[Capoterra] Un anno dopo. Intervista a Giorgio Plazzotta


L'Asilo di Rio S. Gerolamo: poteva essere una strage.

È passato poco più di un anno dall’alluvione che, il 22 ottobre scorso, ha colpito duramente Capoterra. Anche noi, nel nostro piccolo, ci eravamo occupati della vicenda, contribuendo alla mobilitazione per aiutare le persone colpite da quel disastro terribile.

Dopo un anno, torniamo sulla vicenda, e lo facciamo intervistando Giorgio Plazzotta, che è stato uno di coloro che nei mesi successivi alla tragedia ha cercato di mantenere alta l’attenzione sulla sua comunità. Giorgio è un informatico di professione e per hobby si occupa di pubblicazione telematica dal 1996, quando realizzò uno dei primi portali comunitari della Sardegna (www.isolasarda.it). Abitando a Capoterra, nella frazione di Poggio dei Pini, ha ideato due anni fa un blog dedicato a quel territorio (poggiodeipini.blogspot.com).

L’alluvione del 22 ottobre 2008 ha fatto sì che questo blog diventasse un importante punto di riferimento per la popolazione che voleva informarsi, capire ed incontrarsi. Un gruppo di persone conosciutesi nel blog ha così deciso di fondare l’Associazione 22 Ottobre e di impegnarsi concretamente per fare conoscere cosa è accaduto a Capoterra quel giorno e perchè, e anche per sollecitare affinché il territorio venga messo in sicurezza.

Ciao Giorgio, in primo luogo, per capire, per far capire proviamo a ricordare sinteticamente che cosa è successo un anno fa circa a Capoterra?

Si è verificato l’evento meteorologico più intenso mai registrato in Sardegna da quando esistono i pluviometri (1920). Certamente anche uno dei più intensi degli ultimi secoli. Su Capoterra sono caduti 450 mm di pioggia in sole tre ore. Si consideri che mediamente ne piovono 550 in un anno intero. In pratica sul capoterrese, in un’area piuttosto ristretta si è abbattuto un ciclone mediterraneo. Il bacino del Rio S. Girolamo, fiume che ha un regime torrentizio, ha raccolto questa vera e propria cascata d’acqua e si è ingrossato fino ad assumere portate (600 mc/sec alla foce) che lo hanno fatto diventare, per alcune ore, il secondo fiume più ampio d’Italia dopo il Po. Questa valanga d’acqua e di fango ha percorso i pochi chilometri che separano i monti dal mare travolgendo tutto ciò che ha trovato. Non solo alberi, pietre e cespugli, ma anche ponti e, nella zona della foce, anche molte case che sono state costruite in quello che viene definito “letto di piena” di questo fiume.

Quante sono state le persone colpite dall’alluvione?

Innanzitutto e prima di ogni cosa voglio ricordare le 5 vittime e le loro famiglie. Non c’è danno materiale che possa essere paragonabile alla perdita che hanno subito, ed è proprio perché non accada di nuovo una tragedia simile che alcuni di noi si sono mobilitati.

Tutti i 25 mila capoterresi hanno avuto danni più o meno gravi, perché nessuna infrastruttura era preparata a raccogliere quella quantità d’acqua. I disagi maggiori sono stati sopportati da chi abita nella zona esondata (circa 10 mila abitanti) ed in particolare nelle frazioni di Rio S. Girolamo, Frutti d’Oro 2 e Poggio dei Pini.

Sono state tutte risarcite?

Non completamente. La maggior parte ha avuto un risarcimento pari al 75% del danno subito, ma in alcuni casi, essendoci un massimale, questa percentuale è risultata inferiore. C’è da dire, tra gli aspetti positivi, che rispetto ad altre situazioni simili, i rimborsi sono stati erogati molto rapidamente dalla Regione Sardegna. Deve anche essere sottolineata la quasi totale assenza del governo italiano, che ha erogato una somma veramente esigua, solo 6 milioni.Se vi fosse stato un intervento più sostanzioso forse anche i danni, perlomeno quelli materiali, sarebbero stati risarciti in modo più consistente. Il fatto poi che tanti milioni di euro siano stati utilizzati per rimborsare le popolazioni danneggiate dovrebbe fare riflettere sul costo sociale che certe speculazioni edilizie hanno per la tasche di tutti i contribuenti.

Cosa nella vicenda è da imputare all’imprevidibilità della natura e cosa invece alla trascuratezza o alla mancata ?

Non c’è assolutamente niente che non fosse prevedibile. Il fiume è sempre passato di là. Quello era il suo alveo naturale. Ogni tanto se lo riprendeva. Ricordiamoci che ci sono state altre esondazioni minori nel 1985, nel 1999 e nel 2005, quindi ben più di un avvertimento. Un serio studio geologico della zona avrebbe evidenziato quale era il letto del fiume, ma ormai cerano già le case e quindi con un colpo di pennarello ecco che il rischio viene messo, tolto o spostato. Si è giocata un’assurda roulette russa spinta dalla speculazione edilizia sulle spalle della gente che ignara ha comprato la sua casa, spesso con i risparmi di una vita, in una zona a rischio. Qualcuno ha provato a dare la colpa alla natura, parlando di evento imprevedibile ed eccezionale e confidando sul fatto che la natura, i fiumi, i laghi, non possono replicare.

Prima o poi si pronuncerà anche la magistratura che applicherà le leggi dell’uomo, con tutti i loro cavilli, le eccezioni, le prescrizioni etc. La natura ha invece le sue leggi immutabili. Sarà meglio che impariamo a conoscerle e a rispettarle.

Sono stati portati a termine tutti i lavori di messa in sicurezza dei siti colpiti un anno fa? Ci sono ancora delle abitazioni che potrebbero rimanere coinvolte nel caso in cui dovesse verificarsi una nuova alluvione?

In realtà nessuno degli interventi finanziati sino al 15 ottobre scorso era destinato alla messa in sicurezza del territorio. I soldi non erano molti e le delibere riguardavano soprattutto interventi di urgenza sulla viabilità, sulle infrastrutture, sulle reti tecnologiche. Per questo motivo, qualora si verificasse una precipitazione di dimensioni analoghe, il rischio per le abitazioni che sono state allagate lo scorso anno è oggi lo stesso o ancora più elevato, dato che l’alveo si presenta in condizioni di maggiore degrado e con minore vegetazione.

Non dimentichiamo, poi, che la maggior parte delle vittime sono state travolte dalla furia dell’acqua mentre attraversavano strade con ponti inadeguati.

A proposito di opere non realizzate non posso non citare l’incredibile mancata costruzione del “Ponte di Pauliara” che costringerà, per il secondo inverno, i 500 residenti di un intero quartiere ad allucinanti pellegrinaggi nel fango. Solo l’ultimo stanziamento della Regione del 15 ottobre (35 milioni lordi) sarà destinato a interventi per la messa in sicurezza. Non si conosce ancora il dettaglio ma ci vuole poco per capire che quella cifrà non sarà sufficiente. Non so quindi quanto realmente servirà un intervento parziale a scongiurare il rischio.

Il disastro del 22 ottobre ha avuto delle conseguenze politiche? Ha cioè influenzato l’esito delle elezioni amministrative scorse a Capoterra?

Direi di no. A mio avviso la vittoria del centrodestra, che è stata piuttosto netta nel centro storico di Capoterra, ma incerta nelle frazioni, è legata soprattutto ad altri temi come ad esempio il rapporto della giunta Soru con il mondo dell’edilizia, settore che conta molti addetti in questo comune. Per quanto riguarda l’alluvione, i cittadini sono ancora choccati per quello che è successo e non hanno ben chiaro cosa sia successo negli anni ’70, quando sono stato commessi i gravi errori urbanistici che hanno portato alle conseguenze che tutti conosciamo. Si tratta comunque di eventi lontani difficilmente riconducibili alle formazioni politiche attuali. In questi casi ho l’impressione che, come dicono a Napoli, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”.

Voi vi siete subito mobilitati per cercare di mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su “Capoterra”. In particolare che cosa chiedete?

Chiediamo che la messa in sicurezza del territorio e della popolazione venga effettuata nel più breve tempo possibile. Ci sono state molte perdite di tempo ed intoppi in questi 12 mesi e noi siamo spesso intervenuti per sollecitare gli enti all’intervento e per segnalare possibili azioni da effettuare.

Chiediamo che la cittadinanza non subisca passivamente decisioni calate dall’alto e che invece possa partecipare attivamente. Temiamo che le opere di messa in sicurezza utilizzino criteri non ecocompatibili trasformando l’alveo del S. Girolamo in un orribile ed invivibile canale di cemento e invitiamo invece a utilizzare le tecniche dell’ingegneria naturalistica, che lo trasformerebbero in un Parco, perlomeno nei tratti in cui questo è possibile. Chiediamo un progetto globale per il territorio che garantisca e incrementi la naturalità del territorio boschivo, preservato dalla desertificazione anche grazie alla presenza dei laghi collinari, perché è proprio questa naturalità che garantisce un minore impatto erosivo dell’acqua e riduce i sedimenti che vengono poi trascinati negli alvei.

È per questo che avete deciso di lanciare una petizione? A chi è rivolta, cosa chiede, dove la possiamo trovare?

Chiediamo al Comune di Capoterra e alla Protezione Civile di poter disporre di un efficiente Piano di Sicurezza compatibile con l’alto rischio che è stato assegnato a questo territorio.

Tra i vari attori di questa emergenza ce n’è uno che è stato clamorosamente assente. Il governo nazionale ha erogato solo 6 milioni. Sappiano che in occasione di altri disastri nazionali. L’intervento governativo è stato, e sottolineo giustamente, molto più cospicuo. Perché? Forse noi sardi siamo meno italiani? Oppure contiamo di meno elettoralmente? Eppure quei fondi, anche se tardivi, adesso servirebbero per completare quell’opera che la Regione sta iniziando. Forse una petizione online è un modo anomalo per chiede l’intervento dei decisori istituzionali, però’ è ora che i sardi (di destra, di sinistra, di centro, di sotto e di sopra) si sveglino a facciano sentire la loro voce anche in questo modo, perche no?

L’indirizzo della petizione è: http://www.petizionionline.it/petizione/sicurezza-per-capoterra/123

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