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Archivio per la categoria ‘FUORIUSCITI’

[Vitoria Gasteiz, Euskadi] Diario della Korrika

Aprile 24, 2009 adaspina 2 commenti

5 aprile 2009. Sono le undici del mattino. Ancora presto per una mattina domenicale: il tempo è dilatato e non si pranza prima delle tre del pomeriggio. Ho appuntamento a mezzogiorno con Jon Ander e Itzaskun nella Plaza de la Virgen Banca.


Mi trovo nella Spagna del nord, in quelle terre che, benchè comunemente note come Paesi Baschi, Pais Vasco, Basque Country, si realizzano molto più sinceramente e ruvidamente nella parola Euskadi. Le terre dove accanto a Castigliano e Francese si parla ancora Euskera, una delle lingue più antiche d’Europa.

Precisamente mi trovo a Vitoria Gasteiz nella provincia di Alava. Una città di poco più di duecentomila abitanti che si fregia del titolo di città fra le più pulite e ordinate dell’intera Spagna. Quando, a dispetto del clima tendenzialmente atlantico che a volte la amareggia, è baciata dal sole, Vitoria diventa un luogo di sfolgorante bellezza. E questa domenica il sole bacia Vitoria.


Sono cresciuta in un paese di cinquemila abitanti e sono stata svezzata in una città come Cagliari, dove persino il mare è rassicurante. Quindi la prima cosa che una sarda provincialotta come me nota quando approda in Euskadi, è che i baschi trovano un numero rassicurantemente considerevole di motivi per uscire a bere e mangiare insieme.

La seconda è che dopo aver dato una prima impressione un poco nordica fatta di cortese sollecitudine verso la straniera, i baschi ti invitano calorosamente a uscire con loro e a partecipare alla maratona dei bar del centro storico delle loro città.

Così succede che qualche sera al rientro a casa tu debba dormire con un catino ai piedi del letto. Solo per precauzione, s’intende.


Ma succede anche che tu abbia la fortuna di vivere la Korrika dall’interno e cogliere lo spirito ingenuo, fiducioso e allegro con cui la maggior parte degli autoctoni la vive.

La Korrika è una corsa che ogni due anni, per diversi giorni, attraversa l’intero Euskal Herria (cioè tutte quelle regioni, compresa Navarra in Spagna e Labourd, Soule e Bassa Navarra in Francia, che formano il territorio storico bascofono).


È organizata da “Coordinadora de Alfabetización y Euskaldunización” (AEK) con l’obiettivo di creare coscienza, dare impulso all’Euskera e ricavare fondi per la causa.

Senza fermarsi neppure la notte, la Korrika porta in giro la testimonianza forte e allegra di chi pensa che parlare Euskera e coltivare la coscienza della cultura basca abbia un suo senso. Vi può partecipare chiunque. Si può partire con lei, accodarsi a metà strada, correre solo i chilometri del proprio paese o anche semplicemente applaudire al traguardo ed eventualmente ubriacarsi per festeggiare.


La prima edizione della Korrika, nel 1980, partì da Oñati (Gipuzkoa) e arrivò a Bilbao (Bizkaia). Giunta ormai alla sedicesima edizione, questa corsa è oggi una delle manifestazioni più importanti per la promozione dell’Euskera. E almeno a una straniera sentimentalona come me, appare abbastanza sgombra da orpelli rivendicazionistici. Molto semplicemente è un fiume divertente e divertito di gente che sfocia nella Plaza della Virgen Blanca di Vitoria Gasteiz.


Da quasi una settimana i miei amici autoctoni si raccomandano che io non manchi la domenica e che riservi un po’ di energie, perché sarà una giornata un po’ faticosa.

Mi domando che sarà mai, assistere all’arrivo di una corsa.


Poi arriva la Korrika. Quest’anno è partita da Tutera (Navarra) il 26 marzo. In undici giorni ha percorso più di 200 km attraverso Euskal Herria, non si è fermata nemmeno un attimo, ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.

Mentre mi preparo per raggiungere gli amici sento provenire dalla strada un fracasso di voci e musica. Mi affaccio al balcone che guarda su Calle Portal de Castilla, ai bordi residenziali della città: un gruppo nutrito di corridori con le pettorine colorate della Korrika riempie la strada. Da un furgoncino con su scritto “Korrika” una ragazza incita energicamente i corridori a tempo di musica.


Non posso resistere. Esco in anticipo. Voglio vedere Vitoria che aspetta la Korrika.

Tutte le vie che portano al centro brulicano di gente che si dirige ad applaudire l’imminente taglio del traguardo: madri e padri in tenuta da corsa che correranno gli ultimi 50 metri della Korrika spingendo il passeggino del loro bambino, ragazzi, ragazze, signori di mezza età, nonni, cani.

A mezzogiorno i miei amici mi accolgono in un bagno di folla all’imboccatura della Plaza della Virgen Blanca. Ci spostiamo più indietro, per vedere gli ultimi cinquanta metri della corsa.


La folla attende trepidante. Insieme a un gruppo di maschere tradizionali. E questa è la terza cosa che una ragazza sarda può notare qui: queste maschere pronte a danzare in onore della Korrika sono, nell’abbigliamento e nei movimenti, inquietantemente simili ai nostri Mamutones.

Alla fine la Korrika taglia il traguardo.


Il tema per questa edizione, la scritta che oggi campeggia dovunque è Ongi etorri, “bevenuti”; un saluto rivolto a tutti coloro che si sono avvicinati all’Euskera a prescindere dalla loro provenienza.

Tappa dopo tappa, nei giorni precedenti, la Korrika si è ingrossata come un fiume della potenza della coscienza culturale basca. Ora sfocia nella Plaza della Virgen Blanca di Vitoria Gasteiz partorendo un oceano di persone di ogni età e condizione e lì si disfa allegramente in un giorno intero di alcool, cibo e musica. E qui capisco – ahimè troppo tardi- perché i miei cari Mirari, Itzaskun e Jon Ander, nei giorni precedenti, mi avessero tanto premurosamente raccomandato di riservare un po’ di energie per quella domenica.

Renato Soru a Bologna

Febbraio 4, 2009 mrmontag 2 commenti

All’inizio sembrava una festa in mensa in via Premuda, a Cagliari. Tutte le possibili inflessioni della parlata sarda all’interno di una stessa sala, birra servita in bicchieri di plastica trasparente. E poi quella sala, le Scuderie di Piazza Verdi, lì trent’anni fa c’era davvero la mensa universitaria, Bologna 1977, se capite cosa intendo. Trent’anni fa c’era la mensa universitaria lì dentro e fuori c’erano le barricate, i carri armati. Va beh, altra storia. Adesso c’è un bar, c’è un locale, una bella sala grande e ieri era piena di ragazzi sardi, che bevevano birra in bicchieri di plastica e aspettavano Renato Soru.

Renato Soru è un personaggio, un personaggio particolare, un bel personaggio. Renato Soru è uno che arriva a Bologna in campagna elettorale e non fa promesse. Sta lì in giacca di velluto marrone e maglioncino a collo alto verde e parla di cose fatte e di cose che farà, ma non promette niente, non è uomo che promette posti di lavoro e tagli alle tasse, per dire. Renato Soru dice che farà delle cose e sta a chi lo vota credere o no se quelle cose che intende fare creeranno cultura, posti di lavoro, benessere.Mi sembra rivoluzionaria questa cosa, in un certo senso. Soru non parla del fine, parla solo del mezzo per raggiungerlo, poi fate voi sardi, sembra dire.

Soru poi è un candidato circondato da ragazzi, studenti, laureati, laureandi che si entusiasmano quando racconta la storia dell’architetto di Orani che ha lasciato la Sardegna per seguire un Master in Architettura degli edifici di culto a Barcellona, grazie al Master and Back, e ora sta disegnando l’abside della Sagrada Familia: sul portale ci sarà il Padre Nostro nella lingua di tutti quelli che hanno partecipato ai lavori, anche in Limba quindi.
Gli chiedono di continuare, lo ringraziano e gli chiedono di proseguire con le politiche che ha fatto finora. E pure questa è una cosa che magari non sarà rivoluzionaria, ma un pò fa pensare. Perché qua si parla di studenti che in molti casi non sanno nemmeno cosa sia una tessera di partito e, semplificando, dicono al “potente” di turno che ha lavorato bene e che deve continuare. E vederli e sentirli, questi studenti, dire queste cose dove trent’anni fa i loro coetanei stavano dietro le barricate, fa un certo effetto.

[Sardegna, Italia, mondo] Dedicato ai fuoriusciti

Dicembre 5, 2008 reginamadry 2 commenti

Avete mai guardato la gente negli aeroporti? In questi non-luoghi di passaggio, che per alcuni diventano anche una seconda casa, c’è tutto un mondo di facce, espressioni, attese e impazienze.
Alle undici della sera, ad aspettare tre voli nazionali, c’è un bel po’ di gente: ragazze eleganti con i tacchi, ragazzi con la macchina in terza fila e l’ipod nelle orecchie, bambini stufi nel passeggino, adolescenti che aspettano il papà e si piazzano davanti alla porta magica degli arrivi per mezzora.

Le persone cercano un posto dove mettersi, qualcuno è un navigato habituè dell’attesa e ostenta abitudine alla cosa, i pendolari del weekend sono parecchi; le luci al neon sono gialle e implacabili. Si sta un po’ in piedi, a braccia conserte e cercando di darsi un tono, e un po’ seduti, non troppo lontani dagli altri ma neanche troppo vicini. Comunque dopo qualche minuto le alternative sono due: o attacchi bottone con il tuo vicino di poltroncina e o ti fai un giro nell’enorme spazio semideserto. C’è qualche cartellone pubblicitario, due display luminosi che la gente fissa come fossero l’oracolo (nel senso che fanno previsioni spesso fumose, talvolta contraddittorie, qualche volta disattese).

Niente è più malinconico di un bar aperto in un aeroporto alle undici e mezzo di sera, è lì a mò di consolazione per chi aspetta, forse, ma quelli che aspettano vogliono solo, tra piccoli sbuffi e dondolamenti di piedi, che l’attesa finisca. La coppia di signori anziani di fianco a me aspetta la figlia da Milano, la ragazza vestita di bianco alza un cartoncino con un nome straniero; quasi tutti sono schierati in attesa davanti alla porta scorrevole da ben prima che l’aereo sia anche solo atterrato.

Qualcuno si sporge ad ogni apertura per buttare un occhio sulla grande sala al di là, cercando di intravedere la sagoma del proprio affetto: perché in aeroporto i sentimenti si personificano in modo preciso, li vedi arrivare trascinando un trolley o due valigione, l’espressione perplessa e un po’ timorosa di mostrarsi finchè non capiscono che c’è qualcuno ad aspettarli.

E allora vedi volti che letteralmente si spalancano, sorrisi che si aprono, braccia che si alzano per degli abbracci un po’ goffi, dei baci veloci senza quasi fermarsi, chè non si può mica stazionare in mezzo alla gente che passa, e si avvia verso l’uscita.

the art of being biddaiu

Settembre 14, 2008 pipps 3 commenti

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese, La luna e i falò

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Biddai velocissimi

Luglio 23, 2008 Giampaolo 4 commenti

La velocità appartiene anche a certi biddai rotolanti. Non è un pregio. Nemmeno un difetto, però. La velocità serve, anche se molti pensano che sia dannosa. La velocità è necessaria a garantire la lentezza,  che è un bene molto più costoso. Non sempre si è consapevoli del suo valore, soprattutto quando questo suo costo non è sostenuto da chi la lentezza se la gode.

Recentemente, ho avuto modo di parlare con una persona che non aveva una buona opinione di chi era andato via dal proprio paese. Nutriva una sorta di stizza per chi aveva lasciato il posto dove era nato e cresciuto; gli rimproverava un atto quasi vile, carico di una sorta di ignavia.

Questi pregiudizi – insieme a molti altri – spiegano una parte dei problemi che hanno coloro che vorrebbero reinserirsi nella propria comunità di origine.

Ma c’è un altro aspetto di cui spesso non si tiene conto. Chi rimane non considera mai in maniera adeguata il fatto che andarsene da un posto dove manca il lavoro, significa rinunciare a competere per quei pochi posti disponibili che ci sono.

Andarsene vuol dire lasciare il proprio posto di lavoro (o qualsiasi altro posto) a chi rimane, a chi sceglie o non ha il coraggio di partire.

Chi rimane, almeno questo, dovrebbe riconoscerlo. L’emigrazione italiana tra Otto e Novecento è stata soprattutto questo: il disinnesco di un conflitto totale per la terra, il lavoro, per la vita. Chi è partito ha lasciato i suoi diritti sulla terra natia a chi è rimasto; chi è partito si è accollato il rischio e il fallimento anche di coloro che non hanno mai rischiato e che sono rimasti nella sicurezza che solo il paese natio, la vicinanza alla propria famiglia possono dare.

Tutto questo per dire, che quelli di questo blog, in questo momento, sono in assoluto nuovo movimento e-migratorio. Per questo le attività languono e vedrete un aggiornamento non frequentissimo.

Per chi rimane e non migra ancora, è questo il momento di scrivere. E’ il momento di scrivere per chi ha uno spazio più largo e comodo, lasciatogli da chi, partendo, ha deciso di combattere altrove e contro altri, la sua battaglia per la sopravvivenza.

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Di Sardegna e dittature argentine.

Giugno 30, 2008 mrmontag 10 commenti

L\'uomo che volle essere Peron

Chi se ne frega alla fine se Peron, Juan Domingo Peron il dittatore argentino, era davvero o no Giovanni Piras, l’emigrante sardo? Ecco quello che ho pensato quando sono arrivato alla fine del libro di Giovanni Maria Bellu, L’uomo che volle essere Peron. Ho pensato questo e anche bellissimo, perchè il libro di Bellu è bellissimo. Perchè la storia del Peron/Piras è affascinante d’accordo, e forse poteva pure bastare, Bellu è bravo, sa scrivere, poteva sicuramente bastare. Invece ecco che la storia del Peron forse sardo diventa un pretesto, un pretesto per parlare di una terra e di un popolo, per parlare di Sardegna e di Sardi.

Per parlare del carattere sardo, questa cosa che l’Isola ha plasmato e fuori ci dicono che siamo cocciuti e testardi e noi diciamo determinati, ma in fondo è che siamo duri e che la Storia ci ha insegnato a sbattere la testa sulle cose, finché non si piegano loro, altrimenti passienzia, ci pieghiamo pure noi alla fine, ma proprio alla fine.

Un pretesto per parlare di rapporti padre/figlio che non sono mai facili ma in certe epoche e in certi luoghi, negli anni settanta, in Sardegna sono diventati paradigma della difficoltà.
Un pretesto per parlare anche di Sessantotto e riscoprire la bontà di certo conservatorismo reazionario, almeno la sua coerenza, da sbattere in faccia a certi (molti, troppi) Sessantottini: non c’è nulla di più squallido di una generazione di fanatici che diventa una generazione di cinici.
Un pretesto per parlare di giornalismo e inchiesta, anche.

Pretesti a parte, il libro di Bellu è un saggio, un romanzo, un giallo. E’ avvincente, molto ben scritto, documentato.

Dopo tutto questo e molto altro, chi se ne frega alla fine se Peron, Juan Domigo Peron il dittatore argentino, era davvero o no Giovanni Piras, l’emigrante sardo? E in fondo poi, sarebbe tutto questo vanto?

[inter-viste] “Rubare il respiro”. Intervista a Marinella Saiu.

Maggio 19, 2008 Giampaolo Lascia un commento

Venerdì 23 maggio alle 17.30 presso l’aula magna del liceo ginnasio statale Siotto, in V.le Trento, 103 a Cagliari, Marinella Saiu presenterà il suo nuovo libro, “Rubare il respiro“. Oltre all’autrice saranno presenti l’On. Federico Palomba e l’attrice Tiziana Pani, che leggerà alcune parti volume. Non mancate: ci sarà, oltretutto, una buona parte della redazione di questo blog.

* * *

Giornalista Rai, sarda di origine, Marinella abbiamo avuto modo e piacere di incontrarla nei giorni scorsi e da quella chiacchierata è nata questa breve intervista.

Da dove nasce questo libro? perchè l’esigenza di parlare di un tema così delicato come quello della pedofilia?

E’ nato da un fatto di cronaca: nel 2000 il Tg1 e Tg3 mandarono in onda delle immagini terribili di bambini stuprati. La mia amica Giulia ne fu così scossa che decise di raccontarmi la sua storia di molestie subite dagli undici ai quattordici anni. E la sua esigenza si è sposata con la mia sensibilità verso i bambini che vedo sempre meno protetti da questa società.

Sul libro aleggia una cupezza che solo raramente lascia spazio a spiragli di luce. E’ davvero possibile, dopo un’esperienza come quella vissuta da Giulia – la protagonista del tuo libro – tornare ad una vita “normale”, positiva, luminosa?

Giulia dà un segnale di speranza, ma soltanto a un patto: quella esperienza deve essere rielaborata, capita. Deve, come dice Giovanni Bollea, ridursi a quella che è: una violenza subita. Ossia spogliarla dai sensi di colpa, da tutte le tipiche sovrastrutture che, inevitabilmente, si creano nella psiche dei bambini molestati. Un esempio sono le persone che stuprano perché stuprati durante loro infanzia.

Il mondo di oggi – diciamo così – è molto diverso dalla società tradizionale che traspare dal racconto di Giulia. Tra quel mondo e quello di oggi c’è la rivoluzione sessuale, il femminismo, la laicizzazione dei costumi e dei valori. Ma perchè allora, ancora oggi, è così socialmente difficile affrontare il tema della pedofilia?

Perché, nonostante le rivoluzioni di cui tu parli, la nostra è ancora una società sessuofobica. Nessun genitore è disposto a pensare che i propri bambini nascano sessuati. E il non riconoscerlo significa anche non capire i segnali che arrivano dagli adulti verso i bambini e viceversa. Credo che genitori più consapevoli potrebbero fare un grande lavoro di prevenzione, non certo spaventando i bambini, ma educandoli a parlare dei propri sentimenti di felicità e di disagio, insegnare loro a distinguere quello che gli piace da quello che li disgusta per poter allontanarsi più facilmente davanti al “mostro” che spesso non si presenta certo come mostro, ma come persona che ti vuole bene. Le statistiche parlano chiaro: la pedofilia si consuma principalmente tra le pareti domestiche e con persone che i bambini conoscono. Forse è anche questa una ragione per cui si preferisce non affrontare il problema.

Una domanda, proprio perché ci ospita questo blog, ce la dobbiamo e te la dobbiamo. Tu sei quella che noi chiameremmo una “fuoriuscita”
sarda. Cos’è per te la Sardegna?: un’immagine sfocata di un passato che non c’è più, un luogo in cui tornare, o uno dal quale fuggire sempre? o cos’altro?

La Sardegna è un po’ tutto questo. Io e la mia terra ci odiamo e ci amiamo. Mi aspetto da lei promesse che non vengono mai mantenute e io la ripago fuggendone il prima possibile. Vorrei che un giorno riuscissimo a riconoscerci pacificamente: la Sardegna accettando il mio essere fuoriuscita e non volermi continuamente imporre alcuni aspetti antichi e violenti che trovo inaccettabili e da parte mia impegnarmi, prima di fuggire, a cercare quella parte piena di movimento, stimoli, intelligenze, che so essere più che presente e che mi inorgoglisce anche da lontano. Il mio dramma è che il desiderio di rimanere più a lungo me lo ispirano principalmente gli anziani, con i loro racconti, con la quella antica e viscerale pacatezza, con i loro sguardi profondissimi mai del tutto decifrabili, con gesti che solo chi è sardo riconosce. Ma il tempo passa e la morte è inevitabile. Così trovo sempre meno parenti anziani con i quali ho trovato sempre una comunanza: la predisposizione all’ascolto e al racconto, che ci ha regalato grandi gioie.

[Myocastor coypus] Il MacGuffin

Maggio 9, 2008 herrschwein 4 commenti

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Quel genio psicotico di Alfred Hitchcock, rivolgendosi al genuflesso Truffaut, spiegava così il MacGuffin: Due viaggiatori si trovano in un treno in Inghilterra. L’uno dice all’altro: «Mi scusi signore, che cos’è quel bizzarro pacchetto che ha messo sul portabagagli? — Beh, è un MacGuffin. — E che cos’è un MacGuffin? — È un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi. — Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni! — Allora non esiste neppure il MacGuffin!».

Il Macguffin è un espediente, una scappatoia, un trucco in apparenza irrilevante, introdotto nella narrazione al solo scopo di risolverla o di dare una svolta indispensabile al dipanarsi della storia.

Il MacGuffin è in sostanza un affare decisivo. Per intenderci ne “La donna che visse due volte” l’acrofobia di Scottie, il protagonista, è il MacGuffin.

Ora vi chiederete, giustamente, dov’è il nostro MacGuffin? E soprattutto, dove sono andati a finire i nostri leoni di montagna? Un’altra domanda lecita e irritata, che non vorrei sentirmi rivolgere, sarebbe: dove vuoi andare a parare? Immaginate per un attimo che quel orribile barra laterale – la classifica dei post più letti della giornata – sparisse, per errore o perché il nostro tormentato editor ha deciso così. Voi sapreste dire con una precisione quasi profetica che a campeggiare lassù in alto ci sarebbe “Nutria, animale da sterminare” e lo direste con un espressione a metà tra il compiaciuto e lo smarrito. Ma con tutta probabilità avreste ragione.

Eccolo lì, ecco il MacGuffin, anzi il MacGuffin perfetto, ideale, un insospettabile animaletto, per alcuni un sanguinario e cinico mozzatore di teste, per altri un docile roditore da salotto. Nativo del sud america, il Myocastor coypus – questo il suo nome scientifico – è stato prontamente introdotto in Sardegna nel XX secolo per diventare il nostro MacGuffin, il nostro agente risolutore, il nostro marchingegno anti leoni di montagna. Lo so, questo è finalismo da quattro soldi, teleologia da mentecatti, ma la nutria, il nostro amabile MacGuffin, è sempre lì al suo posto a garantire la nostra sopravvivenza, complice una incomprensibile indicizzazione di google, e un ancor più incomprensibile gruppo di cultori del roditore. Perché? Mi verrebbe spontaneo inginocchiarmi, alzare con veemenza le mani al cielo e chiedere con tutto il fiato che ho in corpo: perché tutte queste persone sentono il bisogno di informarsi sulle nutrie? Potrei azzardare una risposta, ma dopo tutto questo post è solo un MacGuffin.

God save the Myocastor coypus.

Tutto il mondo è paese, o meglio bidda: viaggio in Laos

Maggio 5, 2008 pipps 2 commenti

Il punto fondamentale, avrei dovuto capirlo da subito, è che Oudomxay fa quasi rima con Gavoi.

Sono arrivata a Oudomxay poche ore prima di cena. Primi incontri, primi colleghi I cui nomi assurdi avrò imparato forse il giorno prima di partire.

Ci sediamo tutti intorno ad un tavolo basso, sembrerebbe una riunione seria. La prima lezione che mi spiegano è questa: i laotiani mangiano tutto ciò che ha quattro gambe, esclusi i tavoli, tutto ciò che vola esclusi gli aerei, tutto ciò che nuota escluse le navi.

Già così la riunione serissima aveva preso un’altra piega, in effetti…Poi viene aperta una bottiglia, di quelle per l’acqua depurate, onnipresenti qui. Dentro però non c’è acqua ma un liquido verdastro. È un medicinale – mi spiegano. Cura la malaria, la febbre dengue, il jet lag, la nostalgia di casa…Più tardi scoprirò che, all’occorrenza, il lao lao cura anche il gravissimo mal di mercoledì, le piattole, il mal di denti e praticamente qualunque altra scusa si possa trovare per berlo. “Sa di alcool”, dice l’innocente italiana annusandolo. “Ah si, in effetti è alcool”, le spiegano. Ma comunque non si può rifiutarlo.

Ok, primo giro. Primo lavaggio di apparato digerente, dopo il quale mi spiegano che, siccome nessuno si regge su una gamba sola, devo berne un secondo bicchiere. Ok, secondo giro. Il terzo invece è perchè i numeri pari non vanno bene. Ok, terzo giro. A questo punto arriva Rick, del WFP, che rifiuta il suo lao lao. E così il quarto giro è perchè lui è mio college, e se lui rifiuta devo sostituirlo. Ok, quarto giro.

Quando mi alzo mi sento molto leggera. Deve essere guarito il jet lag che non ho avuto, penso.

Ma mi consolo pensando che almeno è finite, la mia parte l’ho fatta e ora basta. Invece si va a cena, a mangiare riso accompagnato dalle solite cose non meglio identificate ma buonissime, e a tavola spunta, immancabile, la Beerlao. Dopo la performance di poco prima, dire che non bevo sarebbe una scusa un po’ debole. Dire che la birra chiara non mi piace sarebbe vero ma equivale a una bestemmia.

Provo a dire che non mi va.

Ma voi avete mai provato a farvi offrire un bicchiere a Gavoi e a rispondere “No, grazie”? Beh, io ho provato, molti anni fa, e avrei dovuto imparare meglio la lezione. La reazione, a Oudomxay, è più o meno la stessa. Sguardi meno torvi, forse, ma un “Oooh” inequivocabile.

Il punto deve essere nella rima.

PS: in seconda fila, chiusa da un elastico, la bottiglia di lao lao

[Cagliari] Conferenza Internazionale dell’emigrazione

A Cagliari si sta svolgendo la Conferenza Internazionale dell’emigrazione (da venerdi 25 aprile a domenica 27), organizzata dalla Regione Sardegna con il supporto delle associazioni degli emigrati sardi: l’ultima si tenne nel 1989.

Nella sala affollata dell’Auditorium del Conservatorio i rappresentanti dei circoli dei sardi in Italia e all’estero, quelli delle Istituzioni, e un pubblico piuttosto numeroso e interessato, perché finora non si è parlato soltanto di valigie di cartone e una nostalgia che è una malattia (che pure ci sono stati), ma anche di “nuova” emigrazione e della spinta a conoscere il mondo, quella che per esempio ha spinto Maria Giacobbe, intervenuta in chiusura, a trasferirsi in Danimarca 50 anni fa.

Interessante, e da tenere a mente, l’appello a fare tesoro delle esperienze di vita degli emigrati di prima generazione per essere più preparati ad accogliere i nuovi migranti che chiedono una vita dignitosa in Italia: la storia dovrebbe fare da maestra, perché come ha affermato il Nobel per la Pace Adolfo Perez Ezquivel nel suo video intervento “La grande ricchezza dei popoli è la propria diversità, ma per conservarla dobbiamo imparare a condividerla”.

 

 

 

 

[Libri] Se ti trovi Niffoi in libreria. Riflessioni marginali e contaminate.

Aprile 24, 2008 Giampaolo 21 commenti

22 aprile 2008 Libreria Feltrinelli Piazza Colonna Roma.

Arrivo con qualche minuto di ritardo. In realtà, quando mi sono preparato per uscire pensavo di farlo per andare ad ascoltare Vinicio Capossella. Questo perché leggo i messaggi troppo in fretta (a volte nemmeno li leggo) e dunque ho confuso l’appuntamento delle 18.30 con quello delle 21.

Mi fa dunque un certo effetto appena arrivo trovare Salvatore Niffoi che presenta il suo nuovo romanzo Collodoro. La sala che ospiterà la logorrea dell’ormai arcinoto scrittore di voga sardo è abbastanza gremita. Tanto gremita e calda, che di lì a poco una signora in prima fila viene giù per un malore.

“Vedi l’effetto che fa Niffoi” mi sussura all’orecchio un mio amico maligno.
Mi sarebbe piaciuto davvero che fosse solo una battuta.
Invece è vero che Niffoi fa davvero un effetto da capogiro.
Ma non nel senso di un innamoramento.

Nel giro di pochi istanti, mentre le signora di una certa età giaceva ancora al suolo, il nostro scrittore di voga sardissimo (anzi barbaricinissimo) inanella una serie di quelle che il mio amico più caustico non esiterebbe a definire “bordate contro la crocerossa”.

Ne dice tante, grosse, tutte di fila, e io – abbiate pazienza – me le ricordo così un pò confusa-mente, alla rinfusa, rintro-nato.
Che la Costa Smeralda è un posto fatto per le “Veline che non sanno dove finire di fare le puttane”.
Che l’Unione Sarda va avanti “a massoneria e cemento armato”.
Che chi è stato a Forte Village non è stato in Sardegna.
Che i barbaricini sono abituati da millenni a riciclare tutto, a non sprecare nulla.
Che la Sardegna è stata dominata per Cinquecento anni dagli “Spagnoli”.
Che la Sardegna ai “Piemontesi non gliela diamo più”.

Peggio del previsto, sentenziava il mio amico vicino a me con un sorriso a forma di leppa.

Peggio, perchè la sua logorrea non perde nemmeno un soffio della leziosità della sua scrittura, nemmeno un grammo in meno di tutta quella sua enfasi immaginifica. E nemmeno le sue metafore più ridanciane riescono a celare la sua terribile incapacità di non prendersi sul serio.

Anzi, è quasi mistica la sua convinzione di dovere improrogabilmente assolvere alla funzione di vate della sardità, di coltivatore diretto delle radici, di difensore civico-civile delle moralità dominanti (in Sardegna).

E’ quasi dannunziana la sua foga retorica e, tra le sue mani, la Sardegna sembra divenire una novella Fiume, la quale, com’è noto, non chiese mai a D’Annunzio di essere salvata.

Se la prende con tutto e tutti, anche con l’Italiano (“io non do il culo all’Italiano”) che è troppo contaminato, troppo zeppo di parole estranee, straniere (lui stesso però usa una paio di volte il termine “imprinting“)

Io una volta per il mio dottorato, ho seguito un bellissimo seminario di Filippo La Porta, il quale ci parlava in un caldo pomeriggio di questa Roma delle meraviglie e dei furori.
Parlando del Verano, lo definì un luogo di congedi: un’immagine bellissima per raccontare un tratto sfuggente di questa città nel quale si intrecciano, quasi timidamente, una stazione ferroviaria e un cimitero.

Parlando della lingua, disse del valore del suo essere sporca, frammischiata, bastarda, negletta, bistrattata, bassifondata: quella è una lingua viva, una lingua che raccoglie il contributo di tutti, anche degli ultimi, dei periferici, dei dimenticati alla civiltà di e dei popoli, civiltà di cui la lingua è il monumento aereo più identificante e duraturo.

Davanti a questo insegnamento – che mi porto dietro sempre – i discorsi di Niffoi che affiancano le categorie di “giusto” e “sbagliato” alla lingua mi sono sembrate di una rozzezza intellettuale molto rara, e di un meccanicismo ideologico tipico dei regimi autoritari e paternalistici.

Ma Niffoi è un carro-armato lanciato contro tutto e tutti. La sua provocazione va avanti e non risparmia nessuno.

La punta polemica diventa se possibile più acuminata quando si rivolge contro la nouvelle vogue sarda.
Niffoi, c’era da aspettarselo, dice di esserne stato il “cattivo maestro”: non basta – dice – mettersi un orecchino e davanti al computer per potersi dire scrittori, per potere parlare della Sardegna.

Ogni riferimento a Flavio Soriga non è assolutamente casuale.

Eppure, signori lettori e dolcissime signorine, io la Sardegna di Flavio Soriga (quella raccontata nel suo Sardinia Blues – che titolo infelice, però) la conosco. La conosco perchè l’ho vissuta, è mia. Mi sento un pezzo pulsante e calciante di quella Sardegna contaminata, sporca, che mette il velluto e però suona canzoni di rock’n'roll.
Mi sento parte di quella Sardegna dei Campidani e delle città che è Sardegna almeno quanto la tanto decantata Barbagia da Niffoi.
Chi non è sardo non può capire (fino in fondo) quello che voglio dire.

E cioè che Niffoi è un pacco gigantesco.
Perchè la Sardegna che lui racconta non esiste. E’ un mito, come la Padania, come la Vittoria Mutilata che ha dato aria alle bocche del fascimo in Italia.

La sua retorica sull’identità è una roba talmente vecchia da sembrare nuova. E dietro l’esaltazione identitaria e nazionalista di Niffoi, dietro il suo rifiuto della Sardegna raccontata da Soriga, c’è il rifiuto e la negazione dell’altra Sardegna, di quella Sardegna nata e fatta di un sapere contadino che si è armonizzato o distinto al/dal “moderno” secondo dinamiche differenti e complementari a quelle barbaricine.

Quella Sardegna che è anche mondo urbano, vivo, aperto, corrotto, umano, sporco, che si manifesta nelle splendide archittetture volanti di Cagliari, o dentro il liquido svenimento che regala la fiera antichità di Oristano.

Dietro il rifuto di questa Sardegna, che conta tanto ma con meno arroganza e boriosità di certa barbaricina, si nasconde l’antico e stupido pregiudizio che una parte dei sardi ha coltivato verso la stragrande maggioranza degli altri: contro tutti coloro che non vivono in Barbagia.
Un pregiudizio che, come tutti, nasce dalla debolezza, dal non confronto, dall’adesione acritica a dei miti ideologici costruiti ad arte.

Quando Niffoi va alle Invasioni barbariche e dice che la vera Sardegna è la Barbagia, ripete sostanzialmente quel “gli altri sardi non contano” che scrisse ne “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.
Ma questo non diminuisce il tasso di infamia di quella affermazione. Nemmeno di un pò.

Mi rimane un cruccio: che non ho fatto le domande che avrei voluto allo scrittore in super-voga sardissimo.
Ma come diavolo facevo a dire tutte queste cose? E sarei stato comunque male a non potergliele dire tutte.

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scritto ascoltando “burden in my hand” di Soundgarden (pezzo notoriamente identitario).

nocciolina più che noce: Urbano, Dove siamo – la Sardegna vista dallo scooter

Febbraio 26, 2008 roderico Lascia un commento

Questo post sta dentro FUORI-USCITI ma dovrebbe stare in DENTRO-ENTRATI, o qualcosa del genere; mi spiego:
In una sera romana mi ritrovai per a girovagare per un Testaccio oscura alla ricerca di un teatro dove si sarebbe da lì a poco esibito un amico comune a qualcuno del gruppo di SB. Lo spettacolo è stato gustoso, ma ciò che interessa al fine di questo post è che a fine spettacolo, tra il chiacchiericcio soffuso, intimo e complice tra attori e spettatori, io e la mia compagna distinguemmo ben distinto il nome di una località della nostra Isola.
Al che ci fiondammo sul malcapitato interlocutore che, in principio un po’ interdetto per il nostro fare interrogatorio, interruppe i suoi discorsi con l’amico attore per interpretare la nostra foga e riuscire ad interagire con noi.
Naturalmente volevamo sapere se quello stesso spettacolo lo avrebbero portato anche in Sardegna, visto che l’aveva nominata pochi istanti prima, si sperava non invano. La risposta fu NO. Quello spettacolo non avrebbe attraversato il mare.
Ma allora perchè quel nome? Perchè parlare di Orgosolo in quella situazione?
Beh.. queste undici puntate di “URBANO, dove siamo?” sono la risposta a quella domanda.
Una raccolta piuttosto personale di ciò che un non-sardo potrebbe cogliere della nostra isola armato solo di scooter, amicizia, giorni a disposizione e un po’ di sana minchiaggine se lo si lascia vagare per qualche tempo su e giù per le coste della Sardegna.

Una bella collezione di luoghi, suoni, immagini, sapori, odori, risate, serate, parole, racconti.. tutti raccolti e consumati sulle coSTe della NoSTra.

Categories: FUORIUSCITI

Tazenda Live@Bologna.

Febbraio 5, 2008 mrmontag 2 commenti

I Tazenda per me sono un trauma bambino. La loro cassetta, Murales, se la portarono via i ladri una mattina d’estate insieme all’autoradio di mio padre: ce l’avevo da una settimana, quella cassetta. La mia passione per i tre di Sassari non s’alimentò più dei successivi album, si fermò a quei vetri rotti sul marciapiede. Dopo li ho seguiti da lontano, finchè è rimasto Parodi, poi più niente fino a quest’anno. Va beh, questo per fare un pò di storia.

Ieri i Tazenda erano al Teatro Arena del Sole, qui a Bologna, e ci sono andato. Ci sono andato perchè vale sempre la pena di ascoltare musica dal vivo e perchè volevo vedere l’effetto che fa, da sardo fuoriuscito assistere al concerto in limba dei Tazenda in un teatro di Bologna. Eravamo tanti (anche se il teatro non era pieno) eravamo rumorosi (come se il teatro fosse pieno) eravamo sardi, d’origine e fuoriusciti. Stavamo idealmente tutti sotto tre bandiere dei quattro mori, due delle quali non si sono fermate mai per tutto il concerto, quasi a sottolineare che non eravamo lì per un semplice concerto, ma per una questione identitaria. Dopo due minuti il teatro tutt’intorno era sparito, non c’erano più platea nè gallerie, eravamo in piazza di chiesa, era Santu Antine a Samugheo, era San Palmerio a Ghilarza, a sinistra preparavano la pecora bollita, a destra c’era il camioncino per l’ichnusa. Ecco l’effetto che fa, un bell’effetto. È stato un ritorno a casa, più che altro.

Loro son stati bravi, anche Riccardo Fogli (che poi mi hanno detto che era Gino Marielli, il chitarrista, ma con quei capelli e quella giacca io aspettavo solo Storie di tutti i giorni). Anche Beppe Dettori, che in certi momenti sembrava davvero Andrea Parodi, ma in altri momenti per niente e che forse giocava troppo con la sua bella voce. Anche Gigi Camedda (riuscitissima l’imitazione di Ramazzotti su Domo Mia) che ha rifatto La Cura di Battiato. Bravi.

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(prometto che è l’ultima volta che scrivo dei Tazenda)

[cAGLiAri] La Capitale del Mediterraneo?

Gennaio 18, 2008 ilarifoz 2 commenti

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È qualche tempo che faccio su e giù per l’Italia, per motivi ormai noti ai più cari, e proprio mentre mi accingo a salutare la città più romantica del Veneto mi interrogo sulla lettura che accompagnerà il mio lungo viaggio verso la Capitale.

Le edicole mi catturano sempre coi giornali belli in vista, strategicamente ideati per rapirti coi colori forti delle copertine.

Il mio sguardo si appoggia su un sottotitolo: caratteri in noir su prima pagina verde fosforescente “La nuova vita di Cagliari, un futuro da protagonista” preso a braccetto con uno scorcio del capoluogo sardo che mi inonda di saudade.

Compro Geo, numero 26, febbraio 2008.

Mi accomodo e inizio a sfogliare il giornale. Parto dalla 76, sfoglio, sfoglio e ancora sfoglio e arrivo a pagina 89.

13 pagine di racconti, documenti, riferimenti a fatti, persone e avvenimenti che incuriosiscono chi non conosce e regalano piacere a chi sente la terra lontana, ma in continuo dinamismo.

Architettura e progetti di trasformazione urbanistica, letteratura, musica, arte, scienza e, perché no buona cucina.

Cagliari capitale del Mediterraneo, punto d’incontro tra Maghreb e Europa?

Pare di si a quanto riferiscono dati e osservatori. Eventi internazionali. E poi citazioni di ogni tipo a partire da chi ci ha apprezzato in passato come D.H. Lawrence, a chi investe su di noi per il futuro, come Zaha Hadid e Rem Koolhaas, Paulo Mendes da Rocha e Jacques Herzog. Da chi si trasferisce come Massimo Carlotto, a chi ci stava come Sergio Atzeni, a chi crea ora come Giorgio Todde e Milena Agus. Tra le righe parlano i registi Pau e Cabiddu e ancora … filologi come Giuseppe Marci, voci conosciute come Elena Ledda e opere d’arte sonore come quelle di Sciola . Persino una giovane Manuela Fiori organizzatrice del Festival Tutte storie per un pubblico di lettori giovanissimi.

Insomma, invece che su un ES delle ferrovie dello stato mi sembra di esser in viaggio, di rientro dalla mia breve settimana di studio a Cagliari, come spesso accadeva sino a pochi anni fa.

Il pezzo può piacere o non piacere, ma grazie alle pagine di Irene Merli e le foto di Daniele Dainelli, sono tornata un po’ più vicino a casa..e a volte se ne sente proprio l’esigenza!

Fabrizio De Andrè. HOTEL SUPRAMONTE

Gennaio 11, 2008 pipps 3 commenti

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Roma, sabato 12 gennaio 2008, Libreria Rinascita, ore 19.

RAFFAELLA SABA presenta il suo libro, Hotel Supramonte. Fabrizio de Andrè e i suoi rapitori, Editrice Zona, 2007 (per info clicca qui )

ROMA – Libreria Rinascita
via Prospero Alpino, 48 (traversa Circonvallazione Ostiense)
sabato 12 gennaio 2008 ore 19
L’autrice Raffaella Saba
presenta
HOTEL SUPRAMONTE
FABRIZIO DE ANDRE’ E I SUOI RAPITORI
ZONA
Interviene all’incontro Giorgio Galleano
della redazione cultura del TG3
Al termine, musica dal vivo con cover di Fabrizio De André

HOTEL SUPRAMONTE. FABRIZIO DE ANDRE’ E I SUOI RAPITORI
di Raffaella Saba (ZONA – Collana “L’Italia Criminale” – pp. 160, euro 16)
“Mi sento più contadino che musicista. Questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo. Qui voglio vivere, diventare vecchio…”. Fabrizio De André scelse la Sardegna come luogo di vita, non solo di vacanza, perché se ne sentiva figlio. Amava la sua natura atavica, gli orizzonti illimitati, i profumi e i colori intensi, ma anche quella povertà millenaria che a volte induce forme di criminalità tristemente originali. Perché – come una “janas” dal duplice volto, mezza strega e mezza fata – l’isola incantata è anche la terra matrigna del “banditismo sardo”. Lì Faber venne sequestrato insieme alla sua compagna il 27 agosto 1979. Restarono prigionieri dei loro rapitori per ben centodiciassette giorni. Da quella esperienza il cantautore genovese seppe trarre e trasmettere una grande lezione, artistica e di vita. In questo libro si racconta quella storia: il sequestro, la prigionia, le trattative, i personaggi, le vicende giudiziarie, le canzoni che ce ne hanno reso lo spirito. E la Sardegna, i suoi banditi, i rapimenti più famosi.
Raffaella Saba, sarda d’origine, vive e lavora a Palermo. Laureata in scienze politiche con una tesi sul banditismo sardo, ha scritto numerosi articoli per quotidiani e periodici sulla vicenda del sequestro De André. Hotel Supramonte è il suo primo libro.