[Nuraminis] Su Padru


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Herrschwein, il blogger dal nick impronunciabile, con il suo ultimo post mi ha dato uno spunto fantastico. Lo voglio fare mio e trasformarlo in un altro dei miei modi possibili di scrivere di un paese della Sardegna, il mio.

Perchè, leggendo Herrschwein mi sono reso conto che non voglio raccontarne solo gli aspetti da fucilare, che sono tanti e sempre di più, ma pure i tratti dolci, che sono poi quelli che me lo rendono sempre e comunque, nonostante tutto, casa.

Inizierò parlando della collina più alta di Nuraminis.

Tutti i nuraminesi la chiamano “su Padru”. Ma lei a dire il vero non si chiama così.
Si chiama “Monti Matta Murroni”. Un nome non casuale: l’ho già detto, è la collina più alta di Nuraminis.

Siccome io studio certe cosine che hanno a che fare con le mani e la terra e gli occhi dei contadini, so anche perchè quella collina i nuraminesi, ad un certo punto, han smesso di chiamarla col suo nome originale e han preso a chimarla “Su Padru”.

In quasi tutti i villaggi sardi, all’epoca delle vidazzoni e paberili, quando persistevano forme di gestione collettiva del salto comunitario, – miei cari signori e signorine – si era usi riservare una parte del territorio comunale al pascolo del bestiame domito, cioè soprattutto a quei buoi che venivano utilizzati per i lavori nei campi.

Ebbene, questi prati comunitari si chiamavano “padru siddu”.
Ripeto, in quasi tutti i villaggi ve n’era uno.

Nell’Ottocento però, quando per via legislativa si innescano anche in Sardegna i processi di privatizzazione della terra, numerose comunità chiedono e ottengono di dividere questi prati comunitari in numerosi lotti e distribuirli tra gli abitanti del villaggio.

Questo avviene anche a Nuraminis. Con esiti complessi e “rumorosi”, che sto ancora studiando.

Ho scoperto però, che proprio le fertili terre che si stendono ai piedi de”Su Padru” formavano “Su Padru Siddu” di Nuraminis. Il quale viene dissolto nel 1849.

La parola “padru” (o pardu) che in sardo vuol dire “prato“, improvvisamente si ritrova priva dell’oggetto al quale è rimasta avvinghiata per secoli. E’ l’ennesima rivolta dell’oggetto, il quale cambia le sue vesti giuridiche, cioè la qualità dei rapporti che lo legano agli uomini.

Non è una semplice lottizzazione. E’ la trasformazione di un tratto fondamentale dell’identità di una comunità, la quale tenta il superamento di vecchie forme produttive e ne sposa di nuove.

Il bilancio di queste trasformazioni è sempre contradditorio. La traformazione dello spazio sociale comporta mutazioni del dna identitario che sono profonde, laceranti e che spingono, tra le altre cose, all’abbandono di parole, alla scomparsa di toponimi, alla cancellezione di espressioni metaforiche, al tramonto di forme lessicali.

L’identità, appunto. Giuridica e dunque linguistica, produttiva e dunque sociale.

Anche la collina di Monti Murroni viene privatizzata. Ma è talmente aspra e pietrosa e arida che non riesce ad accogliere in sè nulla, nemmeno un blando rimboschimento.
Rimane, di fatto, accessibile a tutti, come lo fu il vecchio padru siddu nei secoli addietro: per questo eredita anche il nome di prato, con cui ancora oggi i nuraminesi lo chiamano.

Ma “Su Padru” è una collina speciale anche per un altro motivo.
Mi lega alla mia infanzia.
Quando ero bambino ci andavo con mio nonno, dopo la scuola, a mangiare pane e sardine.
Non sapevo nulla della storia di quella montagna di terra che mi sollevava su tutti i campidani.
Però l’odore di qualcosa di millenario, nelle radici, quello lo sentivo.
E ancora oggi, dopo oltre vent’anni, sono le mani di mio nonno – mani di terra – che cerco, quando frugo tra le carte dei miei archivi.

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