico i grandi potentanti economici, che usano le strutture statali come “servi” e i popoli come “mercati”. Ti dirò, mi aspettavo più un accenno su questa parola che sulla parola “capitale”. Parlare di capitale è il mio modo per dare un ordine alla mia visione del mondo. Per riuscire a far entrare nello stesso discorso le politiche sfruttatrici della Cocacola, della Nestlé, delle industrie americane, delle industrie europee, delle industrie farmaceutiche, del petrolio, bancarie, ecc. Non parlo di signoraggio. Non parlo di Nuovo Ordine Mondiale. Non ci credo, non mi interessano. Ma mi pare che non si possa negare che questo nostro mondo sia costruito a misura d’impresa. Ma d’impresa grossa, potente. Non di impresa-pastore di Fonni. Che loro contano quanto me e te.

    Questo è il senso del capitale per me. Altrimenti non mi spiego come l’Unione Europea sia un’unione basata sul mercato e non sulle persone. Non mi spiego la svolta pro-imprese e contro i lavoratori degli ultimi anni. Non mi spiego come mai sempre e ovunque, le persone siano messe in secondo piano rispetto all’economia. Si parla di PIL, di indicatori economici, di mercati. Si inseguono bilanci. Si danno finanziamenti pubblici a imprese private. Si liberalizza il lavoro a favore di chi ha (appunto) il capitale.

    In sintesi. Chi ha i soldi, in questo nostro mondo, comanda. E più ne ha, più comanda.

    Ecco, con capitale, più o meno intendevo dire queste cose qui. Più o meno.

    Prima di continuare a discutere, ho bisogno di sapere se mi hai capito fin qui. Se non sono riuscito a spiegarmi in questo punto fondamentale, è inutile che andiamo avanti.

    PS Un consiglio da linguista. Parlami con il tu, non con il si impersonale. Siamo tu, io e chi vorrà raggiungerci in questa nostra discussione. Il si impersonale lascialo a chi non si vuole sporcare le mani. Al capitale, appunto :D

  3. vabbè Andre l’impersonalità non era voluta. sarà l’orario in cui ho commentato ieri
    poi si, non mi piacciono le personalizzazioni ma in un senso diverso da come l’hai proposto tu.

    Veniamo a quello che scrivi.
    Tu dici

    ::: Altrimenti non mi spiego come l’Unione Europea sia un’unione basata sul mercato e non sulle persone. Non mi spiego la svolta pro-imprese e contro i lavoratori degli ultimi anni. Non mi spiego come mai sempre e ovunque, le persone siano messe in secondo piano rispetto all’economia ::::

    Io invece credo che questa prospettiva schiacciata sul presente non aiuti a capire. Perché non è l’unione europea che è basata sul mercato, ma è il mercato europeo che è fondato sulle POLITICHE ECONOMICHE e sulla BUROCRAZIA dell’Unione Europea.
    Vedi, abbiamo ancora la vecchia deformazione colonialista degli Eurocentrici. La crisi mondiale di cui si parla non è veramente mondiale. Quest’anno i tassi di crescita di Cina, India, Sud-america sono spaventosi. La crisi è solo euro-nordamericana: NON è MONDIALE.

    Il fatto poi che un certo equilibrio economico non metta al centro le persone non dipende da questo fantomatico capitale, ma dipende dalla scarsa capacità del singolo e dei gruppi di incidere sul processo economico.

    Voglio dire: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo risale alla nascita dell’uomo medesimo e non è imputabile né al capitale né alla borghesia o alle multinazionali. é il frutto di assenza di libertà organizzativa, di libera concorrenza, della presenza di monopoli o di incapacità dei singoli di determinare cambiamenti che mettano davvero al centro le esigenze del singolo e non quelle di un apparato burocratico.

    dici anche
    ::: Si parla di PIL, di indicatori economici, di mercati. Si inseguono bilanci. Si danno finanziamenti pubblici a imprese private. Si liberalizza il lavoro a favore di chi ha (appunto) il capitale :::

    In un stato come quello italiano che è stato per lungo tempo anti-liberista e anti-capitalista, programmato e proto-collettivistico il finanziamento del settore privato – vedi la fiat, vedi il vergogno piano Berlusconi per Alitalia ecc – da parte del pubblico è diventato fatto normale: a spingere perché questo avvenisse sono state proprio quelle forze che si richiamavano a Marx. A opporsi, sempre coloro che avevano una visione dello Stato come di un male necessario e avrebbero preferito che si riducesse al minimo indispensabile.
    Il risultato di queste politiche è quello che vediamo: un sistema bloccato, nel quale si conta solo se si appartiene ad un corpo: professionale, religioso, partitico.
    Le libertà oppresse, il mercato compresso, fuga di cervelli e di idee, nessuno che viene ad investire nel nostro paese. I sardi che vanno in Romania.

    scrivi ancora
    :::In sintesi. Chi ha i soldi, in questo nostro mondo, comanda. E più ne ha, più comanda:::

    E questa sembra davvero la frase di chi essendo oggi vecchio dice che si stava meglio quando si stava peggio. Vorrei capire qual’è stata la civiltà umana dove ha comandato chi non aveva soldi o non aveva accumulato una qualche forma di potere.
    Parliamo delle civiltà pre-colombiane? Di quelle asiatiche? La civiltà nuragica? tutte civiltà dove il capitale era un ufo, nel senso che non ce n’era l’ombra.
    Non so.

    Concludi poi aggiungendo
    :::Ecco, con capitale, più o meno intendevo dire queste cose qui. Più o meno. :::

    Sì certo. Però le parole hanno un senso. Se usi capitale nel senso in cui l’hai usato tu questo, in un certo senso, non ci permette di dargli il significato che esso ha assunto comunemente.
    Sarebbe complesso e noioso qui scendere nel dettaglio, però come si può fare un’analisi sul e del capitale senza le classi?
    chi accumula i profitti?
    a chi questi profitti vengono sottratti?
    dove sta il surplus che definisce il margine di sfruttamento e quindi il tasso di ingiustizia?
    Se parli di capitale in riferimento a Marx non puoi negare le classi.
    Perché la lettura di Marx senza le classi non funziona, è monca. Non cammina.

    Questa è la mia discutibilissima e confusa opinione. Io ritengo che l’analisi marxiana sia superata.
    Il problema della lotta sociale OGGI andrebbe letto come una questione di libertà e non come un tema di capitale o di classe.

    è la presenza-assenza di libertà – civili, economiche – il metro che ci permette di leggere alcuni processi ed è anche la leva su cui agire per dare nuovo protagonismo agli esclusi, agli emarginati e a coloro che subiscono la presenza invadente e idiota delle burocrazie. Europee o regionali.

    La lotta per le libertà è la nuova lotta di classe. Se mai una classe è esistita.

  4. Jemp, appunto perchè sono consapevole dei limiti della mia analisi ho deciso di chiarire prima di qualunque cosa il significato che io do al termine “capitale”. Se non mi dai il beneficio del dubbio là, non andiamo da nessuna parte. E infatti io proporrei di invalidare le discussioni sul capitale che abbiamo fatto finora, visto che non stiamo parlando della stessa cosa.
    Comunque forse ho trovato una soluzione al problema. Sostituisci al mio “capitale” il tuo (più azzeccato) “monopolio”. Che poi alla fine è il vero “mio” significato. E tutto dovrebbe scorrere più liscio. Controlla e poi dimmi. Su Marx (mi) hai confermato un dubbio che avevo già espresso. E cioè che mi sfuggono tante cosettine.

    Per amor di discussione, chiarisco alcuni punti.

    E’ ovvio che la crisi non è mondiale. Ma è l’occidente che sta implodendo. L’eurocentrismo è una brutta bestia. Infatti noi europei abbiamo distrutto e stiamo distruggendo il mondo. Con il nostro comportamento consumista irresponsabile.

    Per me l’UE è nata come unione di mercati, unione di imprese, unione di capitali (in senso “normale”, spero stavolta). Non come unione di popoli. E si conseguenza il suo agire sarà sempre pro-grosse aziende che pro-persone. Anche se si fanno piccole correzioni di rotta di tanto in tanto. Parlando di UE, infatti si parla spesso di “deficit di democrazia”.

    Credo che la “sinistra” (non solo italiana ed europea ma ancora più in generale) abbia tradito con le sue pratiche le idee teoriche a cui si rifaceva. Ma credo anche che le destre abbiano fatto lo stesso con liberismo e keynesianesimo (ma si può dire?). Di per sè, capitalismo e socialismo non sono nè bene nè male. Sono delle idee. Distinguiamo idee e applicazione. Semplificando all’estremo potremmo dire che la sinistra ha tradito il socialismo tanto quanto la destra ha tradito il liberismo?

    Secondo me, il problema di oggi è che va cambiato il sistema di produzione e consumo. A livello occidentale. Ma neanche questo risolverebbe il problema. Perchè ci sarebbe da fare i conti con i danni che noi europei abbiamo fatto finora.

  5. Scusate, il commento è stato pubblicato in parte:
    Provo ad andare oltre le definizioni (opinabili), quali che siano, da quelle sul capitale a quelle sulle politiche comunitarie. Punto dritto alla parte finale del post perché in due righe (io avrei affrontato maggiormente questo aspetto) viene fatto un accenno interessante a quella che potrebbe rivelarsi una delle strade percorribili per combattere questa battaglia, ma non solo questa:
    “I pastori devono tornare in paese. Proseguire il loro lavoro. Strada per strada. Casa per casa. Azienda per azienda. E cercare di capire chi compra questi prodotti. E agire di conseguenza.”
    Mi chiedo, e rigiro il quesito a Jemp, aldilà delle definizioni marxiste, aldilà della condivisione o meno del ruolo dei monopoli in tutto ciò, la “soluzione” che propone atuygun non ha tutto il sapore di una “lotta per le libertà” (come tu dici) non potrebbe essere intesa proprio come un’azione condotta da individui a livello civile, un gruppo di pressione, una battaglia culturale indirizzata a scoraggiare l’acquisto dei prodotti di provenienza dubbia che drogano il mercato e strozzano l’agricoltura locale?

  6. @misterwilde. ho eliminato il primo commento, visto che era un doppione. spero vada bene. sennò oggi proprio non ne azzecco una :)

    Rispondendo al tuo commento, era proprio là che volevo andare a parare. Battaglia civile e culturale. E impegno singolo di ognuno di noi. Che poi non abbia scelto le parole più adatte per arrivarci è una cosa che ormai mi sembra abbastanza chiara per tutti. Vi ringrazio per aver messo in luce le mie contraddizioni e le mie derive semplicistiche. Ho ancora tanto da imparare, a quanto pare. Mandatemi un po’ di link per mettermi a studiare se vi va! :)

  7. Io ho parlato di definizioni opinabili e non di “parole inadatte” o errate.
    Penso anche che non ci sia alcuna deriva semplicistica in quel che sostieni, è il tuo punto di vista ed è abbastanza chiaro.
    D’altro canto tacciare le definizioni da te usate come semplicistiche sarebbe erroneo, equivarrebbe a zittire automaticamente buona parte della critica di stampo socialista (o comunista?) tuttora esistente.
    Credo si tratti di due impostazioni critiche differenti, tutto qua, mi pare non ci sia niente di più.
    Ad avere da imparare siamo in tanti comunque, io in primis. E’ la prima volta che dibatto su tematiche così complesse in questo blog e la cosa mi fa davvero piacere, il post è ricco di spunti interessanti.
    Per quanto riguarda i link dai quali studiare non saprei davvero quali indicarti, se vuoi ne ho una lista interessante dai quali disapprendere.
    Con tono amichevole! ;)

  8. a mio avviso non c’è bisogno di entrare nei discors di capitalismo ecc…il discorso è uno e semplice:
    il latte viene pagato a 60 cent/litro più il saldo di 5 cent/litro…in totale arriviamo a 65 centesimi lordi (dal quale il pastore deve eliminare le spese quali stoppie, mangime ecc) ed in sostanza restano sui 25/30 centesimi netti x litro. x fare un kg di formaggio, se non sbaglio, servono 3 litri di latte…quindi 0,65 x 3 = 1,95 €…ora sorge spontanea una domanda….come mai il formaggio nei negozi non si trova a meno di 10 12 € al kg (parlo di pecorino fresco)? la risposta è semplice: ci sono troppi passaggi da chi produce a chi consuma e di conseguenza il prezzo lievita…ci guadagnano tutti ad eccezione del pastore ke se la prende in……………..se poi consideriamo ke il latte ke arriva dalla Romania viene spacciato x sardo il gioco è fatto. spese di produzione bassissime e guadagni proficui…ki è il minchione ke non riesce a fare i soldi così? credo nessuno!!!!
    x quanto riguarda il discorso delle carni è identico….l’ Ue è semplicemente una buffonata x dare da mangiare quattro vecchi ke stanno a Bruxelles a cazzeggiare e ke sono molto lontani dalle diverse realtà di ogni stato europeo. spetta allo Stato tutelare i produttori e nei confronti degli industriali furbacchioni (ke talune volte si trasformano in strozzini veri e propri).
    ciaoooo

  9. Mi spiace solo di non avere una connessione in questi giorni che mi permetta di partecipare come vorrei a questo dibattito.
    @Atuygun: non capisco perché parli di semplicismo o di noi che sottolineiamo eventuali punti critici nel tuo modo di ragionare. Penso invece che si tratti di due punti di vista – ad esempio, il mio e il tuo – diversi , i quali trovano ragion d’essere nel momento in cui si confrontano.
    Personalmente, certe analisi non mi trovano d’accordo, perché mi paiono troppo deterministici e mi pare lascino poco spazio – o nessuno – alle capacità individuali e comunitarie di incidere sui processi.
    Capacità che invece io vedo operare in modo netta, sia oggi che in passato.

    Detto questo, credo che se non si esca da questa logica sinistra-destra, liberismo-sinistra, capitalismo-nonsoqualesial’alternativa, si continuerà a discutere delle questioni scambiando il fine con i mezzi.

    Ripeto, per quello che posso capire io, la mobilitazione dei pastori ha degli elementi di anti-burocraticismo e si confiugura come lotta di libertà economica. Però, mentre prefigurano un mercato più aperto e competitivo chiedono con ossessione l’intervento della politica e del contributo pubblico. Una politica che pure non mancano occasione di insultare e delegittimare.

    Ma se c’è questa delegettimazione, perché non ne fanno a meno? Perché non provano strategie private per essere presenti sui mercati internazionali? Perché c’è sempre bisogno di chiedere aiuto alla burocrazia e alla politica per poter esistere?
    Non c’è in questa pressante richiesta di assistenza pubblica una svalutazione dell’azione di lotta di tutte le categorie?
    Non sarebbe più costruttivo e lungimirante porre le basi per un’autonomia politica ed economica dei settori produttivi che oggi subiscono costantemente il ricatto, i tempi e le logiche della politica?

  10. Purtroppo anche io come Jemp non ho avuto tanto accesso a internet in questo weekend. Per questo “riappaio” sui vostri teleschermi solo oggi.

    @andreacocco: potresti indicare più o meno quante ore di lavoro servono per trasformare il latte in formaggio? quali sono i macchinari che si usano? quante persone ci lavorano? non sono molto ferrato in materia! però mi interessa tanto! grazie :)

    @jemp e misterwilde: la parola “semplicistica” (e affini) l’ho usato per chiudere in maniera sbrigativa la direzione che stavamo prendendo. e cioè il parlare delle mie preferenze lessicali. che va benissimo, per carità! da linguista sono interessatissimo a queste discussioni! però preferivo parlare dell’argomento del post, che mi pare sia un po’ fuori dalla nostra discussione! la sottolineatura dei punti critici del mio discorso invece c’è stata, e me ne rallegro. era proprio uno dei miei obiettivi. infatti credo che è solo attraverso la discussione che posso migliorarmi. quindi se qualcuno mi fa notare alcune falle di ragionamento, inciampi, passaggi oscuri, ne sono più che felice!

    @misterwilde: puoi postare i link dai quali disimparare? :) a volte è proprio vedendo gli errori che si impara a fare il lavoro nel modo giusto!

    @jemp: non ho capito questa frase “Detto questo, credo che se non si esca da questa logica sinistra-destra, liberismo-sinistra, capitalismo-nonsoqualesial’alternativa, si continuerà a discutere delle questioni scambiando il fine con i mezzi.” sopratutto la parte dei fini e dei mezzi.

    una cosa mi interessava nell’altro tuo paragrafo, quando parli della mobilitazione, di anti-burocraticismo, di libertà economica. ed esattamente la frase “mentre prefigurano un mercato più aperto e competitivo chiedono con ossessione l’intervento della politica e del contributo pubblico. ” mi trovi prefettamente d’accordo, e io credo che sia qui il cortocircuito del sistema capitalistico. mi pare cioè che gli imprenditori (tutti) richiedano l’intervento statale quando questo va a loro favore, mentre lo rifiutano quando va a limitare la loro azione. e qui penso che stia anche una delle nostre differenze. da quello che scrivi capisco che (e correggimi se mi sbaglio) tu pensi che i settori produttivi subiscano i ricatti della politica, mentre io penso esattamente l’opposto. e cioè che la politica sia totalmente subordinata ai settori produttivi.

    a questo punto proporrei di aprire un altro post proprio su queste questioni. anzi, un forum di discussione, magari da integrare al barralliccu. uno strumento del genere permetterebbe di sviscerare tutti i contenuti ispirati dai vari post. mentre sui commenti dei post ci si potrebbe concentrare sulle domande e le questioni sollevate dal post stesso.

  11. @atuygun: dipende dalle quantità di latte ke si lavorano. allora in un caseificio piccolo dove si lavorano sui 10.000 12.000 litri di latte al giorno ci vogliono più o meno 13 14 ore di lavoro (ke possono aumentare o diminuire in base al tipo di formaggio ke si produce) con almeno 5 o 6 operai ke assistono il “maestro casaro”. i macchinari ke si usano non me li ricordo tutti xo ci sono: le caldaie, le pastorizzatrici, le vasche x la salamoia ecc. cmq se hai del tempo libero ti consiglio di andare a visitare un caseificio…è una bella cosa! ciao

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