[Cagliari] Grazia va alla maratona (?)


In tempi di maratona regionale sarda di lettura, encomiabile iniziativa, sorge spontaneo domandarsi: chissà che libri si leggeranno, in codesta maratona.

Ognuno avrà il suo libro prediletto. Una volta che la maratona sarà conclusa sapremo anche cosa è andato per la maggiore. Probabilmente molti “correranno” con pagine di autori sardi sottobraccio. Probabilmente Sergio Atzeni andrà, a buon diritto, non è mai abbastanza detto, per la maggiore.

E la Deledda? Qualcuno leggerà un brano tratto da qualche romanzo di Grazia Deledda? Il Nobel nostrano ci piace o non ci piace?

Ci sgomenta, siamo sinceri. Noi comuni lettori. Noi che non siamo né di quelli che la Deledda non è letteratura sarda perché è scritta in italiano né di quelli che la Deledda tralascia di rappresentare la modernità irrompente nel mondo sardo a lei contemporaneo e nemmeno di quelli che la Sardegna della Deledda è una metafora. Non me ne vogliano i letterati lettori e mi perdonino le semplificazioni. Ma semplificare aiuta a suggerire l’idea.

Noi. Quelli che ora, da grandi, quando avrò un bambino lo chiamerò Elias. Eh, si, come Elias Portolu. Perché no? Come Elias Portolu. (Del resto, al mondo ci sono generazioni di Veronica -come la Castro).

Noi comuni lettori, terrorizzati per buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza dalla foto a mezzo busto della scrittrice pettinata come la zia di Pollyanna. Noi, in un pomeriggio d’agosto degli anni tra ottanta e novanta, atterriti dalle prime, insormontabili, dieci pagine del libro assegnato per le vacanze: Cosima.

Questo è il nocciolo della questione. A tredici anni ci misero in mano Cosima di Grazia Deledda. Manco a dirlo non riuscimmo ad arrivare alla fine. E dire che eravamo un terreno fertile, per questi esperimenti, noi che ci bevevamo di tutto purché fosse stampato su un libro. Vergognosamente, nei successivi dieci anni, noi non osammo avvicinarci nemmeno al frontespizio, dei romanzi della Deledda.

Ci sono libri che ti danno una mano nello sviluppo della sensibilità letteraria. Che, anche se te li sciroppi all’amorfa età di tredici anni, può darsi che ti lascino un mucchietto di brace a covare sotto la cenere del cervello. Brace che prenderà fuoco al momento opportuno, anni dopo. Io credo che la Deledda non sia fra questi. Ci sono libri che vanno letti da “grandi”. Prima, è necessaria un’educazione letteraria. Un libro come Cosima ha bisogno di anni di allenamento perché si impari ad affrontarlo. Anni di vita o di lettura. Sino al giorno in cui, quando hai già letto un bel po’ o quando sei semplicemente adulto, ti capita fra le mani Elias Portolu. La dolorosa battaglia nella coscienza di Elias fra tentazione e terrore del peccato, fra desiderio del bene e abbandono al male.

E lì capisci. E vuoi leggere subito anche Cosima.

A volte l’insegnamento della letteratura è (era? La si insegna ancora?) vittima di un grave equivoco. Quello per cui è salutare iniettarla nelle menti amorfe di ragazzini inermi come una medicina – perché fa bene. La Deledda è forse una delle vittime più celebri dell’equivoco. Per quelli della mia generazione, se dici Deledda, in un buon numero di casi si apre un baratro nero, una domanda attraversa gli sguardi, come davanti agli episodi di violenza più gratuiti.

Diciamolo: perché? Certe violenze non pagano. Non sarebbe stato più proficuo educare quelle menti di ragazzini innocenti a che un giorno, persa l’innocenza, aprissero spontaneamente e vogliosamente, un romanzo della Deledda?

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6 thoughts on “[Cagliari] Grazia va alla maratona (?)

  1. hai ragione è vero… pure io sto riscoprendo il mondo contadino della Deledda solo ora. Però, sai… non sarà perchè di quella violenza qualcosa mi è rimasto, e quel qualcosa mi rimanda proprio di nuovo a lei… non sarà per questo che adesso ritorno a rileggere, a riscoprire?
    Anche Dante fu una violenza, e Manzoni…
    a tredici anni quando vuoi fare la rivoluzione tutto quello che ti propinano è violento, perchè non lo scegli tu.
    o no?

  2. Forse si… ma resto dell’idea che nella maggior parte dei casi la Deledda resta un’incompresa nella vita letteraria di noi sardi.
    Naturalmente il post ha un secondo fine: provocare risposte che ne smentiscano la tesi! Sarebbe magnifico.

  3. Cara Adaspina, questo è il post che avrei voluto scrivere io, brava! hai colto in pieno l’utilità della Deledda, e con lei di tutti quegli autori che aiutano a sviluppare la “sensibilità letteraria”….ad avercene, in questi tempi amorfi! :)
    (…e comunque anche io amo il nome Elias)

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