[Limba] Il nome delle cose


Lettera per Herrschwein che mi chiede, nei commenti, quanto è salutare per il sardo “sardizzare” termini italiani per dare un nome a cose che in sardo sembrano – gran parte delle volte sembrano soltanto, badate – non averlo.

Mio caro,

Qui mi scateni un dibattito nucleare. Per brevità sarò un po’ superficiale.

Ci scrivono libri su questa cosa. Cioè, su quanto sia o meno salutare per il sardo “sardizzare” termini italiani.

Siccome io da grande volevo fare la linguista e non la patriota sarda, ti rispondo subito che, se una lingua è viva, è naturale che si intrufolino in essa parole delle altre lingue con cui essa è quotidianamente in contatto. Una lingua che non è interessata da scambi con altre lingue è una lingua morta. Come il latino.

È fisiologico che con il tempo passino anche le parole. Che muoiano, semplicemente, come molte cose del mondo.

Detto questo, è anche vero che noi possiamo riesumare qualche bella parola dalla Carta de Logu del Giudicato di Arborea perché ci può essere utile nell’oggi, con l’anima nuova che noi gli infonderemo usandola.

Per una sorta di arcano rispetto verso i valori che la lingua veicola, è molto bello cercare nei documenti antichi e nelle persone anziane parole che possano adattarsi a un nuovo concetto.

Per intenderci, senza scomadare la gloriosa carta de logu, possiamo dire samunadora, sciacuadora o, semplicemente, lavatrice.

Come vedi, questo è anche un (riduttivo, molto riduttivo) esempio di come ogni lingua del mondo abbia in se i meccanismi per dare i nomi alle cose nuove.

C’è un modo più “intrinsecamente sardo” di dire bilinguismo che non bilinguismu? Forse. Bisognerebbe indagare nella grande ricchezza del lessico sardo.

È un campo molto complesso questo dei prestiti. Tocca ambiti molto “tecnici”. E sensibilità, suscettibilità differenti.

Nominare le cose è un problema politico, anche: sicuramente intuisci la differenza che c’è, politicamente parlando, tra sa samunadora, sa sciacuadora, o semplicemente, sa lavatrice.

Fisiologicamente, e non per forza pericolosamente, il lessico è il settore delle lingue più esposto ai contatti, ai mutamenti. Forse non è poetico né patriottico ma il mondo cambia, tu non pensi come pensava tuo nonno, e non usi più sas petzas de pe’, ma le calze, sas midzas. I nostri antenati parlavano sardo, sardissimo direi, anche quando erano governati dagli spagnoli e assorbivano molto della loro cultura e quindi del loro lessico.

Ci sono poi altri settori delle lingue che, se intaccati, minano davvero l’esistenza di un idioma: la morfologia, la sintassi, per esempio.

Ma, direbbe Lucarelli, questa è un’altra storia.

So di non essere stata chiara ma spero almeno di averti confuso in modo costruttivo. Grazie.

P.s. forse questo link potrebbe aiutarti a sguazzare nella confusione: www.acalisa.org (S’Academia Campidanesa de sa Lingua Sarda)

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8 thoughts on “[Limba] Il nome delle cose

  1. Cara Ada, grazie, sei stata chiarissima e hai centrato il punto, ovviamente. Il mio commento, forse un po’subdolo, nascondeva un’altra domanda: Il sardo è una lingua viva, davvero? Mi hai risposto. Io fatico un po’ad accogliere i neologismi cacofonici dello zingarelli, e – paragone più calzante – gli inglesismi. So bene, o meglio intuisco, quanto siano inevitabili, fisiologici, politici, e talvolta “comodi”, questi scambi. Devo, però, capire se il sardo è vivo davvero o se è vivo unicamente, per i sardisti, i super tecnici del settore, per chi ancora lo usa più o meno correttamente. Insomma, ho l’impressione che sia diventata inesorabilmente una questione accademica. Ma non mi piace. Preferirei usare bilinguismu e chissa quale altro “italianismu”. Grazie. Ciao

  2. P.s. ho l’impressione che questi tentativi di bilinguismo, per altro positivi, siano il sintomo dell’agonia di una lingua. Inoltre, credo che ormai anche morfologia e sintassi siano state intaccate. Dirai che anche questo è un processo fisiologico per una lingua viva, lo è per l’italiano perchè non dovrebbe esserlo per sardo, ma il numero di parlanti precipita rovinosamente, o sbaglio? questo non è forse il sintomo di una morte annunciata.

  3. Non è il mio campo, ma lancio un sassolino. Il tema della lingua si presta come pochi altri a dure contrapposizioni tra fanatici nazionalisti sardi (che a me paiono una buffa versione di sinistra di un conservatorismo statolatra e protezionistico) e esterofili iper-modernisti che non arrivano neppure a concepire il tema della sardità e delle identità culturali e linguistiche. Io trovo che ne i puristi nè gli indifferenti siano di qualche aiuto alla causa ma solo un impiccio che non permette di distinguere i fini dai mezzi.
    la lingua che che se ne dica non puoi mai essere un fine. E’ sempre e solo un mezzo: attraverso cui si manifesta un’identità che può essere solo culturale, ma anche etnica, religiosa, politica. Parlare in sardo (e parlare un certo sardo, con una data morfologia ecc ecc) dovrebbe essere il risultato di un’urgenza identitaria di una comunità e non l’esito di una costrizione normativa.
    Inoltre molto del dibattito che se ne fa, è viziato da una sorta di moralismo linguistico che pretende di dettare le norme, i caratteri della purezza, i doveri che chi parla deve rispettare per non essere irriso o addirittura definito non sardo.
    Detto fuori dai denti: bisogna superare la ridicola superficialità di chi – essendo logudoresofono – irride al campidanese come sardo “corrotto”, “impuro”, “italianizzato”, “minore” (alle stronzate non c’è mai fine).
    Per come la vedo io la lingua o è un fatto plastico, contaminato e contaminante o non è.
    E, come la fede, nasce da una scelta e non può durare se motivata da una moda intellettuale che non nasce da un’urgenza veramente popolare.
    Se non si risolve questo nodo i discorsi su morfologie o grammatiche a me paiono davvero leziosi, perchè rischiano di non centrare il cuore vero del problema: perchè un popolo scelga di parlare o non parlare più una lingua.

  4. Appunto “urgenza popolare”, se però c’è questa urgenza. Ho l’impressione che un popolo non scelga di parlare o non parlare una lingua ma questo è ovvio, sono altri i processi che lo determinano, non una scelta. Jemp, tutto quello che dici sull’identità è vero, le stupide prese di posizione “ideologiche” non ci riguardano, sono semplicemente prive di fondamento logico. Io chiedo solo se il sardo è vivo, se sopravviverà oltre lo studio strettamente accademico.

  5. 1. Tutto sommato il sardo è vivo. Malato. Ma vivo. Tutti i nosti genitori lo parlano correttamente e correntemente. Stando alle statistiche regonali il 60% dei giovani sardi lo parlano.

    2. I linguisti di solito considerano l'”intacco” lessicale di una lingua “normale”
    l'”intacco” morfologico e sintattco pare sia più grave.
    Il sardo in questo senso gode di buona salute.

    3. la lingua è un mezzo

    4. Qualche volta le cose “imposte”, come leggi, convegni, programmi televisivi in lingua, riescono a ottenere l’effetto di ridare prestigio a una lingua che non ne ha più agli occhi degli stessi parlanti.

    5. Ai convegni, alle cose che riguardano la lingua c’è sempre folto pubblico. Positivo.

    6. Poi ci sono i fanatici fuori dal tempo con le magliette con su stampata una bocca amutolita da una bandiera italiana. Sono innocui. Non mettono bombe. Però fanno un casino di politica! Che palle.

    7. Tutto il resto, ragazzi, è un casino. Pocos locos e male unidos. Anche se io ho un debole per tutte queste visioni del mondo che abbiamo in Sardegna.
    Non credo nel popolo sardo. Perchè è palese che non c’è.
    Credo nella mia isola, e un pò mi piace credere che un giorno accetteremo le nostre diversità e saremo una vera variopinta regione utonoma con bambini plurilingui, con scrittori del sardo tradotti in tutto l mondo, con mille dialetti del sardo ancora vivi…

    8. è vero. tutto questo parlare di identità denota che ci stiamo cagando sotto.
    Io,per me, non ho mai avuto dubbi sul fatto di essere sarda. E non mi chiedo mai cosa sigifica. Lo so e basta.Ognuno è sardo a modo suo.

  6. Ada, amo le statistiche, e in questo caso mi rincuorano, non avrei mai scommesso su questi numeri. La lingua è un mezzo. E su questo non ci sono dubbi, ho paura però, come dice jemp, che il sardo diventerà, purtroppo, un fine, una finezza, o meglio un mezzo non essenziale. La lingua è un mezzo essenziale. Se qualcosa non è essenziale se ne può fare a meno, è una regola odiosa ma vera. Io, il sardo, lo capisco credo bene, ma non sono in grado di parlarlo in maniera fluente, purtroppo.
    A presto.

  7. Prima forse non sonostato chiaro, intendevo dire che, se ancora adesso il sardo può essere considerato, in molti casi, un mezzo essenziale per comunicare, con ogni probabilità smetterà questo ruolo e quel 60% sarà destinato a crollare e a sancirne la morte o quasi.
    Quindi, Ada, apri una rubrica in questo postaccio.

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