[Ghilarza] Obbiettivo Barcellona


A più livelli del vivere sociale si parla in maniera insistente del concetto di “sardità” ma non sembra che il modo di gestire i settori giovanili nelle nostre realtà calcistiche vada in questa direzione. A Budoni il 12 Aprile 2010 si è svolto un corso di formazione per allenatori di  base.

Il tema dell’aggiornamento è di particolare interesse: un tecnico di discreto livello, con esperienze in serie “B” e squadre “Primavera” di società professionistiche, riporta la sua esperienza come ospite del settore tecnico del Barcellona F.C.

Per chi come noi vive in un mondo “calcisticamente” limitato alla sola esperienza d’elite del Cagliari Calcio, è un’occasione più unica che rara.

Inoltre, e questa è la motivazione che mi ha portato a partecipare prima, e a raccontarvi poi, si tratta di un momento di confronto notevole per chi, come chi scrive, si cimenta nel ruolo del condottiero di un piccolo esercito di ragazzi appassionati fino al midollo del gioco della palla da prendere a calci.

Innanzitutto bisogna sottolineare che il modello proposto ai partecipanti è davvero invitante:  inutile ribadire che cosa rappresenti in questo momento della storia del gioco del calcio la formazione catalana, ma doveroso ricordare quanto si avvicini nella sua massima espressione all’ “ideale di purezza” della filosofia del football mondiale, e cioè “VINCERE GIOCANDO IN MANIERA SPETTACOLARE”.

Non é questo il luogo adatto a dilungarci su concetti base di metodologia tecnico-tattica specifici della disciplina del calcio. Semplicemente, credo che il racconto dell’esperienza contenga componenti “sociologiche” sulle quali vale la pena soffermarsi. In particolare, mi sembrano un interessante motivo di riflessione su come si possa lavorare nella scuola calcio e in generale, su come concretamente operano le scuole calcio nel nostro territorio. Mi riferisco a componenti che esulano, se vogliamo, dagli aspetti teorici  della disciplina ma che costituiscono parte integrante della riuscita della performance sportiva, che consentono a un allenatore di costruire il proprio gruppo, il team, il cosiddetto “spogliatoio”.

Un aspetto sul quale, per esempio, si fonda il settore giovanile del Barcellona è la forte identificazione con il territorio e l’attaccamento all’identità popolare intesa come “catalanità”. L’80% dei ragazzi del settore giovanile blau-grana sono catalani.

Nella realtà regionale sarda ci si aspetterebbe che almeno la massima espressione del settore a livello regionale, il Cagliari Calcio appunto, tracciasse una linea d’azione di questo tipo.

Sono evidenti le difficoltà che possono incontrare le piccole realtà locali, scuole calcio che operano con bacini d’utenza di sette-ottomila abitanti. E trovo avvilente la mancanza di collaborazione e di attenzione da parte di chi potrebbe e dovrebbe essere guida e modello in ambito tecnico e appunto dovrebbe essere, uso una parola forte e forse impropria, riferimento ed espressione d’identità “etnica” e non abbandonare a sé stesse le piccole realtà e puntare sul prodotto “esterno”.

Restringiamo ancora di più  il campo e guardiamo alla realtà in cui opero, Ghilarza.

Senza voler criticare l’operato dei direttivi che negli anni si sono adoperati con alterne vicende nella costituzione dei settori giovanili e delle scuole calcio, anzi, lodando le iniziative dell’ultimo triennio che hanno portato risultati soddisfacenti e materiale umano di notevole valore, non mi sento di condividere però questo tipo di proposta operativa, mi pare invece evidente la necessità di consorziare le risorse del territorio (il Guilcier nel nostro caso) nella speranza di esprimere in maniera forte e competitiva le potenzialità tecniche dei bambini-futuri giocatori di calcio. Soprattutto alla luce della miope gestione di chi pur potendo monitorare dall’alto delle proprie risorse e competenze – mi riferisco sempre al Cagliari Calcio – preferisce il classico risultato del “tutto subito” senza capacità di lunga visione.

Mi sembra così fortemente necessario per le nostre piccole realtà far fondamento sui vivai per portare avanti progetti pluriennali, abbattere i costi di realizzazione delle rose delle prime squadre e, non ultimo, anzi di basilare importanza, formare giocatori di calcio “attaccati alla maglia“, che in essa si identificano, e in essa identificano le proprie radici.

Credo che questo sia lo spirito che anima la pianificazione di una società come il Barcellona, certamente ricca forte e gloriosa, ma così umile da portare il principio dell’identità “popolare” a fondamento dei propri programmi tecnici del settore giovanile. A mio parere, un modello a cui guardare con attenzione.

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