[Fuoriusciti] Emigrati, tornate! – [daEmigratiSardi.it]


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di vitale scanuEmigrati tornate! Così titolava un articolo l’Unione Sarda del 26 ottobre scorso. Qualcuno comincia a riflettere sull’importanza di questa forza lavoro dei sardi all’estero che la Sardegna ha perso. Il loro ritorno dalla diaspora è visto come un impulso innovativo determinante per l’economia regionale.

Per parte loro, i sardi emigrati onestamente si sentono di possedere, con l’esperienza multiforme maturata, un plusvalore che li ha arricchiti: passivamente, nel senso che si sono appropriati di un bagaglio di conoscenze e di un altro modus vivendi più moderno, più aggiornato, più rapportato alla realtà esistente fuori dell’Isola; attivamente, perché percepiscono di avere una carica efficiente di valori che li spinge all’imprenditoria. Per loro l’immobilità è un controsenso.

Quando sono partiti, incalzati dalla povertà, povertà economica e povertà spirituale, hanno potuto respirare. Sebbene affrontando sacrifici di ogni genere (lingua, abitudini, alimenti diversi, esigenze lavorative di precisione e impegno…), hanno percepito di poter respirare un’aria nuova, meno impegolante del piccolo mondo di invidie, di gelosie, di vendette, di pochezza di strapaese, della vigliaccheria dei piromani.

Hanno constatato di avere a disposizione un ambiente dove poter esprimere tutto il loro potenziale di valori sardi mortificati in patria. Sono partiti portandosi dietro la loro gioventù, le loro mani operose, il loro cervello duttile e ricettivo, con tanti sogni belli e una valigetta di effetti personali, più un cuore bruciato per l’affetto ai propri cari lasciati lontano e la nostalgia struggente della loro terra.

E’ mai possibile, dicevano, che la Sardegna non riesca a sostentare un milione e mezzo di esseri umani, con tutte le risorse potenziali che ha dall’agricoltura, dalla pastorizia, dal turismo, dall’ortofrutta, dalla pesca, dall’ industria? La grande madre terra fa sempre la sua parte, offrendo in abbondanza la sua multiforme ricchezza. Evidentemente il défault è altrove, è nel sistema amministrativo e lavorativo non in grado di farla fruttare. Governanti impreparati e improvvisatori; imprenditori non supportati da una seria volontà politica; politici senza attributi, senza idee innovative d’insieme e col muso tuffato nella propria greppia; tanti lavoratori assenteisti e con un senso molto approssimativo degli orari e degli impegni di lavoro; ignavia mortale (mandronìa) dappertutto e una convinzione da “ci pensi lo Stato”; passività senza iniziativa, sporcizia, piromania, delinquenza… finanziamenti alla produzione della Comunità Europea revocati perché non utilizzati… Sarebbe troppo lungo l’elenco dei marasmi che ci affliggono. Di certo, non sappiamo gestire le risorse che la terra ci dona. Non li sappiamo amministrare.

Solo due esiti di mala gestione. Lo spopolamento. Nel Campidano ormai c’è una crescita zero: dati Istat della Regione riportati dal Centro regionale di programmazione per la progettazione integrata del POR. Parlano di uno spopolamento fatale, e proprio nei Comuni già afflitti da questa emergenza. Paesini che stanno scomparendo dalla carta geografica. Le cause? Chiusura delle miniere e delle fabbriche, agricoltura senza strutture di irrigazione, commerci azzerati dalla grande distribuzione, terziario penalizzato della crisi di questi settori, tassazioni folli, scoordinamento della politica economica…

Soluzione? Emigrare. Negli ultimi 15 anni ha lasciato il Medio Campidano il 4% della popolazione. Di emigrazione si può dunque anche morire.L’assenteismo nel lavoro. Troppe industrie chiudono per causa dell’assenteismo. La SNIA di Villacidro nel ’70 – come riportano i quaderni dei rapporti dei capiturno della SNIA anni ’70 – registrava il 72% di assenteismo (!). Il 17 novembre di quell’anno mancavano nello stabilimento 26 lavoratori su 36. “Come può un’attività funzionare con quella percentuale di assenteismo?”, si chiedeva l’imprenditore Giovanni Muscas, davanti a centinaia di presenti al convegno annuale del Gruppo ISA nell’ottobre 2006.

Non si sa lavorare. Manca una cultura del lavoro. Tutto questo per gli emigrati è cosa intollerabile e, plausibilmente, poco allettante per un rientro a casa. Tornare in Sardegna? Magari! Gli emigrati però fanno questo semplice ragionamento: se il presidente Soru, e prima di lui l’on. Pili e tutti e due assieme a quel campionario di politici annoiati e ruminanti cingomma, non riescono a tenere in vita, senza capacitarsi delle sue potenzialità anche in loro favore, un periodico regionale di coesione, informazione e collegamento come il Messaggero Sardo, quale fiducia possiamo accreditare a queste persone e alle loro promesse?

Quale emigrato tornerebbe a investire in Sardegna quando, agli stessi primi passi, l’invidia, le gelosie, le vendette, i piromani, la delinquenza gli spezzano le gambe, distruggendo il suo sudato lavoro e preziosi posti di occupazione per i suoi paesani? Tornate in Sardegna… Sono tanti i sardi formatisi all’estero (in Italia se ne registrano 350.000 esemplari), che vorrebbero tornare, che hanno voglia e idee per un miglioramento della Sardegna. Sono quelli che non si rassegnano, che credono che qui esistano ancora belle opportunità di progresso, che non è tutto un fallimento.

Il presidente e gli altri politici regionali non mancano di parlare del “patrimonio” che rappresentano i sardi all’estero, dell’ “unico popolo sardo, i quali illustrano così egregiamente la Sardegna.. Bene. Questi, dice Tonino Mulas, presidente della FASI (Federazione Associazioni Sarde in Italia), “devono essere concetti da recepire e inserire nel nuovo Statuto regionale”, e farli funzionare con i fatti, non solo a parole.

E’ dell’anno scorso un film esemplare che tratta questo argomento del rientro degli emigrati in patria, un lungometraggio del regista spagnolo Carlos Iglesias, intitolato “Un franco, 14 pesetas”. E’ uno spaccato degli anni ’60 di quando suo padre emigrò nella Svizzera tedesca. Mostra le difficoltà e la lenta integrazione favorita dal buon senso, senza razzismo né esasperazioni drammatiche, delle autorità svizzere di San Gallo e dell’Appenzello.
E’ uno spiraglio positivo sui tormentati anni dell’emigrazione in Svizzera. Nel contempo però il film illustra i problemi affrontati dalla famiglia Iglesias al momento del rientro, soprattutto nel rifiuto dei conterranei a riaccoglierla; dell’invidia, quasi si trattasse di ricche persone straniere venute a stabilirsi in Spagna.

E’ l’esperienza confermata da tanti emigrati spagnoli e anche sardi degli anni 60-80 scappati da casa per non morire di fame: rientrare è un problema serio.
Un esempio di rientro “fortunato” di emigrati sardi dalla Svizzera, più vicino a noi e più aderente perché ambientato in Marmilla, nella zona pedemontana del monte Arci (Villa Verde, Pau, Ales, Usellus), è il romanzo del sottoscritto Bachis Frau emigrato di prossima edizione. Vi si descrive l’esito positivo di una sinergia tra la volontà incrollabile di un emigrato che dopo quarant’anni torna dalla Svizzera e riesce a cooptare il capitale svizzero in un progetto di miglioramento del proprio paesello Villa Verde. Facendo perno sull’unica risorsa presente nel territorio, la ricchezza ambientale della natura e le vestigia dei tempi dell’ossidiana, coinvolge il figlio André e il Musée d’Ethnographie di Ginevra in un progetto turistico per tutta questa zona della Marmilla. In fondo è il pensiero programmatico di Gramsci: “Occorre violentemente portare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.Vitale Scanu

Emigrati, tornate! – [Emigrati Sardi]

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One thought on “[Fuoriusciti] Emigrati, tornate! – [daEmigratiSardi.it]

  1. Io sono un pittore,sono molti anni in Germania, ho fatto diverse mostre;
    Monaco,Bonn, Francoforte ecc. ecc.
    Quello che mi ramarica e che non sono mai stato invitato,da nessuno,propio non esisto in Sardegna, eppure sono nato a Sarroch, provincia di Cagliari.

    Un caro saluto a tutti!!!!!!!!!!!!

    Ciao, Picasso.

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