[Siliqua] I pastori si organizzano in movimento. Ma cosa chiedono?


Quella dei pastori in Sardegna è una storia antica, forse quanto la stessa civiltà isolana.

Forse, perché se è vero che c’è chi ritiene che la transumanza e il complicato rapporto tra montagna e pianura esistano da sempre, c’è anche chi sostiene, non senza ragioni, che essi maturino solo in età moderna, all’indomani della terribile ristrutturazione demografico-insediativa tardo-medievale.

Come che sia, in moltissimi, senza darsi peso di verificare la fondatezza storica di certe rappresentazioni, hanno accolto l’immagine mitizzata del pastore, trasfigurato in una sorta di cavaliere mediterraneo, la cui nobiltà si configura quasi come dato genetico e il cui riflesso normativo si traduce in un codice di valori e di comportamenti alternativo e “resistente” a quelli prodotti dai “dominanti di turno”.

Un mito, appunto, fondato su presupposti molto poco storici e moltissimo politico-letterari, andando oltre i quali si può però rinvenire la traccia, forte e profonda, che il pastoralismo ha indubbiamente impresso nella vicenda dell’isola di Sardegna.

Una traccia che si lascia cogliere ancora oggi, sebbene resti compito davvero difficile comprendere una volta per tutte “cosa” sia un pastore, quali siano le sue priorità,  le sue urgenze, quali le sue paure, quale la sua identità.

Un’identità che non è nemmeno più unicamente maschia (se pure mai lo è stata), ma è già divenuta anche marcatamente femminile. Anche il mondo pastorale, dunque, – così apparentemente isolato e refrattario al cambiamento – contiene in sé i germi di una trasformazione che potrebbe renderlo “possibile” anche oggi, anche domani, sottraendolo a quello che sembra un destino segnato: l’estinzione.

A noi, che guardiamo a quel mondo col rispetto che si deve alle cose che si conoscono poco, è difficile capire cosa chiedano oggi i pastori organizzatisi in movimento: se una politica di mero sostegno di tipo assistenziale alle loro attività, o una nuova politica anti-monopolistica (e dunque liberista), che frantumi i cartelli oligopolistici degli industriali del latte e favorisca un maggiore protagonismo economico dei pastori sul versante capitalistico-imprenditoriale.

Non sappiamo se il loro grido sia il segno di una crisi irreversibile oppure manifesti la vitalità persistente di un mondo che non vuole gettare la spugna.

Per capire meglio, siamo andati a sentirli e a filmarli: e forse, come mostra il video al quale vi lasciamo, qualche risposta è iniziata a venire.

Buona visione.

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