[Furtei, ex miniera d’oro] La bonifica dov’è finita?


I’m ahead, I’m a man
I’m the first mammal to wear pants, yeah
I’m at peace with my lust
I can kill ‘cause in God I trust, yeah
It’s evolution, baby

“Do The Evolution”, Pearl Jam

Una storia di lunga durata.

Nel 1838, l’ingegnere piemontese Giovanni Antonio Carbonazzi varava nella malarica Sardegna un progetto di assoluta avanguardia: il prosciugamento di un grande stagno salato, collocato a 65 metri sotto il livello del mare. Lo stagno si trovava nel territorio dell’attuale Sanluri, piccola cittadina del Medio Campidano, a circa 40 km da Cagliari, l’allora capitale del Regno di Sardegna.

Dopo la realizzazione di una fitta rete di canali di scolo intorno allo stagno, le acque vennero fatte defluire verso alcuni torrenti naturali e, tramite questi, esse poterono essere liberate direttamente in mare, precisamente nello stagno di Santa Gilla, a Cagliari.

Sono passati quasi due secoli dal varo di quell’ambizioso piano di bonifica e oggi l’antico e malarico lago salato di Sanluri non c’è più, al suo posto c’è Sanluri Stato.

Tuttavia, a meno di 10 chilometri dalle terre dell’ex stagno e precisamente in territorio di Furtei, oggi esiste un altro lago, un lago di veleno, reliquia di una miniera d’oro abbandonata.

I governi di oggi, a differenza di quelli di due secoli fa, dovrebbero varare dei piani finalizzati non a far defluire quella acque avvelenate verso il mare, ma ad evitare che questo succeda. Perché se questo succedesse, invece che acqua salmastra, i torrenti del sud Sardegna potrebbero essere costretti ad ospitare acque ricche di cianuro e altre sostanze letali per la vita delle persone e dell’ecosistema.

Veleni tossici provenienti, come detto, dall’ex miniera d’oro di Furtei (piccolo paese di 1700 abitanti, limitrofo a Sanluri), improvvisamente chiusa nel 2008, dopo dieci anni di attività estrattiva, senza che la Sardinia Gold Mining, la società concessionaria del sito, abbia provveduto né al ripristino dei luoghi, né alla bonifica delle aree contaminate, come previsto dalla normativa.

Duecento anni dopo Carbonazzi, la bonifica torna prioritaria in quelle terre. Dopo essersi liberati dalla malaria, oggi i sardi di Furtei e dei paesi vicini (Serrenti, Guasila, Segariu, la stessa Sanluri) e le comunità tutte della Sardegna Meridionale, devono vivere gomito a gomito con quattro enormi cave a cielo aperto e un enorme lago di cianuro, a stento contenuto dalla buona volontà degli ex minatori.

Basterebbe un’alluvione bella intensa (come quelle che hanno colpito la regione negli anni scorsi) per far esondare il lago di veleno. E a quel punto, proprio grazie a quei canali naturali di cui si erano serviti gli ingegneri guidati da Carbonazzi nell’800, il veleno potrebbe attraversare le terre del Campidano e calare giù fin verso Cagliari, avvelenando con la sua corsa tutta la parte meridionale dell’isola.

È una storia coloniale, questa. O per meglio dire, auto-coloniale dal momento che le responsabilità per il disastro ecologico di Furtei, una delle questioni ambientali oggi più rilevanti sul versante nazionale, trae origine da un’idea di sviluppo che ha trovato nel consenso pressoché trasversale di tutte le forze politiche “indigene” uno dei suoi motori propulsori.

Proviamo a ricostruirla dall’inizio, questa storia.

Vicende societarie.

Sul finire degli anni ’80, la Progemisa S.p.A. in compagnia della Società italiana miniere (SIM) effettuava una serie di studi sull’intero territorio sardo. Da quei rilievi emergeva la presenza di quantità d’oro sufficienti a rendere economicamente conveniente un investimento per la sua coltivazione. Nel 1986, l’Agip Miniere, in collaborazione con l’Ente Minerario Sardo (di proprietà della Regione Sardegna), iniziò a trivellare la zona di Furtei, dove venne scoperto il primo consistente giacimento d’oro.

Vista la bella notizia, nel 1993 venne costituita la Sardinia Gold Mining (SGM), società controllata per il 30% dalla Regione Sardegna (attraverso Progemisa) e per il restante 70% dalle australiane Bronte Holding (35% attraverso Gemcor ) e General Resources (35% attraverso General Gold), società queste subentrate nel 1991 all’Agip Miniere.

Nel gennaio del 1997, il meccanismo di scatole cinesi si complicò ulteriormente: la Gemcor cambiò nome in Gold Mines of Sardinia (Gms) e divenne titolare del 70% della Sardinia Gold Mining. La Progemisa (della Regione sarda) mantenne invece le proprie quote e divenne così il secondo azionista di SGM.

Vale la pena ora dare uno sguardo all’interno della compagine azionaria che sosteneva finanziariamente il socio di maggioranza di Sardinia Gold Mining: Gold Mines of Sardinia poteva contare sul sostegno di alcune migliaia di piccoli azionisti (15% del capitale) e su un piccolo ma fondamentale gruppo di soci privati: Rothschild group (10%), il fondo Fidelity (10%), George Soros (4,5%), i dirigenti della SGM (7%) e Vittorio Gori (per la Gori & Zucchi) col 7%.

Nel 1997, la SGM, ottenute le autorizzazioni regionali, investì oltre 13 milioni di dollari e, dopo avere assunto circa 80 addetti, realizzò quattro miniere a cielo aperto.

Quando, nel giugno di quello stesso anno, venne fuso il primo lingotto d’oro, l’entusiasmo per quell’impresa finanziaria e industriale schizzò alle stelle. Perfino Federico Palomba, l’allora presidente di centro-sinistra della Regione Sarda, si recò nel sito minerario per assistere all’evento (vedi video).

Tuttavia, nello stesso periodo, l’Ente Minerario Sardo affrontò una dura crisi finanziaria e si vide costretto a cedere il 20% dei titoli detenuti da Progemisa agli australiani.

La cessazione dell’attività e la distruzione dell’ambiente.

L’attività estrattiva andò avanti per circa dieci anni, arco di tempo nel quale, tra gli altri, fu presidente della Sardinia Gold Mining anche l’attuale presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci.

Nel 2008, la Sardinia Gold Mining chiuse i battenti, lasciando in eredità un territorio devastato dalle cave e sottoposto alla perenne minaccia di una diga di sterili (contenente cianuro), di alcuni bacini di acque acide (de Is Concas e de Su Masoni) e di diverse discariche di materiali di scavo piene di solfuri. Come non bastasse, 60 lavoratori vennero messi in cassa integrazione.

Il 16 giugno 2009, il blog ::Su:Barralliccu:: ha organizzato un sit-in nel sito minerario. A quella chiamata hanno risposto numerose forze politiche di vario orientamento e rappresentanti di tutti i livelli istituzionali. Sono seguite interrogazioni consiliari (di maggioranza e di opposizione), interrogazioni parlamentari, puntate di approfondimento sulla televisione nazionale, articoli sulla stampa locale, nazionale e internazionale.

Il sit-in, del resto, venne organizzato proprio a ridosso del termine della concessione del sito minerario alla SGM, del quale, dal 1 luglio 2009, la Regione Sarda tornava ad essere la responsabile unica.

Dopo avere stanziare 150 mila euro per sostenere i lavoratori in cassa integrazione, la Regione ha siglato nel maggio 2010 con gli ex dipendenti SGM un accordo che prevede un “periodo di formazione” per gli stessi propedeutico alla bonifica dei siti.

Bonifica rimandata, per l’ennesima volta, ad un futuro indefinito e lontano nel tempo.

Se le cose staranno così, le generazioni future – quelle stesse che non potranno contare, ad esempio, su una pensione – dovranno anche farsi carico di questo problema, con la quale la nostra classe dirigente sta ipotecando il futuro di un intero territorio.

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