Ci sono molti modi per conoscere i luoghi. Vivendoli. Visitandoli. Leggendoli. Oppure semplicemente immaginandoli attraverso i racconti delle persone e sulle persone. Osservando i solchi sulle mani, le voci, i sorrisi o con un po’ di immaginazione chiudendo gli occhi e guardando.
Ci sono storie di uomini e donne della Sardegna che devono essere raccolte prima che il tempo si mangi paesi e ricordi e gli alberi di fichi si impossessino delle vecchie case in trachite, in argilla, in basalto o in ladari. Storie che si devono sommare alle nostre vite per ricordarci sempre da dove veniamo e cosa siamo stati. Qualcosa che si deve a questa terra.
La provincia di Oristano è piena di questi luoghi e di queste storie. Qui il 53% dei comuni (47 su 88) ha meno di 1000 abitanti e il suo tasso di anzianità ci dice che per ogni giovane con meno di 15 anni vi sono 2 anziani che ne hanno più di 64 (sebbene in molti centri questi dati siano ancora più drammatici, come per esempio a Sorradile, dove ci sono quasi sei anziani per ogni ragazzo con meno di 15 anni). Non pare quindi strano che sia proprio al centro di questa provincia che si trovi la bidda più piccola di tutte – Baradili – con appena 91 persone che vi abitano – 49 uomini e 42 donne – sparse fra le vecchie case color ocra, qualche murale e un’insegna bianca con su scritto Pizzeria al ranch che fa sentire un po’ west quando lo si attraversa.
Fra questi paesi che si spopolano, le cui anime migrano verso le coste o dall’altra parte del mare, o che semplicemente muoiono per l’età che si portano dietro, ve n’è uno al centro dell’impronta, che si aggrappa ai monti che ha alle spalle e punta i piedi sulle colline di fronte. In questa provincia ai confini con quella di Nùoro, c’è un paese che fa parte della terra di mezzo, o per dirla in limba, est terra ‘e mesania, che fino agli anni ’50 era completamente isolato e che da questa condizione ha tratto nel tempo la sua forza e la sua capacità di (r)esistere ed andare avanti. Questo luogo si chiama Samugheo, dal catalano San Migeu, San Michele.
Ed è da questo paese, che conosco più degli altri, che mi piace iniziare per parlare di uomini e per raccontare piccole storie di Sardegna.
Come tanti altri centri dell’isola, gli anni dopo la guerra sono stati difficili, il paese era povero, si conosceva la fame, la fatica del vivere e dei piedi scalzi. Restare significava affrontare questa realtà – de famene - come racconta chi l’ha vissuta o decidere di partire per dare una possibilità a se stessi e alla famiglia che restava.
Era il 1952 quando Gerolamo Zucca – classe 1930 - lasciò il paese, direzione la miniera di Faulquemont, dipartimento delle Moselle, nord della Francia al confine con la Germania, 42 km da Metz, 483 da Parigi.
Il viaggio fu lungo: Samugheo, Cagliari, Porto Torres, Genova, Milano, Francia, fino a giungere a Faulquemont cité, città dormitorio nata attorno alla miniera, che accoglieva lavoratori di tutta Europa per estrarre il carbone.
La miniera io non l’ho vissuta, l’ho ricostruita attraverso le immagini in bianco e nero dei minatori curvi, con il viso sporco e con i corpi nudi, degli incidenti di Marcinelle o quelle più recenti degli ultimi minatori del Sulcis. Tante volte provo ad immaginare cosa possa voler dire lavorare in miniera, scender sotto terra, sapendo che la superficie è lontana, che la luce è lontana.
Da samughese cerco di ricostruire e pensare al viaggio di questo compaesano: la partenza, la traversata lunga due giorni, il distacco, il mondo oltre il finestrino del treno, l’arrivo, il clima diverso…più freddo, lingue sconosciute. Mi domando dei suoi pensieri, della paura, del primo giorno sotto terra, delle parole pensate e forse dette, chissà, nella nostra lingua.

Faulquemont 1956 - Gerolamo Zucca (secondo da sinistra) con quattro compaesani
La sua è una storia di sicuro simile a tante altre storie sparse per l’isola e per il mondo ma che da sempre è stata presente nella mia vita, raccontata da chi è tornato, da chi ci parlava della miniera e della corrispondenza con la madre Susanna rimasta in paese, di rime, poesie, pensieri, paure, il tutto riportato sulla carta di tante lettere e poi di bocca in bocca, fino ad arrivare a noi più giovani. Fra le cose che scrisse questa che segue è quella che racchiude tutto. Vita, morte, paura, dovere, nostalgia, solitudine e speranza. È stata scritta da un sardo quasi 60 anni fa, ma attualissima per i tanti di noi che ancora partono e per i tanti migranti che giungono.
“…tanta bortas ne tenzo pagu gana si bi penzo mi tremede d’ognia pilu, ishtare d’ognia notte in kussa tana est a bivere kei su conillu. Terra a terra comente a s’arrana, logu ki no ke passat unu fillu e puru est de obrigu a ke passare e a sa menjus mi deppo arranzare…”
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