[Cagliari] Mostra: “E a dir di Tuvixeddu…” (di Giorgio Ghiglieri)


A poco più di dieci anni di distanza dalla mostra “Tomba su tomba”, la Soprintendenza Archeologica di Cagliari ha presentato, il 27 settembre, la mostra: “E a dir di Tuvixeddu”.
L’esposizione, sita al terzo piano del Museo Archeologico di Cagliari, presenta il risultato di oltre dieci anni di lavori effettuati dalla Soprintendenza Archeologica che, in questo modo, risponde con i fatti alle tante accuse che le sono state mosse.

La mostra, che resterà aperta sino al 31 marzo del 2009, ripercorre, per aree di scavo, gli scavi e i ritrovamenti effettuati nell’area. In una cornice fatta di fotografie aeree e tavole con disegni, grafici e didascalie, nelle teche del museo sono esposti dei pregevolissimi reperti fenicio-punici e romani di una bellezza unica.

Dai cocci anonimi ai gioielli, dalle anfore agli amuleti, tutti i reperti sono incastonati entro un commento grafico-lessicale che ne descrive il luogo di ritrovamento e loro storia.
Frammenti di antico che ritornano nel nostro presente per ricordarci la nostra storia e farsi ammirare nella loro millenaria bellezza accentuata dal fatto che i reperti esposti non sono stati restaurati ma portano con loro ancora la terra delle tombe da cui provengono.

La visita della mostra è, comunque, un fatto assolutamente emozionale: la visione di una bellezza senza età rimasta per secoli sepolta sotto l’indifferenza (ed i rifiuti) che hanno ricoperto il colle sino ad una decina di anni orsono.

In tutta la mostra traspare il lavoro svolto da tutto il personale della Soprintendenza: dagli archeologi ai disegnatori, dai geologi agli operai. Tutti hanno lavorato duro, spesso in condizioni precarie, ed il risultato messo davanti agli occhi dei visitatori ripaga abbondantemente dalle fatiche di tutti i generi che il personale della Soprintendenza Archelogica ha dovuto affrontare nel corso dei lavori di scavo.

Ma questa mostra non è soltanto un momento di ammirazione dei reperti riportati alla luce, è anche un momento di riflessione e comprensione dei fatti che attorniano ed accompagnano questi reperti.
Fatti che sono molto confusi con notizie prive di supporto, numeri sparati a caso, confusione di competenze.

Partendo proprio dalle competenze, la Dr.ssa Lo Schiavo, Soprintendente ai Beni Archeologici, ha iniziato nella mattina di sabato, la conferenza stampa-dibattito sulla presentazione della mostra.
La prima cosa specificata dalla Lo Schiavo è stato l’ambito delle competenze proprie della Soprintendenza Archelogica: solo archeologia.

Tutela e scavo archeologico e non paesaggio, ambiente, urbanistica, giurisprudenza e politica.
La S.A. si occupa della tutela della cosa, dove per cosa si intende il reperto archeologico, del suo scavo e della sua catalogazione. Il resto, dice chiaramente, è compito di altri enti.
Nella perenne diatriba sulla tutela delle aree archeologiche ha ricordato come, anche nel passato, i Soprintendenti abbiano sempre segnalato l’urgenza di tutela di tanti siti ma tali segnalazioni, il più delle volte, siano rimaste lettera morta in quanto i mezzi legislativi non hanno consentito loro di poter andare oltre a quanto fatto.

Il vincolo archeologico, spiega la Lo Schiavo, non è un vincono di inedificabilità; sia i vincoli diretti che indiretti tendono a tutelare la cosa, la differenza tra i due tipi di vincolo sta nel fatto che mentre il primo (vincolo diretto) ha come fine la tutela diretta della cosa, il secondo (indiretto) crea un’area di rispetto che permette la fruibilità della cosa. Mentre la valorizzazione della cosa spetta a più enti mediante un progetto condiviso dalle parti.

Per quanto riguarda la scomparsa di oltre 400 tombe, la Lo Schiavo, coadiuvata dalla Dr.ssa Salvi, ha spigato come in realtà stiano le cose.
Innanzitutto l’opera di scavo è, di per sè, un’opera distruttiva in quanto per arrivare ad un reperto è necessario scavare, quindi distruggere la situazione primigenia. Beninteso, per distruggere si intende rimuovere quanto si trova nell’area, quindi asportare il terreno e tutto quello in esso e non altro (come qualcuno ha insinuato).

Dato che le varie sepolture sono stratificate e non, come si potrebbe supporre, in un certo ordine, è ovvio che per arrivare alla sepoltura più in basso occorrerà rimuovere quella sopra e così via sino ad arrivare a quello che in termini archeologici si definisce “strato sterile”, ossia alla nuda roccia o ad una conformazione geologica dove si sa che non sussiste altro.

Viene da sè il fatto che, per recuperare le sepolture le tombe vengano distrutte: non c’è altro modo.
Le metodologie di scavo prevedono poi una numerazione progressiva dei reperti trovati; la tecnica della numerazione progressiva, descrive la Dr.ssa Salvi, prevede che, nel caso in cui non si abbia la certezza che un determinato pezzo faccia parte di una sepoltura univoca, questo viene numerato con un numero progressivo successivo.

Per meglio capirci, accade molto spesso che una serie di reperti numerati progressivamente vengano successivamente accorpati in un’unica sepoltura quindi, in termini di numeri, il loro valore assoluto indicante le sepolture si riduce (giusto per esempio: 20 reperti numerati progressivamente = una sepoltura).

Per tacitare tutti coloro i quali si lamentano che le tombe sono state distrutte (facendo credere che ne sia stato distrutto anche il contenuto) si potrebbe agire come disse il noto archeologo Lilliu: la miglior tutela di un bene archeologico è tenerlo sepolto…
Per quanto riguarda il presunto danno creato dai gradoni, la Lo Schiavo ha spiegato che questi sono semplicemente poggiati sul terreno dove non sussistono tombe e che quindi non si tratta di un’opera invasiva che potrebbe danneggiare l’area archeologica in quanto, per eliminarli basterebbe tagliare la rete e rimuovere le pietre in essi contenute.

Sia la Lo Schiavo che la Salvi hanno sottolineato che nell’area esterna al vincolo non vi sono tracce di sepolture, ciononostante l’area viene tenuta sotto controllo dagli archeologi, pronti ad intervenire nel caso venissero alla luce nuove sepolture, mentre hanno confermato che nell’area archeologica vi sono ancora numerosissime tombe che aspettano di venire alla luce.

In sintesi la Dr.ssa Lo Schiavo ha rivendicato il corretto operato svolto dalla Soprintendenza Archeologica nel rispetto delle competenze proprie dell’ente. Un attenersi alle regole che sta comunque costando caro alla Soprintendenza che,bersagliata da accuse da più parti, travisata nelle sue dichiarazioni porta fatti a sua discolpa che nessuno vuole prendere in considerazione.

Sembrerebbe quasi che in questa vicenda del colle di Tuvixeddu dove, sicuramente, vi sia in ballo molto più di quanto oggi si possa intravedere, si sia già preparato l’agnello sacrificale.
La Soprintendenza Archeologica per l’appunto.
(Giorgio Ghiglieri)

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