Posted by: JeMp on: Novembre 4, 2007
Chi ha visto la puntata del 28 ottobre 2007 di Report, su Rai tre, ha potuto costatare come in tutti i Paesi Scandinavi, dal diciottesimo secolo, sia in vigore una legge che vincola ogni Istituzione Pubblica a rendere liberalemente accessibili a chiunque i documenti che genera o riceve.
Questo per permettere ai cittadini di verificare in ogni momento le attività dei suoi rappresentanti, l’entità e la ragione delle spese da questi effettuate nell’esercizio delle sue funzioni.
Durante il suo semestre di presidenza, la Svezia ha ottenuto che un analogo meccanismo di trasparenza venisse adottato anche per le tre principali istituzioni dell’Unione Europea: Commissione, Consiglio, Parlamento.
Un fatto rivoluzionario.
L’Italia sotto questo profilo è un Paese in via di sviluppo: del resto, nessuna forza politica – eccezion fatta forse per i radicali – lotta oggi per introdurre in italia analoghe misure atte a permettere al cittadino di verificare nel profondo l’attività dei pubblici amministratori.
Pensate che in Sardegna un gran numero di comuni non permette neppure l’ingresso alla sezione storica degli archivi, figurarsi a quella corrente, dove pure alcune forme di verifica e controllo da parte del cittadino sono previste dalla legge.
Se si valuta anche solo il ritardo dei comuni sardi sul versante degli archivi storici si scopre che esso è enorme e gravissimo.
Rispetto ad una tale situazione, il richiamo alle radici, all’indentità, alla sardità appaiono del tutto strumentali e demagogici, anche perchè non sono precedeuti nè seguiti da azioni di concreta valorizzazione di quel portato identitario che si dice di volere esaltare durante i comizi elettorali e le interviste sui media.
Allo stato attuale, non solo non è possibile entrare e consultare gli archivi storici di numerosi comuni della Sardegna, ma spessissimo questi archivi storici comunali versano in uno stato di assoluto disordine e completo abbandono.
Del resto, anche quando i riordini son stati fatti, questi non sono stati funzionali alla valorizzazione della documentazione, che permane in un ordinato stato di inacessibilità.
E’ il caso di Nuraminis, dove ad un archivio storico comunale riordinato non è corrisposta la creazione da parte del comune di una struttura capace di mettere gli eventuali studiosi nelle condizioni di studiare i fondi storici del comune.
Per entrarvi è stato necessario chiedere un’autorizzazione al segretario comunale, giunta dopo settimane di attesa e, una volta entrati, muoversi dentro il compactus senza la guida offerta da un qualsiasi strumento di corredo. Inoltre, non esisteva uno spazio apposito per la consultazione della documentazione, non erano previsti orari di apertura e chiusura della struttura.
In altre parole, tutta la normativa relativa al libero accesso alla documentazione storica di un comune è rimasta disapplicata.
Il punto è che se pure la legge obblighi l’Ente a rendere accessibili i fondi, la stessa normativa non prevede alcuna sanzione qualora il Comune non adempia agli obblighi di legge: è questa circostanza che ha permesso a gran parte dei nostri sindaci e amministratori di divenire dei veri e propri latitanti sul versante degli archivi.
Del resto, la situazione è favorita dall’indifferenza dell’opinione pubblica, che non preme su chi governa per ottenere il godimento di un diritto che le è riconosciuto in via meramente formale.
Ciò che si può fare per cambiare lo stato delle cose è premere sui comuni, chiedere non solo di potere individualmente accedere alla documentazione d’archivio, ma ottenere che dopo questo accesso sia possibile una consultazione agevole della documentazione: come si può studiare stando in piedi, o dentro sgabuzzini fatiscenti o nei corridoio tra il personale amministrativo del comune?
Prendersi la briga di andare al proprio Comune con la normativa in mano per verificare come e se venga permesso il libero accesso alla documentazione storica dell’Ente, è il primo fondamentale passo di un cammino che potrebbe portare alla reale e non parolaia valorizzazione di una componente irrinunciabile del nostro patrimonio identitario.
post scriptum:
sappiamo che il nostro blog è letto da diversi amministratori locali: ci piacerebbe sapere cosa e se hanno fatto nei loro comuni per difendere, valorizzare gli archivi storici comunali. Saremmo lieti di pubblicare notizie positive su un tema a noi così caro. Siamo qui anche per questo….
Riguardo al riordino degli archivi storici aggiungo che è per legge obbligatorio l’impiego di personale qualificato. Ma talvolta l’archivista è di fatto impossibilitato a compiere al meglio il proprio lavoro, in quanto alle dipendenze di persone del tutto impreparate, che dettano regole assolutamente arbitrarie.
Purtoppo sono pochi gli archivi riordinati. pochissimi quelli accessibili. non ci sono gli spazi o comunque non si vogliono trovare nè ricavare in alcun modo. l’autorizzazione della soprintendenza è d’obbligo. e se ti danno l’ok incorri nelle ire funeste dei dipendenti che non sanno neanche loro da che parte entrare nei buii e umidi locali o meglio sgabuzzini adibiti. la legge, le leggi ci sono e vi garantisco che sono precise e ben dettagliate in tutti i punti. ma ancora una volta, come è solito da noi, il rispetto è un optional! e noi archivisti allo sbando!
Novembre 4, 2007 a 1:51 pm
La parola d’ordine è “obblio”, non solo per le cose antiche , ma anche per le contemporanee.
L’accesso agli atti è sempre più complicato, specialmente quando riguardano questioni “spinose”.