[Tonara] JOHN E PEPPINO, OVVERO DELLA CICUTA


mereu

Provocazione pertinente dell’amico Jemp (SuBarralliccu del 19 settembre): “Ora, adesso, cosa c’entra un personaggio così, uno dei padri fondatori del punk mondiale con un villaggio di montagna come Tonara?”

Risponderò con una domanda.

Una pista che corre indietro, scavalca un secolo e porta proprio a Tonara e a uno dei possibili perché. Una strada all’indietro per capire che non sappiamo leggere, che stereotipiamo anche l’instereotipabile, che tessiamo bandiere per nasconderci sotto, che devono arrivare i Kenze Neke col loro antiamericanismo zotico a spiegarci la ribellione. Poveri noi.

Invece una ribellione splendente nostro malgrado ce l’abbiamo nel dna.  Galleggia come un morto sulla corrente della nostra consapevolezza. E noi, in un imprecisato lassù, a guardarla passare sonnacchiosi.

C’è “Una storia“, “segreta”, io credo, a dispetto dello sputtanamento di un certo Nanneddu.

Non nego che mi piacerebbe importunare l’alveare, ma non è nel mio genere, quindi facciamo che non voglio insegnare Peppino Mereu* a nessuno. La metà di noi lo sanno già cantare a memoria.

Ma ho come l’impressione che ce lo cantiamo come una ninna nanna prima di dormire.

Invece dovremmo leggerlo. E impararne la calligrafia dissacrante. La capacità (più di cento anni fa!) di strappar le budella agli stereotipi per poi restituircele ancora fumanti, bocca ghignante e sguardo amaro. Come quando in Testamentu il vacuo locus amoenus della foresta di Flora si trasforma in un sardissimo bosco di prunizza intossicato da un significato atroce.

Nonostante fosse figlio del medico condotto e fosse pure un carabiniere, il Peppino nazionale aveva tutte le carte in regola per recitare per le nostre coscienze la parte rassicurante del poeta maledetto: una vita difficile, un’attitudine eversiva e come da copione, una morte sordida a 29 anni.

E sulla sua tomba il contrario di quello che forse gli sarebbe piaciuto, la nostra idolatria tonta.

Leggiamola, Testamentu, come se non fossimo sardi e come se non avessimo mai ballato Nanneddu rifatta dai Cordas e Cannas a Boroneddu e/o Sant’X, leggiamola con il naso fuori dal soffocante vessillo dei Quattro Mori, leggiamola vergini delle menate sull’identità.

È così bella, così universale, così primitivamente e intellettualmente ribelle, l’immagine del poeta che si accomiata dopo una serie di anatemi di impareggiabile verità.

E allora, che cosa c’entra il Peppino di Tonara con il John britannico?

C’entra che In mesu a tantos ramos de olia/deo cherz’esser su ‘e sa cicuta (Che fra tanti rami d’olivo lui vuole essere quello della cicuta)?

[…] No happo mortu, no happo furadu,/morzo senza peccados birgonzosos,/perdono, non cherz’esser perdonadu./Deo perdono cuddos ischifosos/chi de su male meu hant fattu isciala/cun sos libellos ignominiosos./Perdono s’infamante limba mala,/cudda chi de velenu m’hat bocchidu/tantu pro m’ ‘ider cun sa rughe a pala./Perdono cuddos chi s’hant divididu/unu bicculu ‘e pane chi tenia/a s’ora chi m’hant bidu piùs famidu,/In mesu a tantos ramos de olia/deo cherz’esser su ‘e sa cicuta,/pro imbolare unu frastimu ebbia:/«Chie m’hat causadu custa rutta,/vivat chent’annos, ma paralizzadu,/dae male caducu e dae gutta!»./Custu frastimu est pesadu e pensadu/prîte ca morrer non devia ancora,/comente morzo, de coro airadu./Serpente vile, perfida colora/fatt’hazis de prunizza avvelenada/una foresta in su regnu ‘e Flora./E cando m’hazis bidu chenz’ispada,/viles, hazis tentu s’attrivida/dandemi sa funesta pugnalada./E como, a sos istremos de sa vida,/pro ricumpensa de s’attu villanu/bos do custa tremenda dispedida,/Peppe Mereu bos toccat sa manu.

*Digitando Peppino Mereu su un motore di ricerca si trovano molte informazioni sul poeta e anche i testi delle sue poesie. Vi consiglio un libro: Peppinu Mereu, Poesie complete, a cura di Giancarlo Porcu, Il Maestrale, Nuoro, 2007.

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