[Nuraminis-Villagreca] Lo spopolamento, questo sconosciuto.


San Lussorio di Nuracesus. Un villaggio scomparso.

La scorsa campagna elettorale per le comunali è stata segnata da alcune parole chiave.

Una di queste è stata senza dubbio il termine “spopolamento“. Ne hanno parlato tutti, chi più chi meno. Molti l’hanno indicato come il principale problema da affrontare, altri come uno dei prodotti più negativi dell’attività amministrativa degli ultimi 30 anni.

In realtà, lo spopolamento attanaglia il territorio di Nuraminis da centinaia di anni. Esso non è, cioè, tema nuovo, ma una di quelle strutture – come le chiamerebbe Braudel – che ha concorso a disegnare l’identità della Sardegna, dando alla sua maglia abitativa quella conformazione che noi oggi ancora possiamo osservare: grossi paesoni in cui si concentra la popolazione, immersi in una campagna sostanzialmente disabitata.

La campagna, in Sardegna, è sempre stata troppo pericolosa per essere abitata anche di notte. Tutto molto diverso in pianura padana, punteggiata di casali-fattorie isolati, dove risiedono i contadini con le loro famiglie.

Quella padana è una forma sparsa di abitare, che in Sardegna riprende piede solo nel Settecento e solo nelle regioni di più recente insediamento, come Sulcis e Gallura.

Ma nel resto dell’isola, come detto, grossi paesoni, case compresse, schiacciate una sull’altra, a formare la fotografia della paura del mondo esterno che ha attanagliato i sardi per secoli.

Detto questo, provate ad immaginarvelo un sindaco che fronteggia lo spopolamento: una lotta impari, perché il sindaco ha fretta, deve fare i conti con i problemi contingenti, mentre lo spopolamento se la gioca sui tempi lunghi e lunghissimi, infilandosi in ogni crepa lasciata da azioni amministrative fiacche, disattente o poco pertinenti.

La sfida, in altre parole, odora d’impossibile, per qualcuno perfino di inutile: non si può vincere contro processi di questo tipo, meno che mai se ci si arma di certi slogan sentiti in campagna elettorale, che, quando va bene, sono poco meno che inconsistenti.

Certo, però, il processo può essere almeno rallentato o attenuato se non proprio invertito; ed è qui che entra in campo la politica, che ha il dovere di proporre soluzioni.

Secondo alcuni la chiave di volta di tutta la questione sono i vincoli urbanistici. Però, a noi, qualche dubbio ci viene. Quando a fine Quattrocento Nuraminis venne abbandonata, i vincoli del PPR non c’erano mica. Certo, il Quattrocento, “ma cosa c’entra?” dirà qualcuno. E vabbe, allora, osserviamo la curva demografica degli ultimi 30 anni per notare come la sua discesa sia iniziata ben prima del blocco dell’edilizia disposto dalla Regione.

Come la mettiamo? Secondo noi, in una scala da uno a dieci il tema urbanistico incide sulle dinamiche popolative per due, forse tre punti. Non di più. Tutto il resto è dato da un complesso di fattori  quali la qualità della vita che si respira in un dato luogo, il suo livello culturale, la sua apertura mentale, la sua capacità di confrontarsi con l’esterno senza sensi di inferiorità o subalternità (socio-culturale e politica). Solo per citare qualche punto.

Il mercato, dunque, non è solo quello degli immobili. È, anche e soprattutto, quello che può attivarsi grazie al capitale umano, alla concorrenza (di idee, prima che di prodotti), alla formazione permanente, alla capacità di fare, essere, diventare impresa, in primo luogo di se stessi. Tutti elementi questi, che fanno “competitivo” un luogo, lo rendono preferibile ad altri, perché ,a parità di costo dei terreni o di vincoli urbanistici, è la qualità della vita che costruisce la scelta di andare a vivere in un paese/città e non in altri.

Cioè, nel saldo demografico non vanno contati solo i nuraminesi che se ne sono andati, ma anche coloro che nuraminesi non lo sono mai diventati: perché il paese era poco interessate, smunto, in crisi, chiuso, refrattario e culturalmente stimolante come la cava della cementeria.

La storia sette e ottocentesca di Nuraminis è stata, da questo punto di vista, altra.  Nuraminis è stato un villaggio capace di esprimere una classe dirigente attiva, imprenditoriale che, sebbene fosse ancora marcatamente legata a modelli economici e sociali di pre-capitalistici, seppe aprirsi al nuovo e utilizzarlo per rafforzare le proprie posizioni economiche e sociali, all’interno di una dinamica che, alla fine, favorì il sistema comunitario nel suo complesso; un sistema paese in effetti capace di esprimere dei primati almeno fino al secondo dopoguerra.

Questa storia – lunghissima, millenaria, fondamentale – non solo non è mai stata studiata, ma è stata addirittura rimossa, sostanzialmente per motivazioni di carattere politico-ideologico.

La storia nuraminese è stata letta unicamente in termini di storia di classe e padronale e si è, pertanto, preferito rimuoverla in favore di un modernismo arido, senza radici, completamente appiattito sul presente e sulle contingenze. Il ceto dei grandi imprenditori agricoli è stato sostituito da quelli che “ci mettevano una pezza”.

È stato quello il punto di innesco a partire dal quale i legami che facevano di un gruppo di persone insediate su un territorio una comunità (con i propri miti, la propria memoriale corale, le proprie debolezze, ma pure le proprie fierezze) hanno iniziato a spezzarsi.

E con quei legami si è rotto anche il contatto della gente con la terra, che non è stato, nei secoli , solo un mezzo di produzione, ma pure lo specchio creatore della nostra stessa identità.

È guardando la terra, il suo profilo confinario, i limiti delle proprietà che la segnano, che ciascun nuraminese (ma il discorso vale per qualsiasi abitante di una comunità) ritrovava e confermava la propria identità, le proprie radici, le ragioni e i torti del proprio appartenere ad un gruppo.

Potete anche continuare a credere che sia il mattone il fulcro del problema. Ma così facendo non si fa altro che perseverare nell’errore.

Noi vi stiamo avvisando: sbagliare è umano, ma tutto quello che viene dopo è diabolico.

4 thoughts on “[Nuraminis-Villagreca] Lo spopolamento, questo sconosciuto.

  1. Secondo me il problema dello spopolamento è un aspetto ke dev’ essere focalizzato a livello regionale. Non dimentichiamoci, infatti, ke la nostra è un isola e non un’ isola come la Sicilia ke cmq è vicinissima alla penisola. Detto ciò bisogna dire ke la Sardegna vive prevalentemente di agricoltura e pastorizia e quindi i giovani sono costretti ad emigrare nella penisola o all’ estero x cercare lavoro xkè non tutti hanno la possibilità o la voglia di fare un lavoro così. Poi ci sono quelle persone ke hanno aspirazioni più grandi e ke sono costrette ad andare fuori x cercare di raggiungere i propri obiettivi. Ciò non toglie ke l’ offerta lavorativa, sia in Sardegna ke in Italia, è piuttosto scarsa xke si parla tanto di agevolazioni x l’ imprenditoria giovanile, ma sfido chiunque ad addentrarsi nei meandri burocratici italiani e ad uscirne vincitore!!! È una sfida persa prima di cominciare.
    Se spostiamo l’ attenzione nella nostra piccola comunità i punti cardine della questione restano sostanzialmente invariati, ma anke il mattone ha svolto un ruolo di primaria importanza. Se negli ultimi 40- 50 anni ci fossero state delle politiche più appropriate, forse oggi saremo uno dei paesi più floridi sulla 131. Non dimentichiamoci che l’ espansione del nostro paese è stata fortemente osteggiata x paura del dilagarsi della droga, della delinquenza e di tutti quegli aspetti che, inesorabilmente, con l’ accrescersi di un paese, compaiono. E cmq lo spopolamento, come ha detto Giampaolo non è una cosa ke si combatte dall’ oggi al domani, ci vuole tempo….molto tempo ed il risultato non è cmq garantito.
    Ciao

  2. Ciao Andrea,

    prima di tutto, grazie per il commento. Hai ragione quando dici che il tema dello spopolamento andrebbe affrontato in un’ottica almeno regionale. È un problema troppo complesso per essere caricato tutto sulle spalle degli amministratori locali. Ciò non toglie che sul locale si possa giocare una partita importante (anche se non definitiva) su questo versante, partita che chiama direttamente in causa il modello di sviluppo che chi amministra ha in mente.
    Tutto quello di cui abbiamo parlato e parleremo in questo blog (le cave, la trasparenza amministrativa, la valorizzazione del patrimonio culturale e architettonico, le politiche giovanili ecc) sono tra loro collegate perché fanno parte di un progetto di convivenza. UNO tra i tanti possibili, non certo IL.

    Noi riteniamo che un piano di lotta allo spopolamento tutto incentrato sul mattone o sullo sblocco dei vincoli (staremo, poi, a vedere quanto tutto questo sarà possibile e in quali tempi), ma non preceduto e accompagnato da una conoscenza, riscoperta e promozione degli altri aspetti che costruiscono l’essere comunità, sia destinato a non rispondere o a rispondere solo in parte al tema cruciale dello spopolamento.

    Appunto perché la scelta di abitare in un posto dipende da una serie molteplice di fattori, e cioè dalle risposte che un luogo e la sua comunità riesce o meno a dare ai bisogni della persona.
    Bisogni complessi, articolati, che vanno ben oltre un piano urbanistico deregolato.

    Su questo versante stiamo preparando alcuni strumenti che ci permetteranno di essere più propositivi, affiancando contenuti al dibattito che da tempo teniamo acceso su certi temi.

  3. ciao giampaolo..guarda ti dirò ke la riduzione dei vincoli nel PUC saranno piuttosto difficile xke, non dimentichiamoci, che il esso è uno strumento del più ampio piano paesaggistico regionale ed a quello deve attenersi..ed anke i tempi non saranno brevi!!! poi se ci sarà una riduzione di certi vincoli ben venga! ciao

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