[Nuraminis] Dialoghi (im)possibili con quelli che eravamo


Provateci a immaginarne le facce, le mani, i vestiti. Non è difficile, se ogni tanto date uno sguardo a quelle ricostruzioni che pubblica Focus Storia. E se vi viene difficile è perché ancora è forte l’immagine che degli antichi sardi ci hanno dato i libri che sfogliavamo quando eravamo piccoli.

Però, invece, non molto tempo fa, scopri che – forse forse forse – questi sardi nuragici non erano proprio dei pecorai trogloditi, vestiti con pelle di pecore, rinchiusi in un monte, spalle al mare, pronti solo a farsi guerra tra loro.

Macché. Scopri (scoprono) che questi – forse forse forse – navigavano. Se ne andavano in giro per tutto il Mediterraneo a spargere bronzetti nuragici e nuraghi un po’ dappertutto.

Forse, forse, forse, erano parte di quella federazione di popoli del mare che minacciava perfino i faraoni d’Egitto, che erano un po’ gli Stati Uniti dell’epoca.

Bo. Io, che non sono mai stato né nazionalista né tanto patriottico, anche io, ci provo quasi gusto adesso a scoprire che – forse, forse, forse!! – questi sardi antichi facevano paura perfino a Ramses, che perfino lui se li prendeva come mercenari, facendone la sua guardia personale (un po’ come Carlo V faceva con i lanzichenecchi svizzeri e come poi fa, ancora oggi, il Papa).

Se te ne vai al nuraghe de Sa Korona, dopo queste rivelazioni qui, certo che la vedi con occhi diversi, quella stazione nuragica abbandonata dai nuraminesi.

Perché adesso è come se te li vedessi davanti, che camminano, litigano, mangiano, fanno all’amore quegli uomini, quelle donne, quei bambini dell’età del bronzo antico.

Te li immagini – te li raccontano – quasi uguali a te. Se non uguali uguali, proprio simili: scuri, olivastri, non molto alti, sardi. Già sardi, belli e fatti: occhi e naso vicino-orientali.

Vestiti diversi. Cultura diversa. Però le stesse paure. E gli stessi misteri. Una fede, una religione.

Eccoli qui: non ce l’hanno più quella nebbia di primitivismo che li avvolgeva, non li vedo più alla stregua di uomini pre-primitivi, con un’andatura scimmiesca, con una chiacchiera difficile e gesticolata.

Macchè. Hanno i capelli corti questi qui, si vestono in pelle lavorata finemente, indossano un elmo anche, con le corna che spuntano, una spada in bronzo, corta, molto tagliente, molto facile da maneggiare. Uno scudo tondo. Basta guardare un bronzetto. O i graffiti nel tempio di Medinet Habu a Tebe, in Egitto.

Certo che lo vedo diversamente, adesso, il panorama che ti si spiana sotto Sa Korona, il nuraghe demolito che svetta sopra Villagreca: che forse è simile, molto simile a quello che hanno visto loro quando han deciso di piazzarci su nuraghe, tombe megalitiche e villaggio, laggiù a valle, dove c’è ancora un pozzo nuragico, quello di Santa Maria, anche se sommerso da una colata di cemento e di indifferenza.

Certo che le vedo con altri occhi, quelle immagini che mi raccontano cosa ci hanno trovato, gli archeologi, in questa terra dimenticata da chi ci abita. Non vedo più un’abitazione monocircolare, massi di calcare, un nuraghe arcaico, né resti di pasto, ossa, valve di molluschi marini. Né ceramiche decorate, o pesi da telaio, fusaiole fittili, punte di freccia, raschiatoi in ossidiana, lame di pugnale in rame, spillone e anelli in rame e d’argento.

Non vedo né resti, né reperti.

Vedo persone.

Che decoravano ceramiche, usavano il telaio, scheggiavano punte di freccia nei loro raschiatoi in ossidiana, e lame di pugnale in rame; e confezionavano spillone e anelli in rame, e altri anelli d’argento.

Vedo uomini, donne, bambini. Che litigano, si incazzano, dormono, si difendono, cacciano. Coltivano. Il grano, e la vite (… e venitemi a parlare di tradizioni, poi).

Li hanno trovati là, tutti morti e sepolti. Le donne erano agghindate con anelli in rame e argento e collane di conchiglie. Gli uomini, soldati, erano stati sdraiati con corredi di frecce in ossidiana e pugnali di rame. E pure i bambini, c’erano: l’hanno capito perché le testoline che sono riemerse dopo l’affondo dell’aratro avevano i segni delle prime dentizioni e tutto intorno c’erano dei vasetti giocattolo.

Certo che ti incazzi di più quando nel reperto non ci vedi un reperto, ma ci vedi una persona, un antenato, la tua storia. Cosa faresti se trattassero a colpi di aratro la tomba di un tuo avo? Non ti arrabbieresti?

Ma con gli avi è diverso – potreste obiettare. Ci scommettiamo che siamo parenti di sangue, noi e loro?

E non lo dico per dire. Non ricordo dove – almeno qui mi prendo la libertà di non citare la fonte, non me la ricordo, e poi tanto lo so che vi fidate di quello che dico – era stato mostrato che gli attuali abitanti di un paesino britannico erano discendenti diretti del più antico uomo là rinvenuto: un uomo del paleolitico.

Ci scommettiamo che con quei defunti primo-nuragici siamo parenti stretti? Parenti biologici? Magari uno studio un giorno dimostrerà che ho ragione.

Intanto, però, c’è una cosa che ci lega, forte.

Una parola.

Che però è un tuono.

Noi chiamiamo quella regione su cui siamo cresciuti come loro. La chiamiamo Nur. Nur è la stessa radice della parola Nuraghe. Non ci credete alla balla che il nome ce l’hanno messo i fenici. Ce lo siamo messi noi, Nur. I fenici son venuti dopo. Nur è una parola vicino orientale, che insieme a molti altri costruisce – sta costruendo, negli studi più recenti, linguistici e archeologici – una parentela, un collegamento tra i libanesi e i sardi, tra anatolici e sardi, tra l’Occidente e l’Oriente del Mediterraneo.

Cazzate, direte voi. Meglio una strada asfaltata, o un piano traffico che non funziona.

Meglio una cava, che porta lavoro.

Ma sì. – forse forse forse – hanno ragione loro, quelli che alzano le spalle da trent’anni: chi accidenti se ne frega di quella donna che 2500 anni fa stava seduta sulla cima de Sa Korona con una conchiglia appesa al collo, lasciandosi affondare nel tramonto che incendiava già allora i monti di Villacidro?

E già, meglio asfaltare una strada, o fare un nuovo buco sotto il nuraghe, che quello, almeno, porta lavoro (… e venitemi a parlare di tradizioni, poi).

Le notizie sui ritrovamenti nei siti di Sa Korona, Serra Kannigas e Genna Siutas son tratti dal recente volume di Enrico Atzeni, Ricerche preistoriche in Sardegna, Edizioni AV, Cagliari 2005. Un’interessante iconografia degli Shardana/Sardi appare nel numero di Focus Storia che se uscite ora e andate in edicola fate ancora in tempo a vedervela a scrocco.

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