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[Bauladu] HalloITTA? Halloween de ‘idda mia

Novembre 1, 2007 pipps 6 commenti

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Oggi (cioè mentre scrivo) è 31 Ottobre. Stanotte è la notte di Halloween.

In Sardegna a fine ottobre non avevamo bisogno di Halloween, avevamo già il nostro bel da fare. Con il vantaggio di non dovere nemmeno ricordarci ogni anno dove abbiamo messo i cappelli da strega – ogni volta la stessa storia, sempre bẽi arragottusu e mai criccausu.

Per mascherarci aspettavamo Carnevale, La festa pagana per eccezione. Il periodo dei morti di pagano aveva molto meno.

Il 1 novembre i bambini di Bauladu vanno casa per casa, con un sacco in mano, a cercare offerte. Bussano alle porte e a chi apre strillano: “A is animas de su Prugadoriu!”. Ricevono in cambio pabassini, mandarini, melagrane, qualche caramella o cioccolatino. Ai tempi di mia mamma, i pabassini si ricevevano solo nelle case ricche. Tutti gli altri davano frutta, ma anche soltanto ceci e fagioli. Oppure i dolci dei poveri, ziddiãsa e pãi manna. Altri tempi.

Le radici di questo che per noi era un gioco e un bel modo per mangiare dolci affondano nel culto dei morti, e in particolare nel culto delle anime del purgatorio, così radicato in Sardegna. Di quella preoccupazione particolare che si dedica ai propri cari, sperando che non si trovino in quel luogo di mezzo ad espiare piccole colpe che li allontanano dal paradiso, o che ci stiano il meno possibile. Nel giorno dei morti, questa preoccupazione si lega in maniera stretta al cibo, e diventa una vera e propria raccolta del cibo per le anime di chi mai lo mangerà. In alcuni paesi si usava cucinare una cena intera e lasciare la tavola imbandita “per le anime”.

A Bauladu, all’inizio del secolo, la sera del 1 novembre, vigilia del giorno dei morti, il ricco del paese cucinava della pasta per tutti i poveri. Il primo a riceverne un piatto era il più povero di tutti, al quale lui la portava personalmente. Poi veniva il turno di tutti gli altri.

Dopo la cena, il sacrestano della parrocchia si vestiva completamente di bianco e prendeva con se una campanella e uno spiedo, di quelli per arrostire nei giorni di festa. Diventava la famigerata Maria Puntaoru (letteralmente, Maria Spiedo). Maria Puntaoru era una donna molto brutta e perennemente affamata. Talmente affamata – mi raccontavano da bambina – da essere morta di fame sognando un piattone di spaghetti, de marraccoisi longusu.

Il sagrestano così vestito girava tutto il paese, casa per casa o quasi. Non suonava i campanelli, o meglio, non batteva i battenti, ma lasciava ciondolare la sua campanella. Alla gente che gli apriva chiedeva – sotto la minaccia dello spiedo – cibo per le anime. Se qualcuno rifiutava, lo spiedo serviva ad aprirne lo stomaco avido per sfilarne uno ad uno gli spaghetti ingurgitati a cena.

A mezzogiorno del primo novembre, poi, il campanaro iniziava ad assecchiai – a suonare le campane a morto – e le suonava, aiutato da tanti ragazzini e uomini, fino al mezzogiorno del 2 novembre. Nel frattempo, tutto il paese andava al campanile a portare da mangiare e da bere ai campanari, e a mangiare con loro. La gente andava a messa – la prima messa, la seconda subito dopo e poi la messa cantata, sotto le campane che suonavano.

Di tutto questo è rimasto poco. L’ultimo campanaro di Bauladu è morto nel ‘59 e non è stato mai sostituito. Sempre meno bambini sanno che per un giorno intero sarebbero autorizzati a chiedere dolci a chiunque. Ma una cosa rimane, a spaventare i bambini. La sera del 1 novembre c’è ancora da stare attenti a cosa si mangia. Mai e poi mai si deve mangiare la pasta lunga. Perchè Maria Puntaoru è sempre in agguato.

PS: Questo post aspetta con ansia che Adaspina risolva le questioni di fonetica e che un qualunque antropologo di passaggio approfondisca l’argomento.

 

Categories: bAuLaDu

[BAULADU] – Crabia, o delle perle ai porci

Luglio 17, 2007 pipps 6 commenti

 

Una delle mie manie sono le guide turistiche sulla Sardegna. Non le compro. Ma ogni volta che entro in una di quelle grandi librerie di città non riesco a fare a meno di aprirle tutte e sfogliarle. È uno sport che regala sorprese inattese, come trovare ottime guide in Francia e pessime in Italia, scoprire che una tua compaesana nemmeno tanto bella è stata immortalata in costume in qualche Sant’Efisio e ora mezzo mondo se la porta in giro mentre visita Cagliari.

Ma non solo. Quello che trovo nelle guide è che Bauladu non c’è mai. Ma proprio mai. Si, c’è nella guida del Touring, è vero, ma in quella c’è proprio tutto, non per niente è più grossa della Bibbia. Bauladu non compare nelle guide più comuni, quindi nessun tedesco di quelli che per partito preso vanno a vedere tutto quello che la guida indica si prenderà la briga di entrarci, nemmeno per un attimo.

Non compare nemmeno nei depliant dell’ormai defunto ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche), nè tanto meno – e peggio ancora – nei bellissimi poster dell’EPT (Ente Provinciale del Turismo) di Oristano, che dalla sua nicchietta arborense, dispensa informazioni calibrate e – udite udite – nel 2007 non risulta avere ancora un sito internet tutto suo.

Bauladu è piccolo, un ritaglio nel mondo di cui nessuno si accorge, che a pochi interessa, dove pochi vivono. Come molti paesi piccoli e poveri, non possiede grandi gioielli artistici. Solo un paio di chiesette, un paio di nuraghi, un paio di luoghi ameni in campagna. SOLO??

Voglio parlare di uno di questi posticini, che forse qualcuno avrebbe il desiderio di vedere, se solo ne fosse a conoscenza.

Si chiama Crabia, e per me è un posto magico perchè dal suo tetto si vede il mare, e le montagne e la vallata tutta intorno.

È un nuraghe. Come ce ne sono tanti, è vero. Ma è un nuraghe speciale, perchè al primo piano si vedono con estrema precisione le tracce della divisione degli ambienti. Ma soprattutto perchè ha due scale. Una sulla sinistra dell’ingresso, come siamo abituati a trovarle nei nuraghi, che porta al piano superiore. La seconda, opposta all’altra, parte dalla nicchia di destra della sala al piano terreno, e conduce ad una sorta di piano di mezzo, ricavato all’interno del muro, che comunica poi con il corridoio d’ingresso tramite un foro.

Questo nuraghe, sicuramente tra i più grandi e tra i meglio conservati del paese, non è solo sconosciuto, anche ai bauladesi. Non è nemmeno mai stato oggetto di studi attenti. Crabia, che domina una vallata e aveva probabilmente una posizione strategica di una qualche importanza, potrebbe avere qualcosa intorno, un villaggio, delle sepolture. Chissà, magari archeologicamente rilevanti. Dall’altra parte della 131, solo due estati fa, sono state trovate per caso da un pastore due tombe dei giganti. Quindi è possibile ipotizzare che intorno a Crabia ci sia un’area archeologica anche estesa.

Ebbene, Crabia si trova in un terreno privato. Si, un terreno privato. Quindi, in linea teorica, anche solo per andare a visitarlo, saltando il muretto a secco si viola una proprietà, si dovrebbe chiedere un permesso. È vero, da noi si usa andare in giro per le campagne altrui e nessuno ti scoccia. E nessuno mi ha mai disturbato quando ho avuto voglia di andare a Crabia.

Però una volta ho dovuto chiedere ad un maiale terrorizzato di uscire, per poter entrare. E comunque se il padrone del terreno non lo pulisce – e perché dovrebbe, se non ne ha bisogno – il sentiero che porta al nuraghe si copre di sterpaglie, e sopra il tetto è cresciuto un fico che tra pochi anni sarà abbastanza grande da dare frutti.

Insomma, Crabia potrebbe essere una perla. Forse solo una piccola perla, in confronto alla bellezza di Santa Cristina, appena pochi chilometri più a Nord. Il punto è che non lo sappiamo, e di questo passo non lo sapremo mai.

E così mi piacerebbe che i miei amministratori si occupassero di questa piccola cosa. Se non altro per capire cosa sia possibile fare per render Crabia fruibile a chi vuole visitarlo, per valorizzarlo, per convincere qualcuno – Adaspiiiiiinaaaa – a studiarlo, e magari i porci – nel senso dei maiali – a cercare altri ripari per la notte.

O anche solo per invitare chi ha creato queste belle pagine web (con le uniche immagini del nuraghe disponibili online) a venire a Bauladu a raccontarci che ad un passo da casa abbiamo un gioiello architettonico che non ci siamo mai presi la briga di conoscere.

In senso lato, mi piacerebbe che le poche risorse che il mio paese offre fossero valorizzate, che qualcuno, percorrendo la 131, sia incuriosito da quel mucchietto di case, e trovi dei cartelli che lo conducano alle poche cose da vedere.

Mi piacerebbe, un giorno, sorridere soddisfatta in libreria, sfogliando una guida qualunque.

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[BAULADU] Centro congressi senza congressi?

Giugno 24, 2007 pipps 3 commenti

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A proposito di quanto detto nei commenti a un recente post di Flor, su amministratori e associazioni e sul prendersi le cose, racconto una piccola storia bauladese, troppo lunga per diventare un commento.

A Bauladu è stato costruito un centro congressi. Piccolo, circa cinquanta posti a sedere. Completamente attrezzato: sedie, tavoli, lavagne, videoproiettore, microfoni, sala audio. Tutto quello che serve, insomma.

Tempo fa, un gruppetto di giovani di belle speranze, emigrati rientrati al paesello, pensa che si potrebbe utilizzare questo centro congressi con un po’ di regolarità, fondando un’associazione e promuovendo convegni di vario genere.

Sembrava un modo per sfruttare le risorse concrete del paese e le risorse umane di chi da adulto ha scelto di viverci. Un modo per prendersi, come dice Jemp, quello che gli amministratori non danno, per fare quello che loro non fanno.

Beh, questo gruppetto di belle speranze ha poi dovuto scoprire diverse cose che non conosceva. Innanzi tutto che a Bauladu c’è un parco naturalistico. Non ce ne era giunta notizia prima ma ce ne rallegriamo tutti. E lo dico senza ironia, sia chiaro.

Il gruppo ha scoperto anche, però, che i fondi con i quali è stato costruito il centro congressi sono legati a doppio filo al suddetto parco. E che quindi il centro non può essere utilizzato se non per attività che abbiano a che vedere col parco.

Da cittadina dico che mi dispiace, e che mi sembra un po’ ridicolo aver costruito una struttura legata ad un parco che in concreto ancora non esiste. E che mi sembra sciocco, vista la posizione del paese nella provincia e nella regione, non cercare di promuovere la struttura per piccoli convegni, e magari farsi pagare un po’ per recuperare le spese ed investire qualcosa.

Da uccello del malaugurio prevedo che, prima che il parco sia pronto e il centro congressi pronto ad ospitare i luminari della botanica internazionale, la profusione di sedie imbottite, lavagne, videoproiettori e tutto il resto saranno se non obsoleti, di sicuro coperti di polvere.

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[BAULADU, ma anche no] La Sardegna delle meraviglie

Giugno 18, 2007 pipps 2 commenti

 

Apro le mie personali danze con questa cosina, che molti di voi avranno già letto, scritta qui, parecchio tempo fa, in risposta al sempre fido Jemp. Togliendo un po’ di romanticherie adolescenziali da quattro soldi e un po’ di inviperimento da giovane adulta qua e là, lo riscriverei più o meno com’è.

Jemp, con questo post, mi ha tirato fuori una cosa che volevo scrivere da tempo e che ho buttato giù di getto. Anche se in realtà non è a Jemp che rispondo, ma a me stessa che scrivo.

E’ vero, ce ne andiamo uno per uno. Se penso ai miei compagni di giochi, di liceo, di università. Sono tanti quelli che restano, sono tantissimi quelli che se ne vanno. Molti anche quelli che tornano, per prime le mie sorelle.

Perché ce ne andiamo? Ognuno ha il suo motivo per partire. Parte chi ha studiato, parte chi non ha studiato. Lo stesso vale per chi resta.

Cosa andiamo a cercare? Andiamo davvero a cercare un lavoro fisso, un lavoro migliore, un lavoro diverso? Molti partono e poi vanno a lavorare in banca, al supermercato, in uno studio di ingegneria, come avrebbero potuto fare a casa. Magari neanche fissi, ma a progetto, a tempo determinato, con partite iva-capestro o altre raffinate forme di sfruttamento moderno.

Siamo migliori? Siamo più intelligenti, più coraggiosi noi o quelli che restano? E che dire di quelli che tornano?

Io, perché me ne sono andata? Lo so e non lo so. Perché era inevitabile. Perché è una cosa di famiglia. Perché mio nonno faceva i chilometri in bicicletta per andare a vedere e fare e cantare. Perché le mie sorelle. Perché si. Perché a me il mondo sta stretto.

Il paese era stretto alle elementari, quando raccontavo delle mie colonie estive “in continente” ai miei compagni che non erano mai andati oltre Oristano in giù e Abbasanta in su. Era stretto alle medie, quando iniziavo ad essere diversa perché cercavo dialogo fuori dal cerchio. Era stretto al liceo, quando era scomodo e faticoso e freddo rimanere ad Oristano a fare quello che mi piaceva, a vedere chi mi piaceva.

All’epoca mi dicevo che se avessi avuto dei figli, volevo che potessero andare in palestra a piedi, da soli, senza rompere le scatole agli adulti come io ero sempre stata costretta a fare.

Poi è arrivata Cagliari. Grande, piena, nuova. L’autonomia, l’indipendenza. Gli spostamenti che si regolano da soli, prendono autobus e treni a tutte le ore, quando vogliono. Cose da fare nuove, diverse. Persone più intense.

E poi ad un certo punto era stretta anche Cagliari, e sono arrivati altri viaggi, capitali, metropoli, posti dove si parla una lingua diversa. Vicini di casa di tutti i colori e di tutti i paesi, colleghi che hanno storie da raccontare, coinquilini paracadutisti che non sanno cucinare. Metropolitane, aerei, biciclette. E io sempre più felice, a sguazzare in posti dove con un orecchio ascolti una lingua e con l’altro una diversa, mentre con la bocca cerchi ogni tanto di ricordarti la tua. E ora, di nuovo in Italia, a pensare di poter andare ancora più lontano.

Ci pensavo, al rischio, quando sono partita? Ci pensavo che poteva andare male, che potevo partire a cavallo e tornare a piedi? Mi è venuto in mente, prendendo il primo aereo, che era l’inizio di qualcosa? No. Sono partita come si parte. Ho fatto la valigia, asciugato la lacrimuzza a mamma e ciao.

Non è stata una fuga, non scappo da niente, non fuggo da un posto che mi manca quando non ci sono e dove vorrei tornare ogni volta che posso. Il paese stretto è un mondo sempre uguale e sempre bello. In sardo tornare a casa, si dice tornare in paese…

Cos’è tutto questo, Jemp? C’entra con la Sardegna, o sono partita come parte uno di Verona, uno di Pescara, uno di Lecce?  È un’inquietudine passeggera o una condizione permanente? Chiedetemelo tra dieci anni. Magari sarò dall’altra parte del mondo a fare chissà che. Oppure felicemente sposata, con casa a Zagarolo, macchina, bici, vasi di piante e un paio di figli.

Dov’è casa mia? Casa mia è qui, dove ho le mie cose, dove vivo la mia vita, rido piango amo mangio corro e cammino. E casa mia è a casa, dove voglio tornare appena posso, dove la lingua si scioglie e può usare la parola più comoda che trova, perché tutti sono bilingui.

Ma mi pare che io, in Sardegna, non ci tornerò. Sembra che tutti vogliano tornare, ad un certo punto. Pare che tutti sentano la smania, si facciano prendere dal ricordo di come era bello prima, di come è diverso il sapore dei pomodori. Di come è più facile vivere ad Oristano dopo che hai attraversato le complicazioni di Roma o Milano per anni. Succederà anche a me, magari.

Ma io non voglio le cose vicine. Non voglio tutto dietro l’angolo. Mi piace che tra me e i posti che devo raggiungere ci siano strade piene di macchine, autobus, e non lunghe strade di campagna vuote di macchine e di luce. A me basta, in Sardegna, poterci tornare ogni volta che voglio, quando mi manca il profumo dell’erba e il sapore delle patate. Quando voglio andare al mare. Quando c’è una piazza dove so di poter ballare.

E la percezione delle distanze è diversa, nell’isola isolata. Cagliari è lontana, Sassari lo sembra anche di più, Olbia è una migrazione. Esci dall’isola e scopri che due ore in macchina sono niente, in due ore si arriva a Napoli, dietro l’angolo. In due ore, se sei sfortunato, non esci nemmeno da Roma, a volte. Due ore di macchina, per i miei compaesani, sono quasi un viaggio all’estero. Da qui, invece, un’ora di aereo e si attraversa il mare. È facile, è vicino.

E ha ragione Jemp. Un posto dove tornare ce l’ho. E mi piace. Ma ci sono un sacco di cose laggiù che non mi piacciono. Non mi piacciono quelli che mescolano la storia col tradizionalismo, il folklore con l’identità. Quelli, nel paesello, per cui ha più valore tenere un coltello in tasca, che una penna. Per cui è meglio mangiare tanto, che leggere tanto. Quelli che ci vuole più coraggio a restare che a partire. Quelli che le energie bisogna spenderle in Sardegna. Salvo poi non poter fare nulla, o quasi, perché tutto si blocca, tutto si ferma, tutto non si sa perché si complica sull’isola. Quelli che non fanno il minimo sforzo per sapere dove sono e dove vogliono andare, per fare un passo avanti rispetto al padre alla madre al vicino di casa. Quelli che giocano al ribasso. Quelli che nel mondo non si sanno muovere. Quelli che non hanno mai visto Cagliari e vanno in viaggio di nozze a Bali.

In qualche modo, è vero, ho rinunciato a cambiarle, queste cose che non mi piacciono. Sono lì come il paesaggio davanti a casa. So di ritrovarle uguali ogni volta che torno.

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