
Ci sono parole che nella società globale sono tornate ad affollare i discorsi dei politici, dei giornalisti, della gente. Una (se non la) parola è identità.
Mentre una tensione alla globalizzazione degli scambi – dicono alcuni – conduce con sè l’omologazione dei linguaggi – vera o presunta che sia – si sviluppa una corrente uguale e contraria che spinge verso una ricollocazione al centro dei valori che attengono alle appartenenze specifiche di un dato spazio culturale e geografico.
L’identità diviene oggetto e soggetto del dibattito politico, al punto che anche le avventure partitiche più inverosimili, le operazioni finanziarie più spericolate, e perfino le politiche di resistenza economica più protezionistiche vengono spiegate alla pubblica opinione facendo ricorso al tema, al valore, al mito, all’intercalare “identità”.
Gli esempi al riguardo sono numerosi, ed è facile adesso offrirne qualcuno, anche se un pò alla rinfusa.
Si pensi ai leghisti, all’invenzione della padania, divenuta una vera e propria clava nelle mani di un piccolo gruppo politico, che la usa ogni volta per ottenerne contropartite politico-elettoralistiche.
Venendo alla Sardegna, non è forse puntando tutto sull’identità sarda che Soru ha riscosso il suo personale e anti-partitico successo elettorale, quando è stato eletto presidente della Regione?
Proprio perchè così fortemente connotata da richiami, più o meno strumentali, alla sardità, la sua vittoria ha praticamente spazzato via il progettino nazionalitario costruito a tavolino da Mario Floris (col placet di Francesco Cossiga e il supporto storico-istituzionalistico di Francesco Casula).
Per non dire degli effetti che la vittoria soruiana ha avuto sui sardisti: proprio mentre i loro ideali e valori fondanti divenivano davvero popolari, i sardisti si sono letteralmente liquefatti, come se il senso del loro esistere fosse improvvisamente venuto a mancare.
Sull’identità puntano tantissimo anche i candidati a sindaco dei nostri villaggi sardi, con uno sforzo di fantasia davvero notevole e degno di menzione.
Infatti come diavolo si fa a parlare dell’identità – che ne so? – di Villagreca?
Eccerto che ce l’ha un’identità anche un paese di 300 abitanti, ma bisogna averla studiata negli archivi, nella lingua, con pazienza, devozione ecc ecc.
Ma chissenefrega infondo: se ci metti dentro quelle parole lì il programma è sicuramente migliore: fanno pure tutte rima: solidarietà, identità, sardità.
In certi casi il richiamo alle origini e all’identità da parte degli amministratori dei villaggi è talmente strumentale, ideologica e priva di fondamento da essere involontariamente comica.
Mi ricordo che una volta le telecamere di una delle tante trasmissioni che si fanno pagare per parlare di un villaggio, sono venute (sono state pagate) anche a Nuraminis.
In finale di trasmissione, durante la solita carrellata finale di prodotti tipici, tra le altre cose veniva presentato come tipico di Nuraminis un dolce che si chiama “pistoccu ‘e Serrenti”.
“Ma come – chiedeva giustamente il pseudo-giornalista molto pseudo-conduttore – è tipico di Nuraminis ma ha il nome della vicina Serrenti?”
La cosa ridicola non era presentare quel dolce come tipico – perchè saranno secoli che a Nuraminis viene confezionato (anche se nel nome ha tenuto il luogo in cui ha avuto origine) - ma nel presentarlo come tipico del paese: è tipico della regione, direi del campidano, della civiltà contadina sarda.
Il fatto è che tutti questi chiaccheroni a caso di identità non la intendono come tensione propulsiva operante nel e per il presente. Per loro “identità” è il – secondo me patetico e disgustosamente malinconico - volgersi all’indietro e guardare “come eravamo”.
Vale a dire, come non siamo più. In questo modo l’identità si riduce a patetica rappresentazione del passato, secondo un copione che non ha nessuna aderenza non solo con la reale identità di cui si è portatori, ma nemmeno con la vicenda storica o culturale passata che si vorrebbe maldestramente rappresentare.
Questo riflesso condizionato, che riduce l’identità ad un qualunquistico, noioso e superficiale voltarsi indietro) produce un duplice danno: nega il passato (perchè non lo studia, ma lo rappresenta e pure male) e nega l’identità presente che, ci piaccia o no, non è costituita da un vestito sardo, o da un biscotto tradizionale.
Il vuoto culturale e identitario che si sta creando con questa pantomina dell’identità propinata a reti unificate sarde è enorme.
i ragazzi sardi di oggi usano il cellulare, ascoltano i ramones o mtv, fumano le canne, hanno una vita sessuale promiscua e parlano un sardo che tiene conto di questo loro moderno modo di essere.
Parlare di identità significa cercare di comprendere in che modo quegli elementi del nostro essere comunità e individui che sono direttamente riconducibili alla società tradizionale si combinano e coagiscono con i caratteri che derivano invece dal contatto con la moderna società capitalistica, post-industriale e globalizzata.
E’ l’originale risultato che proviene da questo incontro che definisce i contorni della nostra identità, e non le patetiche rappresentazioni di un passato che non c’è più, e che – pensate un po’- a dire il vero non c’è mai stato.
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