On with the show. Gli Stones e l’artrite di Keith Richards.


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I Rolling Stones non sono più una band. Sono qualcosa che si tramanda di padre in figlio e di certo in nipote: il primo risparmiò con tenacia i primi soldi per acquistare l’agognata copia di Satisfaction, quattro minuti scarsi di rivoluzione da ascoltare la sera leggendo Tex prima di spegnere la luce e dormire; il secondo assiste allo show; il terzo li seppellirà, perché così sarà.

Il secondo sono io, siamo noi. Assistiamo allo show. I Rolling Stones sono un circo itinerante. Sono come gli Harlem Globetrotters con le chitarre in mano al posto del pallone rosso da basket.

Gli Stones. Erano cattivi una volta, drogati e cattivi. Giocavano con Satana, non pagavano le tasse e forse hanno ucciso Brian Jones, il biondo fondatore del gruppo, annegandolo in piscina. Erano brutti e questo pure adesso.

Erano sexy, soprattutto lui, Mick “The Lips” Jagger. Erano cinque, hanno cantato il disincanto di fine anni Sessanta e la sconfitta del flower power e con un paio di album straordinari dato il benvenuto ai Settanta, che avrebbero perso i Beatles e guadagnato l’eroina, di cui Keith Richards fu consumatore di prima grandezza.

Adesso Keith ha l’artrite – pausa, incredulità – l’artrite alle dita – sgomento, inquietudine. E i Rolling Stones compongono, registrano e pubblicano album con regolarità pari solo alla mancanza di idee, ma ogni album è in fondo solo un pretesto, una scusa per realizzare questa sorta di esposizione itinerante del mito, seppure con le rughe, seppure con l’artrite.

Venerdì 6 luglio 2007, Stadio Olimpico, Roma. Ci sono gli Stones. La prima cosa che viene in mente guardando quel palco enorme e lo stadio che si riempie progressivamente (ma alla fine non del tutto) è che non si tratta solo di un concerto, ma di un evento: la prima esibizione italiana della band è stata nel 1967, diciassette anni fa l’ultimo live a Roma, due conti facili dicono che non ci sarà una prossima volta.

Alle 21 e 45 circa si spengono le luci, tutte. Il maxischermo ti dice che stanno arrivando loro, i Rolling Stones, A bigger bang (così si chiama il tour, non si vola basso da queste parti). C’avrà pure l’artrite Keith Richards e certo l’audio non è il massimo, ma quando lo vedi camminare sul palco semibuio e attaccare Start me up, vorresti avere una boccetta per conservare quel ricordo e sorseggiarlo almeno una volta a settimana da qui all’eternità o giù di lì, non tutta la canzone, solo il riff iniziale, lui che avanza sul palco con la sigaretta in bocca e la chitarra, punto e basta.

Non amano i lenti i fan degli Stones e nemmeno Jagger & co. li amano (anche se ne hanno scritti di straordinari), così li eliminano quasi completamente dalla scaletta, concedendo una Ruby Tuesday semplicemente perfetta giusto alle prime battute e poi via tutta una tirata con pochissime pause, un solo brano dall’ultima fatica discografica, e ovviamente molti classici. Vedi e senti le ragazzine che cantano con sicurezza le parole, tutte le parole di tutte le canzoni, persino quelle dell’ultimo album, senza distinzione: un’altra generazione cresciuta a pane e riff di Keith.

Sono bravi e sono dei professionisti, se non fosse per l’artrite non perderebbero un colpo e anche con quella ne perdono pochi. Jagger è perfetto, Watts batte i tamburi che è un piacere e Ronnie Wood è bravo: trent’anni a vivere di rendita, trent’anni sul carrozzone senza aver contribuito a nessuno dei pezzi forti della discografia eppure lo guardi e pensi che sia il più stone fra gli Stones.

La prima parte dello show è quasi normale amministrazione (per quanto possano essere normali quei quattro, soprattutto Jagger, che si sbatte più di tutti) e poi a un tratto quasi una sequenza onirica, il gruppo sale su un palchetto mobile che fluttua come una zattera alla deriva sulla platea in estasi, abbandona il palco principale e snocciola una sequenza da brividi che parte con Miss You, finisce con Honky Tonk Women e infila in mezzo It’s only rock and roll e Satisfaction.

Ed è qui che viene giù lo stadio, non importa che età hai, non importa quale sia il tuo pezzo preferito, quello che pensavi di voler ascoltare più di ogni altro perché in realtà, inconsciamente, siamo tutti lì per lei: (I can’t get no) Satisfaction. Richards che suona il riff più famoso della storia del rock, Jagger sguaiato come se avesse ancora vent’anni e tutti che urlano and I try and I try and I try, I can’t get no satisfaction: ecco ora ci vorrebbe un’altra di quelle boccette.

Potrebbe bastare forse, ma ovviamente non possono mancare Jumpin’ Jack Flash e Sympathy for the devil: e qui Jagger torna a vestire i panni di Lucifero credibile come trent’anni fa, gli Stones imborghesiti sono di nuovo cattivi e amici di Satana. Manca poco alla fine, Jagger saluta e le luci si spengono.

Fingono di andarsene, ma la serata non può ancora dirsi conclusa, manca ancora un pezzo, uno solo: Brown Sugar, il brano d’apertura di Sticky Fingers, 1971, l’epoca d’oro dei Rolling Stones. Lo eseguono perfettamente, con una lunghissima coda in cui protagonisti sono Mick Jagger che corre da una parte all’altra del palco senza avere mai il fiatone e il pubblico che canta a squarciagola quasi volesse allontanare così la fine della serata.

Poi solo fuochi d’artificio, stavolta è finita davvero. Resta la sensazione d’aver quasi toccato il mito, che nonostante le rughe si tiene stretta la palma di miglior rock band del mondo. Restano due boccette di ricordi da aprire e sorseggiare ogni tanto, per ricordarci che noi c’eravamo, che abbiamo cantato Satisfaction con Mick Jagger ed eravamo felici a sentire Keith Richards sfidare l’artrite per accompagnarci con il suo tata tatata tata ta tata.

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4 thoughts on “On with the show. Gli Stones e l’artrite di Keith Richards.

  1. E io dov’ero? Certo che noi esseri umani siamo proprio fessi! Bah, voglio pensare che il mio portafogli fosse abbastanza vuoto da non potermi recare al botteghino, altrimenti mi autoinsulto! Meno male c’eravate voi in rappresentanza. Ora anche coloro a cui manca un briciolo di discografia potranno dilettarsi a recuperare ogni singolo pezzo e sentirsi un pò parte del Bigger Show!
    Thanks mistermontag!

  2. mmm ma se ti manca la discografia come diavolo fai ad ascoltare i pezzi? Eppoi vattelapesca non è la stessa cosa.
    grande montag, chissà le tue mutandone a fine concerto… :D

  3. Eccoti…finalmente.
    E’ stato bello non posso negarlo, ma una per un partita degli Harlem Globetrotters, mi dichiarerei colpevole dell’omicidio di “er piscina”
    Grande amico.

  4. c’ero anche io a Roma….dalla Sardegna e solo qualche canzone degli stones in testa. alcune le ho sentite li al concerto x la prima volta (esempio…paint it black)eppure sono partito perchè la leggenda passava a Roma e quando una leggenda passa….tu non puoi fare finta di nulla. grazie a tutti quelli che c’erano il giorno a quelli che hanno respirato quell’aria…a quelli che hanno cantato e a chi come me…ha capito. capito che quella strada percorsa dagli stones è lastricata di successi incomparabili. grazie stones.

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