[Nuraminis] Il finanziamento dimenticato (part 3). Prime riflessioni


Pubblichiamo la lettera inviataci da Mauro Salis (Università di Cagliari) che prende spunto dalla piccola inchiesta di Mendula Marigosa dedicata alla (mancata) valorizzazione del patrimonio artistico di Nuraminis.

San Pietro di Nuraminis. Parrocchiale. Resti dell'antico impianto?

Ciao Giampaolo, ho letto sia la prima che la seconda parte del vostro articolo.
La questione sui beni artistici di natura devozionale è di rilevante importanza per quanto riguarda la nostra terra, poiché tali beni costituiscono la parte più consistente di quelle testimonianze materiali che ci permettono di ricostruire e conoscere non solo le pratiche devozionali e il sentimento religioso, ma molti (quasi tutti direi) aspetti della società che li ha prodotti, di cui, per dirla con Panofsky, sono sintomo, e come tali vanno studiati e valorizzati. La storia dell’arte e l’archeologia non sono che un altro strumento a disposizione degli storici.

Ma il discorso della conoscenza è legato a quello della conservazione/salvaguardia e valorizzazione: non ci può essere un aspetto senza l’altro, e questo appare in modo chiaro e lampante nell’articolo scritto da mendulamarigosa.

Eppure, ciò nonostante, ci troviamo ancora di fronte a casi come quello di Nuraminis qui illustrato. Cosa ancor più grave, non si tratta di episodi sporadici, ma di situazioni “normali” (cioè ampiamente diffuse), per tutta una serie di motivi.

Leggendo la prima parte dell’articolo pensavo che finalmente ci trovassimo di fronte ad un esempio di buona amministrazione: mi ha indotto a crederlo il fatto che il Comune avesse chiesto e ottenuto (in parte) il finanziamento dalla Regione. Continuando nella lettura ho poi appreso la reale situazione: nullaosta chiesti in ritardo, gare per assegnare il restauro mai indette, fondi fermi, Regione ignara (o tacitamente consapevole?) di tutto.

Eppure, una volta ottenuto il finanziamento, che era il passaggio più difficile, il resto sarebbe stato cosa semplice. Intanto perché la Soprintendenza di Cagliari e Oristano è molto attenta a tali questioni, e posso dirlo per esperienza diretta (nel 2003 ho svolto un tirocinio presso la sede di Cagliari e ho operato a stretto contatto con uno storico dell’arte direttore coordinatore – questo è il titolo del funzionario più alto in carica dopo il soprintendente, riguardo ai beni mobili – proprio nel periodo in cui si programmava il calendario degli interventi di restauro, direzione, supervisione da effettuare per l’anno successivo, operazione seguita con scrupolo, attenzione e sensibilità. Ti ricordo a tal proposito che la supervisione da parte della Soprintendenza dei lavori di restauro, anche per i restauri finanziati dagli enti locali, non comporta oneri da parte dell’ente proponente il restauro stesso, se non di tipo amministrativo: compilazione di moduli ecc.), e poi perché l’istituzione di una gara per l’assegnazione dei lavori è cosa non difficoltosa: uno perché laddove l’ente locale non disponga delle professionalità adeguate per valutare la qualità dell’offerta si può rivolgere alla Soprintendenza, e due perché gli operatori attivi nell’ambito del restauro non mancano in Sardegna e sono competenti.

E’ quindi proprio una mancanza che riguarda l’amministrazione comunale di Nuraminis poiché non mi pare vi siano ostacoli di natura politica o tecnica all’operazione, a meno che non ci siano in ballo impedimenti altri di cui non siamo al corrente.
Mi accodo a Mendulamarigosa anche per la questione della mancata/inesistente verifica dell’utilizzo dei finanziamenti secondo le norme da parte della Regione, che avrebbe, anzi ha, più di un interesse perché l’operazione abbia il suo giusto esito.

Ci troviamo insomma, come voi avete ben delineato e denunciato, di fronte all’ennesimo caso di mala amministrazione.
Prima di salutarti e di rinnovare a te e ai tuoi amici-collaboratori i complimenti per l’impegno che profondete nel portare avanti su barralliccu, e per i risultati che state conseguendo (ho seguito e seguo con molta attenzione – ahimè con nessuna diretta partecipazione, di cui mi rammarico – la questione del disastro ambientale di Furtei), faccio un piccolo appunto di natura strettamente storico-artistica riguardo alle notizie riportate.

Non conosco nello specifico la letteratura sulla chiesa di S. Pietro, tuttavia, essendomi occupato dell’architettura di matrice gotico-catalana del meridione sardo, posso farti presente che l’ipotesi di datazione alla fine del XIV secolo non ha molti elementi a suo sostegno. O meglio, non metto in dubbio che una chiesa parrocchiale possa essere stata fondata in quel periodo nello stesso sito della attuale, e non mi stupirei esistesse, o venisse trovata, documentazione in merito, ma per certo le forme che noi oggi vediamo, e cioè proprio quelle di derivazione tardogotica, non appartengono a una datazione così alta. Queste forme infatti non si diffondono nei centri della Sardegna meridionale (fatta eccezione per la capitale del regno naturalmente) prima della fine XV-inizi XVI secolo.

La gran parte degli edifici – o meglio delle forme tardogotiche degli edifici – risale infatti al ‘500, come provano numerosi contratti di commissione in cui sono descritte anche le caratteristiche formali che le nuove costruzioni dovranno avere. I casi documentati di datazioni alte sono rari (e comunque non precedenti all’ultimo terzo del XV secolo). Quindi a meno che non ci siano documenti in cui si faccia esplicito riferimento alle forme tardogotiche per Nuraminis, mi sembra difficile poter datare le stesse prima del ventaglio cronologico di cui sopra.

Sull’ancona del Rosario invece sono state avanzate diverse ipotesi. Anche i documenti vanno saputi leggere, così come le opere, e non sempre le questioni si risolvono con una semplice addizione di dati. Per esempio che in un edificio si trovi una statua del santo X e poi si trovi l’atto di commissione della statua del santo X per quella chiesa non ci deve autorizzare a pensare, senza riserve, che quell’atto si riferisca proprio a quella statua. Esistono molti casi infatti di opere andate perdute e ri-commissionate per lo stesso altare, motivo per cui l’entusiasmo che può sortire dall’individuazione di una “coincidenza” dei dati deve sempre essere cauto: mai lasciarsi trasportare da esso se prima non si è proceduto ad un’attenta lettura stilistica del manufatto. Ultimamente questo fenomeno è sempre più frequente. Molte persone, che potremmo definire appassionate, prese dall’entusiasmo di aver trovato in archivio inventari o atti notarili, “riconoscono” nelle statue/altari/opere esistenti quelle/i citate/i nei documenti. Per tornare all’ancona del Rosario, l’ipotesi più accreditata resta ancora quella che assegna l’esecuzione dell’opera a Giovanni Angelo (Juan Angel) Puxeddu.

A tal proposito giova ricordare che questo operatore è stato, per un periodo di tempo, socio dell’Amatuccio, e così come l’Amatuccio e il Casola si forniva di retabli “bianchi”, ovvero realizzati solo nella struttura e ancora da lavorare, dal napoletano ma residente in Sardegna Vincenzo Sasso. Ancora una volta, il documento non è risolutivo per l’assegnazione dell’opera, giacché il firmatario del contratto non necessariamente coincide con l’esecutore.

Al di là di questi ragionamenti, di relativa utilità ai moderni fruitori, quello che conta è riconoscere il valore storico-documentario-artistico delle opere in questione, cosa che l’articolo di Mendulamarigosa mette bene in evidenza. Per questo le faccio il apprezzamento e i miei auguri per il suo lavoro di indagine.

Mauro

One thought on “[Nuraminis] Il finanziamento dimenticato (part 3). Prime riflessioni

  1. Concordo, Mauro, su quanto dici, infatti la frase formulata nell’articolo sull’architettura della chiesa è fuorviante per una mia manchevolezza nello scrivere il testo (che ho tagliato per motivi di lunghezza).

    L’edificazione dell’attuale Chiesa Parrocchiale di Nuraminis dedicata a S. Pietro Apostolo risalirebbe certo al XVI secolo, sia per fonti archivistiche che per confronto stilistico con altri edifici di culto eretti in Sardegna in tale periodo, come ad esempio le chiese di S. Pietro a Settimo S.Pietro ed Assemini.

    Queste considerazioni sono riferite alla costruzione della Parrocchia nella struttura in cui si presenta attualmente: è possibile infatti che in epoca ancora più antica sorgesse, molto probabilmente nello stesso sito, una precedente Chiesa, dedicata anch’essa a S. Pietro.
    A supportare questo dato vi è la relazione della visita pastorale del cardinale Federico Visconti, arcivescovo di Pisa e legato pontificio inviato da papa Urbano IV in Sardegna, che la mattina del 7 maggio 1263 visitò Sanctum Petrum de Noramine.
    E’ per questo motivo che riporto l’edificazione della chiesa ad una fase precedente, non intendendo con questo affermare che l’architettura gotico-catalana si diffonde in tale periodo, ma successivamente, appunto, nel XVI sec.

    Per quanto riguarda l’attribuzione dell’ancona del Rosario, mi baso sulle ricerche archivistiche condotte dal Virdis (che ne attribuisce l’opera ai napoletani Amatuccio e Casola)e su altri studiosi (Prof. Scano Naitza) che sulla base dei confronti stilistici preferiscono attribuire l’opera al Puxeddu.

    Per l’attribuzione delle altre opere ho consultato l’archivio della Soprintendenza di Cagliari e le schede tecniche delle opere mobili, in attesa di condurre una più approfondita indagine.

    Ti ringrazio, comunque, per l’attenzione dimostrata al tema e per avermi fatto notare l’imprecisione.

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