[Nuraminis] Il finanziamento dimenticato (part 1)


San Pietro di Nuraminis. Parrocchiale.

Breve premessa

Aldilà del sentimentalismo comune che ci lega alle nostre radici ( che il più delle volte si riduce ad un patriottismo di dubbia sensibilità), esiste ìnsito in ognuno di noi il desiderio d’appartenenza ad un gruppo, ad una società, ad una storia.

Il patrimonio storico-artistico, per la sua immanente bellezza, per il suo perpetuare nella storia, nei luoghi e nei ricordi di ognuno di noi, può essere la chiave per riappropriarsi del proprio passato e della propria identità attraverso il recupero delle radici storiche della comunità e della memoria.

In particolare, vorrei sottolineare l’importanza di quel patrimonio artistico di culto, che trascendendo la valenza puramente artistica ci mostra quella che fu la devozione, il sentimento religioso della comunità alla quale appartiene, rivelandosi ad essa come uno specchio della propria memoria sensibile.

Dell’importanza dei beni culturali si straparla in ogni luogo, in ogni tempo, eppure sembra che milioni di pagine di discorsi e dibattiti si perdano in uno spazio-tempo non definito: leggi, normative e dibattiti di carattere scientifico, fra i quali si annoverano i problemi legati alla gestione, alla valorizzazione ed alla fruizione di un patrimonio che non ci appartiene materialmente, ma che abbiamo IL DOVERE di rispettare, di custodire, di godere.

In seguito a diverse iniziative dettate dall’Unione Europea, in Italia con il Codice Urbani e attraverso diverse leggi  (per mezzo delle Regioni) si è cercato di dare un sig nificato chiaro e, si spera, un ordinamento specifico e definitivo alla materia dei Beni Culturali.

Nella fattispecie la Regione Sardegna il 20 dicembre del 2006  si dota di una legge coincisa e ben strutturata (L.R. 20 dicembre 2006 n°14 : Norme in materia di beni culturali, istituti e luoghi della cultura), permeata di buoni propositi, nella quale si spiegano chiaramente i principi e gli obiettivi che si intendono perseguire.

La legge dedica un articolo (art. 6) alle funzioni e compiti dei comuni, del quale riporto il primo articolo che mi sembra significativo:

art.1 – I comuni sono i primi custodi dei valori della cultura e dell’identità locale e OPERANO per la CONSERVAZIONE del patrimonio di memorie e tradizioni della comunità regionale e delle singole comunità della Sardegna.

Nuraminis. Un patrimonio dimenticato

La storia che si è andata svolgendo nei secoli a Nuraminis, oltre che nei polverosi archivi, nei manuali di storia della Sardegna, nei numerosi saggi scritti in proposito, la si può riscoprire anche attraverso le immagini, attraverso le testimonianze oggettive che sono rimaste nei secoli a nostro uso, a nostro consumo, anche “liturgico”.

San Pietro di Nuraminis. Parrocchiale, interni.

La parrocchiale di San Pietro Apostolo rientra a pieno titolo nella tipologia architettonica gotico-catalana, in particolare nella sua variante del meridione sardo. Le linee della facciata, i merletti e la torre campanaria sono tutti elementi tipici dell’architettura aragonese.

Quando l’attuale chiesa fu eretta,  Nuraminis  era già da tempo il capoluogo di una delle circoscrizioni amministrative dette curatorìe in cui era suddiviso il territorio dei quattro Giudicati sardi: il rilievo ed il prestigio che il paese aveva all’epoca dovettero sicuramente dare un impulso notevole alla costruzione di un nuovo edificio religioso, dalle grandi e imponenti linee, che ne rispecchiasse l’importanza; ecco perché è verosimile riportare l’edificazione della chiesa parrocchiale alla fine del XIV sec., quando gli Aragonesi, avendo conquistato ormai la Sardegna, rivitalizzarono le precedenti strutture amministrative giudicali.

L’interno si articola in un’ampia navata unica, con volta a botte decorata con affreschi del primo Novecento ad opera del pittore Battista Scanu di Cagliari. Ai lati diverse cappelle che custodiscono, tra opere di maestranze locali più o meno pregevoli, opere di scultura e pittura di artisti di grande rilevanza artistica del panorama sardo del Sei e Settecento tra cui Juan Angel Puxeddu, il napoletano Francesco Forlino ed altri. Per esempio:

San Pietro di Nuraminis. Parrocchiale, Ancona del Rosario.

Ancona e simulacro di N. S. del Rosario (ante 1628) : in legno intagliato, dorato e policromato, decorato con la straordinaria tecnica dell’ estofado de oro ( tecnica d’importazione spagnola che imita nell’apparato decorativo le vesti ed i tessuti, ed utilizzata da maestranze sarde, spagnole e napoletane per tutto il Seicento, di cui si possono trovare altri preziosi esempi nell’isola). Secondo fonti archivistiche, si attribuisce l’opera a due artisti napoletani che operano in Sardegna nel corso del XVII secolo: Giovanni Antonio Amatuccio e Alessandro Casola, il cui operato non si limita (secondo tali fonti) al retablo della Vergine, ma è riferibile anche al simulacro di Sant’Antioco. Altri studiosi, sulla base di confronti stilistici, preferiscono invece attribuire l’opera al famoso scultore Juan Angel Puxeddu.

N. S. del Buoncammino (1640) in legno intagliato, dorato e policromato. Secondo fonti archivistiche l’opera fu commissionata all’artista Francesco Forlino da Giovanni de Pau di Nuraminis. Il gruppo scultoreo è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale e rappresenta un bell’esempio di scultura napoletana nell’isola.

Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina (XVII secolo, seconda metà) Olio su tela Il dipinto rappresenta la Madonna del Rosario, al centro, mentre le due figure dei santi Domenico e Caterina, sono inginocchiate ai lati, in adorazione e preghiera. La tela è firmata da Giuseppe Deris, artista (insieme a Domenico Conti) attivo nel Seicento, in stretto contatto con i Gesuiti di Cagliari. Le sole notizie riguardanti i due artisti, di cui non si conosce la nazionalità, sono le firme e le altre iscrizioni sui loro dipinti, che consentono in mancanza di dati certi di formulare ipotesi sulla loro personalità artistica e sul valore della loro presenza.

E non potrei non citare altre significative opere presenti, tra cui diverse statue lignee di buona fattura ascrivibili al XVII-XVIII secolo,  una scultura lignea di S. Efisio ed un crocifisso processionale attribuibili alla bottega del maestro Lonis, non tralasciando i preziosi frammenti di ciborio bizantino della scomparsa chiesa nell’agro di San Costantino a Villagreca.

Questo elenco di beni preziosi, oggetti di devozione, della liturgia quotidiana che ho voluto proporre, sono solo la sintesi del patrimonio dimenticato di Nuraminis, non entrando in merito ai diversi siti archeologici presenti nel territorio, oramai quasi letteralmente SPARITI

…. to be continued


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4 thoughts on “[Nuraminis] Il finanziamento dimenticato (part 1)

  1. Incredibile come ancora ci si ostini a non capire che la cultura non è un optional, ma costituisce una fonte di lavoro fondamentale. Attendiamo il seguito del pezzo!!

  2. Pingback: [Nuraminis] Il finanziamento dimenticato (part 2) « ::su:Barralliccu::

  3. N.B.
    L’edificazione dell’attuale Chiesa Parrocchiale di Nuraminis dedicata a S. Pietro Apostolo risalirebbe al XVI secolo, sia per fonti archivistiche che per confronto stilistico con altri edifici di culto eretti in Sardegna in tale periodo, come ad esempio le chiese di S. Pietro a Settimo S.Pietro ed Assemini.

    Queste considerazioni sono riferite alla costruzione della Parrocchia nella struttura in cui si presenta attualmente: è indubbio infatti che in epoca ancora più antica sorgesse, molto probabilmente nello stesso sito, una precedente Chiesa, dedicata anch’essa a S. Pietro. A supportare questo dato vi è la relazione della visita pastorale del cardinale Federico Visconti, arcivescovo di Pisa e legato pontificio inviato da papa Urbano IV in Sardegna, che la mattina del 7 maggio 1263 visitò Sanctum Petrum de Noramine.
    E’ per questo motivo che riporto l’edificazione della chiesa ad una fase precedente, non intendendo con questo affermare che l’architettura gotico-catalana si diffonde in tale periodo, ma successivamente, appunto, nel XVI sec.

    Per quanto riguarda l’attribuzione dell’ancona del Rosario, mi baso sulle ricerche archivistiche condotte dal Virdis (che ne attribuisce l’opera ai napoletani Amatuccio e Casola), ma preciso che altri studiosi (Prof. Scano Naitza) sulla base dei confronti stilistici preferiscono attribuire l’opera al Puxeddu.

    Per l’attribuzione delle altre opere ho consultato l’archivio della Soprintendenza di Cagliari e le schede tecniche delle opere mobili, in attesa di condurre una più approfondita indagine.

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