[inter-viste] “Rubare il respiro”. Intervista a Marinella Saiu.


Venerdì 23 maggio alle 17.30 presso l’aula magna del liceo ginnasio statale Siotto, in V.le Trento, 103 a Cagliari, Marinella Saiu presenterà il suo nuovo libro, “Rubare il respiro“. Oltre all’autrice saranno presenti l’On. Federico Palomba e l’attrice Tiziana Pani, che leggerà alcune parti volume. Non mancate: ci sarà, oltretutto, una buona parte della redazione di questo blog.

* * *

Giornalista Rai, sarda di origine, Marinella abbiamo avuto modo e piacere di incontrarla nei giorni scorsi e da quella chiacchierata è nata questa breve intervista.

Da dove nasce questo libro? perchè l’esigenza di parlare di un tema così delicato come quello della pedofilia?

E’ nato da un fatto di cronaca: nel 2000 il Tg1 e Tg3 mandarono in onda delle immagini terribili di bambini stuprati. La mia amica Giulia ne fu così scossa che decise di raccontarmi la sua storia di molestie subite dagli undici ai quattordici anni. E la sua esigenza si è sposata con la mia sensibilità verso i bambini che vedo sempre meno protetti da questa società.

Sul libro aleggia una cupezza che solo raramente lascia spazio a spiragli di luce. E’ davvero possibile, dopo un’esperienza come quella vissuta da Giulia – la protagonista del tuo libro – tornare ad una vita “normale”, positiva, luminosa?

Giulia dà un segnale di speranza, ma soltanto a un patto: quella esperienza deve essere rielaborata, capita. Deve, come dice Giovanni Bollea, ridursi a quella che è: una violenza subita. Ossia spogliarla dai sensi di colpa, da tutte le tipiche sovrastrutture che, inevitabilmente, si creano nella psiche dei bambini molestati. Un esempio sono le persone che stuprano perché stuprati durante loro infanzia.

Il mondo di oggi – diciamo così – è molto diverso dalla società tradizionale che traspare dal racconto di Giulia. Tra quel mondo e quello di oggi c’è la rivoluzione sessuale, il femminismo, la laicizzazione dei costumi e dei valori. Ma perchè allora, ancora oggi, è così socialmente difficile affrontare il tema della pedofilia?

Perché, nonostante le rivoluzioni di cui tu parli, la nostra è ancora una società sessuofobica. Nessun genitore è disposto a pensare che i propri bambini nascano sessuati. E il non riconoscerlo significa anche non capire i segnali che arrivano dagli adulti verso i bambini e viceversa. Credo che genitori più consapevoli potrebbero fare un grande lavoro di prevenzione, non certo spaventando i bambini, ma educandoli a parlare dei propri sentimenti di felicità e di disagio, insegnare loro a distinguere quello che gli piace da quello che li disgusta per poter allontanarsi più facilmente davanti al “mostro” che spesso non si presenta certo come mostro, ma come persona che ti vuole bene. Le statistiche parlano chiaro: la pedofilia si consuma principalmente tra le pareti domestiche e con persone che i bambini conoscono. Forse è anche questa una ragione per cui si preferisce non affrontare il problema.

Una domanda, proprio perché ci ospita questo blog, ce la dobbiamo e te la dobbiamo. Tu sei quella che noi chiameremmo una “fuoriuscita”
sarda. Cos’è per te la Sardegna?: un’immagine sfocata di un passato che non c’è più, un luogo in cui tornare, o uno dal quale fuggire sempre? o cos’altro?

La Sardegna è un po’ tutto questo. Io e la mia terra ci odiamo e ci amiamo. Mi aspetto da lei promesse che non vengono mai mantenute e io la ripago fuggendone il prima possibile. Vorrei che un giorno riuscissimo a riconoscerci pacificamente: la Sardegna accettando il mio essere fuoriuscita e non volermi continuamente imporre alcuni aspetti antichi e violenti che trovo inaccettabili e da parte mia impegnarmi, prima di fuggire, a cercare quella parte piena di movimento, stimoli, intelligenze, che so essere più che presente e che mi inorgoglisce anche da lontano. Il mio dramma è che il desiderio di rimanere più a lungo me lo ispirano principalmente gli anziani, con i loro racconti, con la quella antica e viscerale pacatezza, con i loro sguardi profondissimi mai del tutto decifrabili, con gesti che solo chi è sardo riconosce. Ma il tempo passa e la morte è inevitabile. Così trovo sempre meno parenti anziani con i quali ho trovato sempre una comunanza: la predisposizione all’ascolto e al racconto, che ci ha regalato grandi gioie.

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