[Vitoria Gasteiz, Euskadi] Diario della Korrika


5 aprile 2009. Sono le undici del mattino. Ancora presto per una mattina domenicale: il tempo è dilatato e non si pranza prima delle tre del pomeriggio. Ho appuntamento a mezzogiorno con Jon Ander e Itzaskun nella Plaza de la Virgen Banca.


Mi trovo nella Spagna del nord, in quelle terre che, benchè comunemente note come Paesi Baschi, Pais Vasco, Basque Country, si realizzano molto più sinceramente e ruvidamente nella parola Euskadi. Le terre dove accanto a Castigliano e Francese si parla ancora Euskera, una delle lingue più antiche d’Europa.

Precisamente mi trovo a Vitoria Gasteiz nella provincia di Alava. Una città di poco più di duecentomila abitanti che si fregia del titolo di città fra le più pulite e ordinate dell’intera Spagna. Quando, a dispetto del clima tendenzialmente atlantico che a volte la amareggia, è baciata dal sole, Vitoria diventa un luogo di sfolgorante bellezza. E questa domenica il sole bacia Vitoria.


Sono cresciuta in un paese di cinquemila abitanti e sono stata svezzata in una città come Cagliari, dove persino il mare è rassicurante. Quindi la prima cosa che una sarda provincialotta come me nota quando approda in Euskadi, è che i baschi trovano un numero rassicurantemente considerevole di motivi per uscire a bere e mangiare insieme.

La seconda è che dopo aver dato una prima impressione un poco nordica fatta di cortese sollecitudine verso la straniera, i baschi ti invitano calorosamente a uscire con loro e a partecipare alla maratona dei bar del centro storico delle loro città.

Così succede che qualche sera al rientro a casa tu debba dormire con un catino ai piedi del letto. Solo per precauzione, s’intende.


Ma succede anche che tu abbia la fortuna di vivere la Korrika dall’interno e cogliere lo spirito ingenuo, fiducioso e allegro con cui la maggior parte degli autoctoni la vive.

La Korrika è una corsa che ogni due anni, per diversi giorni, attraversa l’intero Euskal Herria (cioè tutte quelle regioni, compresa Navarra in Spagna e Labourd, Soule e Bassa Navarra in Francia, che formano il territorio storico bascofono).


È organizata da “Coordinadora de Alfabetización y Euskaldunización” (AEK) con l’obiettivo di creare coscienza, dare impulso all’Euskera e ricavare fondi per la causa.

Senza fermarsi neppure la notte, la Korrika porta in giro la testimonianza forte e allegra di chi pensa che parlare Euskera e coltivare la coscienza della cultura basca abbia un suo senso. Vi può partecipare chiunque. Si può partire con lei, accodarsi a metà strada, correre solo i chilometri del proprio paese o anche semplicemente applaudire al traguardo ed eventualmente ubriacarsi per festeggiare.


La prima edizione della Korrika, nel 1980, partì da Oñati (Gipuzkoa) e arrivò a Bilbao (Bizkaia). Giunta ormai alla sedicesima edizione, questa corsa è oggi una delle manifestazioni più importanti per la promozione dell’Euskera. E almeno a una straniera sentimentalona come me, appare abbastanza sgombra da orpelli rivendicazionistici. Molto semplicemente è un fiume divertente e divertito di gente che sfocia nella Plaza della Virgen Blanca di Vitoria Gasteiz.


Da quasi una settimana i miei amici autoctoni si raccomandano che io non manchi la domenica e che riservi un po’ di energie, perché sarà una giornata un po’ faticosa.

Mi domando che sarà mai, assistere all’arrivo di una corsa.


Poi arriva la Korrika. Quest’anno è partita da Tutera (Navarra) il 26 marzo. In undici giorni ha percorso più di 200 km attraverso Euskal Herria, non si è fermata nemmeno un attimo, ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.

Mentre mi preparo per raggiungere gli amici sento provenire dalla strada un fracasso di voci e musica. Mi affaccio al balcone che guarda su Calle Portal de Castilla, ai bordi residenziali della città: un gruppo nutrito di corridori con le pettorine colorate della Korrika riempie la strada. Da un furgoncino con su scritto “Korrika” una ragazza incita energicamente i corridori a tempo di musica.


Non posso resistere. Esco in anticipo. Voglio vedere Vitoria che aspetta la Korrika.

Tutte le vie che portano al centro brulicano di gente che si dirige ad applaudire l’imminente taglio del traguardo: madri e padri in tenuta da corsa che correranno gli ultimi 50 metri della Korrika spingendo il passeggino del loro bambino, ragazzi, ragazze, signori di mezza età, nonni, cani.

A mezzogiorno i miei amici mi accolgono in un bagno di folla all’imboccatura della Plaza della Virgen Blanca. Ci spostiamo più indietro, per vedere gli ultimi cinquanta metri della corsa.


La folla attende trepidante. Insieme a un gruppo di maschere tradizionali. E questa è la terza cosa che una ragazza sarda può notare qui: queste maschere pronte a danzare in onore della Korrika sono, nell’abbigliamento e nei movimenti, inquietantemente simili ai nostri Mamutones.

Alla fine la Korrika taglia il traguardo.


Il tema per questa edizione, la scritta che oggi campeggia dovunque è Ongi etorri, “bevenuti”; un saluto rivolto a tutti coloro che si sono avvicinati all’Euskera a prescindere dalla loro provenienza.

Tappa dopo tappa, nei giorni precedenti, la Korrika si è ingrossata come un fiume della potenza della coscienza culturale basca. Ora sfocia nella Plaza della Virgen Blanca di Vitoria Gasteiz partorendo un oceano di persone di ogni età e condizione e lì si disfa allegramente in un giorno intero di alcool, cibo e musica. E qui capisco – ahimè troppo tardi- perché i miei cari Mirari, Itzaskun e Jon Ander, nei giorni precedenti, mi avessero tanto premurosamente raccomandato di riservare un po’ di energie per quella domenica.

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