[Furtei] Un’ex miniera d’oro. Col senno di prima.



Da quando abbiamo iniziato ad occuparci dello scempio ambientale costituito dalla ex miniera d’oro di Furtei, ci sono arrivate tante segnalazioni. Tra queste c’è un articolo che nell’ormai lontano 2000 Famiglia Cristiana dedicò all’unica miniera d’oro italiana.

Col senno di poi è facile. Però ci ha stupito trovare tra quelle righe le parole dell’allora sindaco di Furtei, che col senno di prima, sembrava aver capito davvero quale fosse la sostanza dell’operazione che si stava svolgendo sulle terre del paese che amministrava.

In un lago – è proprio il caso di dire – di consensi espresso dal territorio in quel momento, spiccavano i dubbi e le resistenze di quel sindaco. Citiamo testuale dall’articolo.

Chi non subisce il fascino dei “canguri” è il sindaco di Furtei, Ignazio Congiu, 48 anni, socialista “non pentito” alla guida di una lista civica di centro-sinistra. «Ci hanno imposto dall’alto di diventare distretto minerario», esordisce polemico. «I nullaosta sono arrivati dalla Regione; i controlli sanitari, effettuati da Asl e istituti universitari, sono sempre rassicuranti; ma io, piccolo sindaco di un piccolo paese, continuo ad avere le mie riserve sull’impiego del cianuro e sulle prospettive economiche del giacimento. L’oro prima o poi finirà; resteranno le risorse agricole, che sono da sempre la spina dorsale della nostra economia. Certo, in una terra che conta il 35 per cento di disoccupazione, una ventina di buste-paga ammorbidiscono tante resistenze». Congiu ricorda i primi scontri con Garry Johnston e la sua cocciutaggine nell’imporre il ripristino ambientale. «All’inizio di quest’anno ci siamo accordati», dice soddisfatto. «Rimettere a posto le colline sventrate darà un centinaio di nuovi posti di lavoro». La maggior parte della popolazione è silenziosamente allineata con le posizioni del sindaco. I giovani invece sono con Johnston, e così pure l’unico benzinaio del paese, Dario Caddeu, e la titolare del Bar Sport, Marisa Corda.

L’articolo – che potete leggere integralmente cliccando qui – mostra come la miniera, purtroppo, non sia caduta dal cielo, ma sia il frutto di una consapevole accettazione da parte delle popolazioni e delle autorità locali. E come, anche della scarsa propensione ad occuparsi del ripristino dei luoghi, ci fossero già evidenti segnali ben nove anni fa.

E’ un modello di sviluppo, quello che immette le cave nei nostri territori. Ce ne sarebbe anche un altro, di modello. Quello fondato sul rispetto del territorio e la valorizzazione delle sue richezze culturali, antropologiche, archeologiche, geologiche.

Però, questo qui, è un modello lontano dall’essere adottato. In Sardegna.

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