[Libri] Se ti trovi Niffoi in libreria. Riflessioni marginali e contaminate.


22 aprile 2008 Libreria Feltrinelli Piazza Colonna Roma.

Arrivo con qualche minuto di ritardo. In realtà, quando mi sono preparato per uscire pensavo di farlo per andare ad ascoltare Vinicio Capossela. Questo perché leggo i messaggi troppo in fretta (a volte nemmeno li leggo) e dunque ho confuso l’appuntamento delle 18.30 con quello delle 21.

Mi fa dunque un certo effetto appena arrivo trovare Salvatore Niffoi che presenta il suo nuovo romanzo Collodoro. La sala che ospiterà la logorrea dell’ormai arcinoto scrittore di voga sardo è abbastanza gremita. Tanto gremita e calda, che di lì a poco una signora in prima fila viene giù per un malore.

“Vedi l’effetto che fa Niffoi” mi sussura all’orecchio un mio amico maligno.
Mi sarebbe piaciuto davvero che fosse solo una battuta.
Invece è vero che Niffoi fa davvero un effetto da capogiro.
Ma non nel senso di un innamoramento.

Nel giro di pochi istanti, mentre le signora di una certa età giaceva ancora al suolo, il nostro scrittore di voga sardissimo (anzi barbaricinissimo) inanella una serie di quelle che il mio amico più caustico non esiterebbe a definire “bordate contro la crocerossa”.

Ne dice tante, grosse, tutte di fila, e io – abbiate pazienza – me le ricordo così un pò confusa-mente, alla rinfusa, rintro-nato.
Che la Costa Smeralda è un posto fatto per le “Veline che non sanno dove finire di fare le puttane”.
Che l’Unione Sarda va avanti “a massoneria e cemento armato”.
Che chi è stato a Forte Village non è stato in Sardegna.
Che i barbaricini sono abituati da millenni a riciclare tutto, a non sprecare nulla.
Che la Sardegna è stata dominata per Cinquecento anni dagli “Spagnoli”.
Che la Sardegna ai “Piemontesi non gliela diamo più”.

Peggio del previsto, sentenziava il mio amico vicino a me con un sorriso a forma di leppa.

Peggio, perchè la sua logorrea non perde nemmeno un soffio della leziosità della sua scrittura, nemmeno un grammo in meno di tutta quella sua enfasi immaginifica. E nemmeno le sue metafore più ridanciane riescono a celare la sua terribile incapacità di non prendersi sul serio.

Anzi, è quasi mistica la sua convinzione di dovere improrogabilmente assolvere alla funzione di vate della sardità, di coltivatore diretto delle radici, di difensore civico-civile delle moralità dominanti (in Sardegna).

E’ quasi dannunziana la sua foga retorica e, tra le sue mani, la Sardegna sembra divenire una novella Fiume, la quale, com’è noto, non chiese mai a D’Annunzio di essere salvata.

Se la prende con tutto e tutti, anche con l’Italiano (“io non do il culo all’Italiano”) che è troppo contaminato, troppo zeppo di parole estranee, straniere (lui stesso però usa una paio di volte il termine “imprinting“)

Io una volta per il mio dottorato, ho seguito un bellissimo seminario di Filippo La Porta, il quale ci parlava in un caldo pomeriggio di questa Roma delle meraviglie e dei furori.
Parlando del Verano, lo definì un luogo di congedi: un’immagine bellissima per raccontare un tratto sfuggente di questa città nel quale si intrecciano, quasi timidamente, una stazione ferroviaria e un cimitero.

Parlando della lingua, disse del valore del suo essere sporca, frammischiata, bastarda, negletta, bistrattata, bassifondata: quella è una lingua viva, una lingua che raccoglie il contributo di tutti, anche degli ultimi, dei periferici, dei dimenticati alla civiltà di e dei popoli, civiltà di cui la lingua è il monumento aereo più identificante e duraturo.

Davanti a questo insegnamento – che mi porto dietro sempre – i discorsi di Niffoi che affiancano le categorie di “giusto” e “sbagliato” alla lingua mi sono sembrate di una rozzezza intellettuale molto rara, e di un meccanicismo ideologico tipico dei regimi autoritari e paternalistici.

Ma Niffoi è un carro-armato lanciato contro tutto e tutti. La sua provocazione va avanti e non risparmia nessuno.

La punta polemica diventa se possibile più acuminata quando si rivolge contro la nouvelle vogue sarda.
Niffoi, c’era da aspettarselo, dice di esserne stato il “cattivo maestro”: non basta – dice – mettersi un orecchino e davanti al computer per potersi dire scrittori, per potere parlare della Sardegna.

Ogni riferimento a Flavio Soriga non è assolutamente casuale.

Eppure, signori lettori e dolcissime signorine, io la Sardegna di Flavio Soriga (quella raccontata nel suo Sardinia Blues – che titolo infelice, però) la conosco. La conosco perchè l’ho vissuta, è mia. Mi sento un pezzo pulsante e calciante di quella Sardegna contaminata, sporca, che mette il velluto e però suona canzoni di rock’n’roll.
Mi sento parte di quella Sardegna dei Campidani e delle città che è Sardegna almeno quanto la tanto decantata Barbagia da Niffoi.
Chi non è sardo non può capire (fino in fondo) quello che voglio dire.

E cioè che Niffoi è un pacco gigantesco.
Perchè la Sardegna che lui racconta non esiste. E’ un mito, come la Padania, come la Vittoria Mutilata che ha dato aria alle bocche del fascimo in Italia.

La sua retorica sull’identità è una roba talmente vecchia da sembrare nuova. E dietro l’esaltazione identitaria e nazionalista di Niffoi, dietro il suo rifiuto della Sardegna raccontata da Soriga, c’è il rifiuto e la negazione dell’altra Sardegna, di quella Sardegna nata e fatta di un sapere contadino che si è armonizzato o distinto al/dal “moderno” secondo dinamiche differenti e complementari a quelle barbaricine.

Quella Sardegna che è anche mondo urbano, vivo, aperto, corrotto, umano, sporco, che si manifesta nelle splendide archittetture volanti di Cagliari, o dentro il liquido svenimento che regala la fiera antichità di Oristano.

Dietro il rifuto di questa Sardegna, che conta tanto ma con meno arroganza e boriosità di certa barbaricina, si nasconde l’antico e stupido pregiudizio che una parte dei sardi ha coltivato verso la stragrande maggioranza degli altri: contro tutti coloro che non vivono in Barbagia.
Un pregiudizio che, come tutti, nasce dalla debolezza, dal non confronto, dall’adesione acritica a dei miti ideologici costruiti ad arte.

Quando Niffoi va alle Invasioni barbariche e dice che la vera Sardegna è la Barbagia, ripete sostanzialmente quel “gli altri sardi non contano” che scrisse ne “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.
Ma questo non diminuisce il tasso di infamia di quella affermazione. Nemmeno di un pò.

Mi rimane un cruccio: che non ho fatto le domande che avrei voluto allo scrittore in super-voga sardissimo.
Ma come diavolo facevo a dire tutte queste cose? E sarei stato comunque male a non potergliele dire tutte.

******

scritto ascoltando “burden in my hand” di Soundgarden (pezzo notoriamente identitario).

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21 thoughts on “[Libri] Se ti trovi Niffoi in libreria. Riflessioni marginali e contaminate.

  1. Bravo jemp, le parole giuste erano “lorenziano imprinting”, è pure etologo niffoi

  2. Sapete, credo che questo blog stia andando verso una morte inesorabile. Al momento attuale il contatore delle visite di segna la bella cifra di 205 ingressi solo nella giornata di oggi. Si dovrebbe esultare, questo blog viene letto o almeno guardato anche se distrattamente. Quello che non capisco è perchè nessuno degli “animatori” de su Barralliccu (tranne pochissimi) partecipi al dibattito, lasci un briciolo di commento o batta un colpo. Eppure mi sembra che il post di jemp abbia lanciato qualche provocazione e qualche argomento di cui discutere. Non so forse vi frena una buona dose di spocchia, forse la mancanza di tempo, la voglia, chissà.
    In tutto questo ringrazio seudeu che mi ha gentilmente consigliato un’alimentazione genuina senza mezzi termini.

  3. Come ho detto (scritto) recentemente, con Niffoi non sono andata oltre pagina 12: niente di personale, è che proprio non digerisco la Sardegna a una dimensione ;-)
    Quanto alla partecipazione al blog, non posso che meravigliarmi un pò anche io del fatto che sia un pò rarefatta, perchè lo trovo interessante e pieno di spunti…io, comunque, continuerò a partecipare quando possibile :-)
    saluti!

  4. Su Niffoi voglio solo dire una cosa: in libreria me lo chiedevano solo le signore impellicciate che avevano appena finito di leggere il Cacciatore di Aquiloni et similia. Alla fine l’ho letto anche io, ma il mio giudizio su di lui era già scritto. Qualcuno la chiamerà spocchia, forse. Sull’argomento in sè, Jemp ha pienamente ragione. Il passaggio sulla Padania mi trova meno d’accordo, forse non esisteva un tempo, ma ogni anno che passa mi sembra sempre più concreta. Ma questo è un’altra questione.

  5. Forse comincio a capire qualcosa su Niffoi (scusate la galattica ignoranza ma sino a questo articolo per me faceva il paio col milite ignoto giapponese, Kikkazzè).
    Sarò onesto, non starò a perdere tempo a leggere i suoi scritti (mi fido del giudizio di Jemp).
    Sicuramente un sardo che dipinge la sua terra come monodomensionale è utile per rappresentare, a certe categorie, lo stereotipo del sardo che cantava Piero Marras un tempo in “Stazzi Uniti”.
    Forse comincio a capire il post di herrschwein.
    Anche se non cambio opinione sul mio commento.
    See you later, folks!
    SeuDeu

  6. Esegesi del mio post.
    Antefatto:
    si parta dalle dichiarazioni e dai presunti intenti di Flavio Soriga: Soriga rivendica una provincia e una Sardegna postmoderne in totale antitesi con la sardegna raccontata da Niffoi e lo fa con un assiduo presenzialismo intelligentemente erogato tra radio e televisione.
    Niffoi e Soriga sono evidentemente due casi letterari e inevitabilmente pubblicitari, bravi entrambi a vendere libri, e soprattutto utili perchè la loro iperesposizione ha innescato una discussione su l’arte sarda (cinema e letteratura in primis) arrivando persino a far parlare di una nouvelle vague sarda. Per condire il tutto, la stampa ha ribattezzato Soriga “l’antiniffoi”. Bella trovata, con un fondo di verità.

    Ho trovato questa situazione oltre che interessante e stuzzicante anche un po’esilarante, quindi ho deciso di scrivere quel post semidiota. Vengo all’esegesi:

    Il post voleva avere innanzitutto una forma postmoderna (non dibattiamo sul significato del termine postmoderno), da qui l’idea di creare una specie di metapost costruito solo con dei finti tags. Per renderlo ancora più postmoderno ho evitato gli spazi fra le parole e ho separato alcune parti con / come se si trattasse di un testo in versi, così da ottenere una forma funzionale al contenuto (sempre che ci fosse un contenuto),anzi ora che ci penso, non voleva evitare una distinzione tra forma e contenuto.
    Ho poi elencato i protagonisti della nuvel vag nostrana, chiarendo l’antitesi tra i principali esponenti (antisorigaantiniffoi) e ho buttato nella mischia anche Marco Carta, vincitore di amici di maria de filippi – ho pensato fosse abbastanza postmoderno. infine ho accennato alla presentazione del libro di Niffoi alla feltrinelli di roma, molto esilarante. Il caro Salvatore esagerava con citazioni e aggettivi.

    Insomma, Niffoi sembra voler entrare a ogni costo nel pantheon degli scrittori che contano, o detto altrimenti, freme per diventare aggettivo, oppure, se vi piace di più, sostantivo: “ti ho comprato un niffoi, sei contento?”. In tutto questo il mio post voleva essere una critica molto giocosa e poco seria al fenomeno della nuvel vag sarda.
    Mi sono divertito, anche nell’esegesi.

    That’s all, folks

  7. quando l’ho visto / incrociato, devo dire che Flavio Soriga non mi è sembrata la persona più simpatica del mondo. Con sacrificio dunque, mi sono ritrovata a dire che mi piaceva come scrittore, e con ancora maggiore sacrificio mi sono ritrovata a sorridere alle cose (vere) che diceva dalla Bignardi due venerdi fa. Di Niffoi anche io ho avuto modo di commentare su queste pagine e altrove. Mi salta fuori la sua faccia dalle pagine, non ce la posso più fare… uno slalom tra i luoghi comuni, le parolacce (diciamo non tutte essenziali) e i suoi baffi. non ce la posso fare….

  8. Colgo l’invito (o provocazione) di jemp (oggi a trastevere) a un confronto con la mia isola da vera fuoriuscita. E non è male cominciare proprio da Niffoi per il quale, probabilmente, io sono come minimo una traditrice se non addirittura “non sarda”. La sua arroganza nel considerare la Barbagia come unica e vera Sardegna è come minimo immorale se non selvaggiamente narcisistico. Se entrassimo in questo gioco di scatole cinesi scopriremmo che la vera Sardegna esiste all’indirizzo di casa sua. Ma mi piacerebbe affrontare il discorso della “fierezza” dei sardi molto più ampiamente. Perché quello che dice Niffoi per una parte geografica (e non solo) corrisponde alla pari a quel senso di superiorità di molti sardi verso tutto ciò che sardo non è. Se qualcuno mi chiedesse cosa significa essere sarda in confronto all’essere finlandese sarebbe come chiesermi cosa significa essere donna in confronto a un uomo. Cosa potrei dire se non banalità: il clima, la lingua o come donna che io ho un organo genitale diverso e posso partorire? So che sto semplificando e me ne scuso. Ma è solo per dire che posso parlare di quella che sono, senza aggiungere nessun valore. la domanda può posrsi solo come confronto, ma senza bilancia. Temo, però, che spesso la “sardità” sia sentita come un valore che supera di una spanna quello de “l’altro” o “su strangiu”. Ma il valore quale è? da vecchia fuoriuscita posso solo sentirla come una ricchezza in più di conoscenza, la stessa ricchezza di chi conosce più lingue, di chi ha vissuto in altri paesi e ne ha capito, almeno in parte, la cultura. Ma di cosa bisogna essere orgogliosi non lo so. Mi piacerebbe parlare di sardità come di nostalgia, come della Signora Emma (bellissima storia) che mi ha fatto nascere, come dell’aria tremolante del calore estivo pomeridiano, come della signora che in piena notte andava in cimitero (chissa quale era il suo nome e il motivo?). La sardità è una parte della mia vita, imprenscindibile nei mei gesti, nel mio modo di parlare, come lo sono altrettanto la mia “romanità” o la mia “tedeschità”: esattamente i luoghi e le culture che ho incontrato nel mio cammino. E non ho mai pensato che ci fosse un podio olimpionico. Ok, ora vi ho annoiato abbastanza – prendetevela con jemp, è colpa sua – . Mi piacerebbe, però, parlare anche del complesso di inferiorità di altri sardi.
    ciao ciao

  9. Ciao M., e ciao a tutti. Condivido molte delle tue riflessioni, e ti invito a leggere alcuni articoli comparsi su L’AltraVoce di oggi (chiedo in anticipo venia per lo spot, ma mi sembra importante perchè si parla anche di sardità) a proposito della Conferenza sull’Emigrazione (cioè sui “fuoriusciti” in tutte le loro forme).
    A presto :-)

  10. Ero presente alla presentazione di Collodoro di cui si parla… immersa nelle riflessioni di Niffoi, che, tra l’altro, ha raccontato la genesi di Collodoro, evocando le suggestioni dalle quali è nata questa storia-mondo. Purtroppo, in questo blog, l’attenzione si è concentrata solo sull’aspetto più sensazionalista del discorso: la critica che Niffoi ha fatto di un modo di vedere-interpretare il mondo. La Sardegna, in questa visione critica, vi è inserita in quanto esemplare di contraddizioni fortissime che la così detta globalizzazione, altrove, ha già tentato di ‘semplificare’ attraverso la mercificazione, il consumismo, l’omologazione, la massificazione: vere e proprie metastasi che già Pier Paolo Pasolini aveva denunciato come piaghe da combattere.
    Io, ascoltando Niffoi, ho capito che le sue parole nascevano da questo sconfinato dolore, che condivido con lui, per una terra antichissima, meravigliosa, della quale lui è un cantore meraviglioso e lo sa, minacciata da ogni parte dai mali sopra citati, come il resto del pianeta.
    La sua lotta ha un senso e io, a 27 anni, mi sono sentita meno ‘sola’ ascoltandolo…

    “Noi, che siamo l’impasto infelice di tutti gli animali primitivi, una miscela antica di odori, un concentrato di provvisorietà, possiamo vantarci di qualcosa?”
    Salvatore Niffoi, “Collodoro”, Adelphi.
    Pag. 36

    Ecco chi è Niffoi e mi permetto di dare un consiglio a tutti voi, soprattutto a quelli che hanno scritto prima di me: LEGGETE prima di parlare. Fate esperienza in prima persona di quello di cui parlate! Altrimenti il vostro ‘sapere’ sarà sempre ‘manipolato’. Fittizio.

  11. ciao Sveva, sono contento che tu ti sia sentita meno sola con le parole di Niffoi. Per il resto non capisco come tu possa sapere quale sia e se io abbia fatto o meno esperienza in prima persona. Io non lo so di te e non mi permetto di argomentare in merito. E mi spiace anche che la prenda sul personale, tirando in ballo le mie o le altre biografie, e mostrando in questo modo di non avere assolutamente inteso il senso della mia riflessione.
    Riflessione che attiene un atteggiamento mentale (direi una tara) tipicamente sarda, che contribuisce a produrre quei mali che segnano o hanno segnato lo sganciamento della sardegna da dinamiche di cofronto positivo con il resto del mondo. Tare che sono tutte interne all’isola, che tracciano linee di discriminanza molto forte tra ciò che sarebbe sardo e ciò che invece no, tra ciò che sarebbe vero sardo e ciò che sarebbe solo esito di una colonizzazione esterna.
    Niffoi è una grande scrittore, ma è anche l’esaltazione sublime di questa rozzezza argomentativa e intellettuale, che un qualsiasi studioso (non scrittore ma studioso) di cose sarde che non sia prevenuto o ideologicamente orientato, potrà smentire con una mole enorme di documenti.
    Ciò che (mi) tocca è che la gente credsa che la Sardegna di Niffoi sia davvero esistita. Ma non è così. Studiare e provare ogni affermazione che si fa con un documento o un lavoro scientifico è una cosa diversa.
    Niffoi è un sogno, un mito, una stupenda inesistenza, una consolante inaderenza al reale, presente e passato.
    e non offendere più sul personale, mi raccomando.

  12. se ti sei sentito offeso ho forse toccato un punto dolente. Io non volevo offendere nessuno. Rileggi bene il mio intervento e vedrai che ho solo dato un consiglio a chi prima di me aveva scritto che non gli importava di leggere Niffoi, tanto si fidava del giudizio di jemp.

    Mia madre è nata in un paesino tra Ogliastra e Barbagia e io la Sardegna che descrive Niffoi l’ho vissuta sin da bambina…è condensata nella forza interiore che ti permette di sopravvivere in ogni condizione… mio nonno era pastore, lo sono i miei zii… forse è vero che esistono più anime in Sardegna, ma non vedo proprio perché dovrebbero essere contrapposte duramente!!! E perché negare l’esistenza di un universo tanto fecondo, che ancora sopravvive!!!
    Niffoi lotta perché questa Sardegna: l’isola nell’isola, come lui la definisce, mantenga lo spirito saldo e non si perda dietro a illusioni di modernità e progresso sterili, esattamente come i semi ogm(emblema di uno ‘sviluppo’ terribile, che invece di aiutare, affama, in nome dell’innovazione)!

    Negli occhi di mia nonna, della mia famiglia, nel loro aver attraversato i secoli reiventandosi la vita ad ogni passo, io leggo la Sardegna di Niffoi!

    E se ho scritto quello che ho scritto prima è perché io credo che si possa non essere d’accordo su un argomento, ma bisogna dimostrare la tesi contraria e non negare la tesi dell’altro, risolvendo il problema dicendo che quel mondo semplicemente non esiste!

  13. FotoGrafia, Festival Internazionale di Roma

    “RADICI”
    mostra di Sveva Taverna
    a cura di Arturo Mazzarella, Presidente Dams RomaTre

    Libreria ARION, via Veneto 42, Roma
    Aperta tutti i giorni sino a mezzanotte.
    Fino al 25 Maggio.

    http://www.fotografiafestival.it Circuito – Radici

    Siete tutti invitati… il confronto è sempre utile…

    un saluto.

  14. Sveva nessuno si è sentito offeso e in questa vicenda non ci sono punti dolenti, c’è solo una normale dialettica, chiesta su una sfera che non vuole considerazioni che tocchino l’ambito personale. Così ogni considerazione su Niffoi, ad esempio, tocca il Niffoi scrittore-vate, mai la persona.
    E questo vale anche per chi scrive e commenta su questo blog. Fatta la precisazione, devo dire, che nelle tue risposte si evince un fatto semplice: o mi spiego male io oppure tu non capisci. Probabilemente è vera la prima e quindi provo a spiegarmi meglio.
    Nessuno vuole contrapporre “duramente”, come scrivi tu, due o più Sardegne. Anzi, le riflessioni fatte su questo blog partono esattamente da una presa di distanza netta dalle parole di Niffoi che va in giro per l’Italia a dire che la vera Sardegna è la Barbagia.
    Perché?
    Potrei provare, documenti d’archivio alla mano, che questa affermazione è storicamente infondata, che esiste un filo rosso di reciproca dipendenza che spiega e lega le diversità delle micro-regioni sarde in un complesso intreccio, che non ammette le ridicole semplicazione sulla presunta “vera” Sardegna.
    Anche parlare di isola nell’isola è fuorviante, e figlia direttamente dal più retrivo dei campanilismi, dal più astioso dei distinguismi, dal più ideologioco dei snobbismi.
    La purezza della Sardegna centrale, anche linguistica, è anch’essa un mito, un’invenzione letteraria, un pezzo di strumentazione politica concepita ad arte.
    Ti invito a leggere la vastissima bibliografia di L. Wagner sulla lingua sarda: è proprio lui a notare la “corruzione” dei dialetti barbaricini nel lasso di tempo che va dal primissimo novecento al 2 dopoguerra.
    Non capisci che Niffoi cavalca (inventa) un mito: una Sardegna che non esiste, che non è mai esistita? Racconta una Sardegna da cartolina, che piace ai turisti o a chi ha bisogno di averne una visione edulcorata, idealizzata, dove i suoi immensi problemi, le sue tare secolari, sono figlie solo del rapporto coloniale imposto dai suoi dominatori e non di uno strategico rifiuto dei sardi (di certi sardi) di confrontarsi senza preconcetti né suddittanza col resto del mondo?

    Le civiltà sono organismi geneticamente modificati, che nelle loro trasformazioni tradiscono per sempre la loro matrice originaria, pur mantenendone alcuni frammenti. E sono questi residui che ne formano la specificità, l’identità se si vuole.
    Però questa identità è sempre figlia di una volontà politica – o letteraria – che la organizza, la spiega, la diffonde, la inocula in chi deve viverla e incarnarla.

    Quando questa identità traballa o giace in stato comatoso, la si maneggia come un arma impropria, la si scaglia contro tutto e tutti,
    rivendicandone una purezza, una superiorità che è più presunta (letteraria) che verificata.

    Chi conosce la Sardegna – perchè la vive, vivendone quotidianamente i problemi e le contraddizioni – sa che è un sistema complesso che da millenni vive non solamente di/per/grazie a la Barbagia, ma di tutte le sue componenti sociali e territoriali.

    La stessa civiltà barbaricina non avrebbe avuto una caratterizzazione così marcante, se non fosse cresciuta nel perenne incontro-scontro-scambio con quella contadina delle pianure e con quella urbana delle coste.
    Non sono io, non siamo noi che ragioniamo in termini di chiusura o di duro conflitto, ma chi afferma purezza e verità assolute, e chi cerca di parlare del tutto (un’intera isola) con i caratteri e i valori che nutrono e si nutrono di una sola sua parte, affermando per giunta la superiorità della prima sulle seconde.

  15. ..ho letto niffoi.. ma non l’ho mai sentito parlare… eppure dai suoi racconti sono rimasta colpita, perchè per certi aspetti mi sembrava di sentira mia nonna raccontare di quand’era bambina… gli aspetti socio-culturali descritti non mi sembrano prettamente barbaricini, ma fanno parte di un pezzo di storia comune della nostra isola… se poi niffoi la pensa diversamente non s’è fatto un giro in campidano… o in trexenta… luoghi dove ancora le vedove fainti is attittusu .. ma questo non c’entra….

  16. è proprio questo il punto. la sardegna è un tutt’uno, non esiste una “verità” superiore nella sardità della barbagia.

  17. La Sardegna è ogni sardo che la abita, e sarete d’accordo con me anche ogni sardo che non la abita, e magari
    Niffoi non sarà d’accordo con me, ma la Sardegna è anche ogni non-sardo che se ne è gelosamente affezionato e l’ha capita o magari appena intravista, vedi De Andrè.

    La Sardegna non “è” e neanche “non è”!
    Con questo voglio dire che ognuno ha la sua Sardegna, e se la vive, appunto, gelosamente. E non la molla manco morto!
    Io non sono barbaricino, e non uso le pellicce, però quando leggo i libri di Niffoi con quella sua monodimensionalità (?) lo capisco benissimo, mi diverto, rido, mi stupisco…
    Sono delle storie avvincenti, che nascono dalle tradizioni e a volte dall’ironia delle tradizioni.
    E il prendersi sul serio di Niffoi non mi sembra una questione di arroganza, ma una forma diversa di sentirsi sardo.
    E spero per lui che continui a fare ancora moneta con le sue storie, di diventare un tormentone, chessò… Spero di regalare un Niffoi un giorno. L’importante è che continui ad essere fiero di essere barbaricino, a vantarsene come fa un buon sardo, e a scrivere nel modo in cui scrive.
    Il resto è machìne!
    Ciao

  18. Ziromine io un Niffoi credo di averlo già regalato. E anche io spero che a Niffoi continui ad andare benissimo. Vorrei però che la sua SArdegna non sia l’unica. Tutto qui. Ciao e grazie di esser passato

  19. ho assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Niffoi. Non avevo inyenzione di intervenire, sentendo alcuni “continentali” dire che finalmente leggendo i suoi libri avevano conosciuto la vera Sardegna mi sono un pò risentito. Forse la sardegna non è mai stata così, non può essere contenuti in quei limitati personaggi e ambienti che risultano una costante di tutti i suoi scritti.
    L’autore si è molto risentito e quasi mi ha assalito, chiedendomi il titolo di studio e comunque trattandomi da ignorante. Non ho avuto modo di rispondeergli ho dovuto comunque dirgli che probabilmente neppure lui credeva in quella Sardegna, però era quella richiesta dai suoi lettori.!

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