[Serrenti] C’era una volta un bollettino informativo

Chi ha rapito Serrentinforma?
C’era una volta, in una terra che a volte sembra lontanissima, un bollettino informativo. Questo bollettino era elettronico, dava conto dei principali appuntamenti del Medio Campidano e si chiamava Serrentinforma.
Il bollettino era seguito da qualche migliaiaiata di persone: tra queste giornalisti, casalighe, ragazzini coi brufoli, anziani, diversamente abili, militari e associazioni. Da due mesi circa quel bollettino è scomparso. Dalle frequenze di “Chi l’ha visto?” ci si domanda insistentemente: perché?
Impossibile rispondere senza lasciarsi andare alle congetture. Sono i nostri 5 lettori (compreso il gatto Orfeo) ad averci segnalato la cosa. Forse perché sanno che anche questo blog di gente che si passa seguiva con attenzione i calendarietti di Serrentinforma.
Preciso come una tassa, Serrentinforma ci dava conto dei movimenti sotterranei e vitali di un territorio che troppo spesso (anche ingiustamente) balza agli onori della cronoca per il suo essere soporifero e agricolturo-centrico.
Ecco. Serrentinforma informava migliaia di persone che nel Mediocampidano non ci sono solo agricoltori o presidenti di provincia con la fissa per i cavalli. Ma c’è anche gente che suona, che fa teatro, che si associa per discutere di cultura, di territorio, di ambiente, di tradizione e innovazione, di passato, di presente e di mondo.
Una volta tanto, un semplice gazzettino dava l’illusione (o la speranza?) che dietro e oltre i luoghi comuni che spesso danno argomenti a chi non ne ha, ci fossero le azioni di tante persone che invece si impegnano per rendere migliore il posto nel quale hanno scelto di vivere.
Ora, come sia possibile che, così, di punto in bianco e senza spiegazioni, si mollino migliaia di lettori affezionati a Serrentinforma non ci è dato sapere. Sicuramente ci sono benaltre cose importanti da fare, cari responsabili di Serrentinforma.
Però ci sia concesso dire che siamo costernati da questa scarissima attenzione nei confronti di chi vi ha seguito per tanto tempo. Non sappiamo quali accidenti di complicazioni ci siano dietro la sparizione di Serrentinforma. Sappiamo solo che lo rivogliamo indietro. Il prima possibile.
[Fuoriusciti] Cosa si scrive a una persona che è stata presa di forza e portata via in una macchina?

È dal 23 ottobre 2011 che questo blog vuole scrivere qualcosa su Rossella Urru. La notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella è stata rapita, insieme ai suoi colleghi spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons, da un campo per profughi saharawi vicino a Tindouf, in Algeria, dove lavorava per la Organizzazione Non Governativa (ONG) italiana Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP). Da quel giorno sono giunte poche notizie sul rapimento, il che speriamo voglia dire che chi sta lavorando per la sua liberazione lo stia facendo discretamente, stando attento a proteggerla.
E toccava a me scrivere quel qualcosa, perché io e Rossella facciamo lo stesso lavoro, perché siamo nate a un tiro di schioppo, perché ci siamo sedute sui banchi dello stesso liceo, perché abbiamo amici in comune, perché. Perché se ci ritrovassimo, in questo minuscolo mondo di viandanti dello sviluppo, se abitassimo nella stessa città dal nome assurdo, sperduta in mezzo al nulla, lontana da casa migliaia di chilometri, io e Rossella saremmo sorelle.
Avremmo storie da raccontarci davanti a un piatto di pasta comprata nella capitale e semisfracellata nelle dodici ore di buche verso il nulla, ci scambieremmo i libri, guarderemmo film improponibili da un hard disc esterno sullo schermo da tredici pollici di uno dei nostri portatili. I nostri rispettivi genitori prenderebbero la macchina e farebbero quei pochi chilometri per prendere un caffè con dei perfetti sconosciuti e consegnare un pacchetto che prenderà tre aerei, scusandosi perché “è un po’ pesante ma proprio non ce l’ho fatta a togliere la busta dei pabassini. Se ti fanno pagare li regali al check-in”.
E però cosa scrivere. Neanche ci conosciamo, io e Rossella. Chissà se abbiamo le stesse idee, chissà se anche lei, quando torna a casa, si ritrova a pensare che la gente è vestita in modo ridicolo, chissà se anche lei fa fatica a spiegare che questo in fondo è un lavoro come ce ne sono tanti, faticoso, disagiato, noioso perfino, qualche volta. Che spesso viviamo in condizioni più privilegiate di quelli che a casa ci considerano dei martiri. Che nel nostro lavoro si passa un sacco di tempo a risolvere problemi banali in modi complicatissimi, a mandare e-mail, a scrivere chilometri di relazioni, o seduti in riunioni che iniziano sempre in ritardo e non finiscono mai. Ma che è un lavoro entusiasmante, appassionante, gratificante come tanti nostri coetanei non hanno la fortuna di avere dall’altra parte dell’equatore.
Cosa si scrive a una persona che è stata presa di forza e portata via in una macchina? Che è in un posto in cui non può sentirci? In una situazione in cui noi non possiamo fare niente, ma proprio niente per aiutarla? Forse semplicemente quello che le diremmo se potesse sentirci: Rossella, ti aspettiamo, tieni duro.
P.S.: la famiglia di Rossella sta raccogliendo qui tutte le lettere, i messaggi e gli attestati di solidarietà ricevuti.
[Appuntamenti] Storie di Sardegna e Risorgimento. E una tazza di tè caldo

Forse qualcuno ha ancora voglia di sorseggiare una tazza di tè caldo (o di caffè) comodamente seduto ad ascoltare le storie della Sardegna nel periodo del cosiddetto Risorgimento? Dal prossimo 11 febbraio alle 18, a Nuraminis, ci sará la possibilitá di farlo, con l’inizio del ciclo di seminari organizzato dall’Associazione Khorakhanè.
La veste grafica (un Garibaldi dada che tiene in mano la bandiera del Giudicato d’Arborea e nel taschino lo Statuto Albertino), scelta da Khorakhanè per la seconda edizione del suo Storia e Storie di Sardegna, lascia bene intendere l’intenzione di leggere il Risorgimento in maniera nuova, grazie al supporto degli studi piu’ recenti.
Ad aprire il ciclo di appuntamenti sará, il prossimo 11 febbraio alle 18, Walter Falgio (presentato dal giornalista e storico Mario Gottardi) che, prendendo spunto dal suo recente volume “Libro e Università nella Sardegna del Settecento“, parlerá dell’impatto avuto dall’Universitá e dalla circolazione dei libri nella formazione di una nuova classe dirigente, sensibile agli ideali del Secolo dei Lumi.
Falgio dará il via ad un percorso lungo dieci settimane che si profila denso di interessanti approdi: dalla costruzione del mito di Eleonora d’Arborea nell’Ottocento, alla ricognizione degli elementi estetici che hanno dato identitá ai centri urbani sardi, passando attraverso la rilettura del mondo democratico sardo e di alcuni personaggi chiave del Risorgimento sardo e nazionale come Giuseppe Mazzini, Francesco Cocco Ortu e Giorgio Asproni.
In una grande sala riscaldata e alla presenza di tanti libri sará possibile ascoltare, chiedere, dibattere su uno dei momenti piu’ controversi della recente storia, italiana e sarda. Con una tazza di tè caldo, rigorosamente offerta da Khorakhanè.
C’è relazione tra insufficienza venosa cronica cerebrospinale e Sclerosi Multipla? All’AISM non interessa saperlo
L’AISM non finanzierà la ricerca sulla relazione tra insufficienza venosa cronica cerebrospinale e Sclerosi Multipla. La Sclerosi multipla è una malattia sulla quale a livello nazionale si è aperto un acceso dibattito in merito alla possibile correlazione, evidenziata dalla ricerca scientifica del professor Zamboni, con la CCSVI, l’Insufficienza venosa cronica cerebrospinale, una patologia dell’apparato circolatorio riscontrata almeno nel 90% delle persone colpite da sclerosi multipla.
La CCSVI può essere diagnosticata con un eco – doppler speciale, e viene curata con un trattamento endovascolare in day hospital, senza prevedere ricovero, bisturi, né anestesia totale.
Zamboni ha iniziato a esaminare il collo dei pazienti utilizzando un doppler ad ultrasuoni, scoprendo così che quasi il 100% dei pazienti affetti da sclerosi multipla presenta un restringimento, torsione o blocco definitivo di quelle vene che dovrebbero servire a drenare il sangue dal cervello. Ha poi controllato queste stesse vene in persone sane e in pazienti affetti da altre malattie neurologiche, non trovando in esse nessuna di queste malformazioni.
Il fondamento di tale ricerca risiede nella possibilità, tramite la cura di questa malattia, di migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da sclerosi multipla.
In Italia, nonostante la UIP (Unione Internazionale di Flebologia) abbia avallato diagnosi e trattamento, la CCSVI non è riconosciuta come patologia a se’ stante all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
È notizia di questi giorni che l’AISM, pur avendo accolto il messaggio del professor Zamboni, ponendo le basi per la realizzazione di un gruppo di lavoro multidisciplinare per avviare possibili azioni e cure, non finanzierà la ricerca per mancanza di evidenze scientifiche circa la correlazione causale tra le due patologie.
A chiedere con forza la ripresa di tali ricerche sono cinque associazioni e onlus che si occupano di SM che, oltre ad avviare una petizione online, con una lettera al Ministro della Salute Renato Balduzzi, chiedono attenzione e soprattutto l’apertura della sanità pubblica alla cura della CCSVI.
La lettera, firmata da Assi.SM, CCSVI nella Sclerosi Multipla, Isola Attiva, L’Abbraccio, Smuovilavita è disponibile a questo indirizzo.
[Acidi e Basi] A cosa serve? Cinque domande oziose per benaltristi progressisti e forconi pidiellini

A cosa serve leggerci? Hai sicuramente benaltro da fare
Pre-messa
Se qualcuno ha risposte non troppo intelligenti commenti pure. Siamo un blog autoritario ma con simpatie democratiche.
A cosa servono i Forconi Sardi?
All’urlo di blocchiamo tutta la Sardegna è nata la mobilitazione dei cosiddetti forconi sardi. Etichetta orribile appiccicata (dai media) ad una manifestazione senza senso, senza uno straccio di programma o di proposta concreta. Il fine è protestare, il mezzo è bloccare tutto. Mezzo e fine coincidono. Perché impedire alle persone di vivere la loro giornata? Perché sequestrare le urgenze di ciascuno? Così. Del resto per capire lo spessore della cosa è sufficiente leggere le bacheche facebook di chi postava e ripostava appelli alla mobilitazione, tra parlamenti in fiamme e un Monti con le corna impegnato in atti di sodomia nei confronti del povero italiano innocente.
A postare queste amenità (così come ad animare i tumulti siculi) sono in genere ex/futuri elettori di Berlusconi, forse delusi dall’aver votato i parlamentari che adesso approvano le leggi dell’odiato Monti. Ve lo ricordate il plebiscito del Sulcis alle ultime regionali vinte da Berlusconi? Se uno vuole la bici poi deve anche pedalare.
Ma sì: per dimenticare di avere contribuito a portarci dove siamo è meglio fare caciara, come fossimo alla fine di un’esibizione della Corrida. Il rumore aiuta a silenziare le coscienze, a frammentare le responsabilità. E se tutti son colpevoli non lo è nessuno. Tana salvi tutti. In Sardegna poi, sostenere che tutto il male venga da fuori e dagli altri è una specie di sport nazionale. Dove si vince sempre.
Campanacci, tamburi, forconi e blocchi stradali. Prova a chiedere buon senso e impegno quotidiano per cambiare le cose: le strade torneranno ad essere vuote come le parole d’ordine di questi rivoluzionari della domenica.
A cosa servono i Dipartimenti di Italianistica?
C’è un piccolo cataclisma che sta colpendo i dipartimenti di italiano all’estero. Sono luoghi nei quali si insegna la lingua, la storia, l’arte, la cultura italiana. La loro sorte dipende naturalmente dal gradimento degli studenti, cioè dal numero di iscritti. In un contesto – quello del mondo universitario anglosassone – segnato a tutti i livelli da tagli molto duri e da forti ridimensionamenti, i dipartimenti di italiano sono tra quelli più colpiti, perché il numero degli iscritti è letteralmente crollato. Del resto, si vocifera, cos’altro ci si potrebbe aspettare se fino a ieri l’Italia andava in onda per le amanti di Berlusconi, Pompei che viene giù come una pera cotta e il Colosseo che rischia anche lui di fracassare a terra?
A cosa serve un giornale che chiude?
Prova a cambiare la domanda. A cosa è servito aprire un nuovo giornale, tipo Sardegna 24 o Sardegna Quotidiano? È servito a trasformare – per qualche attimo – un luogo di oligopoli noiosissimi in un campo conteso, che secondo alcuni era l’anticamera del cambiamento. Iniziare. Serve, ogni volta, a spiegare (a chi dovrebbe avere orecchie per intendere) che i monopoli naturali non esistono e che la concentrazione dei mezzi dell’informazione in poche mani non è dovuta tanto allo strapotere di alcuni, quanto (soprattutto) alla scarsa voglia di mettersi in gioco degli altri.
E se qualcuno lo fa – mettersi in gioco – il suo esito infelice non deve per forza di cose tradursi nel solito onanismo provincialotto di chi gode per i fallimenti altrui più che per i propri successi. Se i quotidiani più letti (che però, in genere, sono anche quelli più ingessati) sentono il bisogno di farsi la plastica facciale ogni volta che nasce un nuovo giornale, cosa vuol dire? Vuol dire che ogni giornale nuovo disturba l’esistente. Per il solo fatto di esistere. Questa semplice constatazione dovrebbe bastare a convincerci che se il mondo sembra un enorme fossile, non è detto che lo sia.
Cambiare non è mai semplice, figurarsi in un postaccio come la Sardegna dove la gente considera buono solo quello che è antico. Però il gioco vale la candela. Forse siamo ancora in tempo per capire che è del mercato che abbiamo bisogno: non dei polli o dei voti, ma quello del talento e della capacità. Se un giornale chiude non è bello. Ma forse è l’occasione necessaria per riflettere meglio su quello che bisogna fare perché il mondo diventi più simile a come tanti lo vorrebbero: più aperto, complesso e plurale.
A cosa servono i consigli comunali on line?
Principalmente servono a far dire a sindaci e amministratori che le cose importanti sono altre. Naturalmente lo dicono in modo ironico, affettato, con quel sorrisino da uomini/donne vissuti che la sanno lunghissima. Il campionato di bealtrismo ogni anno registra molteplici vincitori, i quali in genere oltre a non muovere un dito sul versante digitale non fanno nemmeno molte delle altre cose ritenute più importanti. Solo un agente patogeno può costringerli a cambiare atteggiamento: un gruppo di cittadini perdigiorno, un blog senza speranze, un insano senso civico che si impossessa di qualche post-adolescente troppo idealista. Solo gente così – definita “inaffidabile” dal politico scaltro – potrebbe cavare qualcosa di buono dal buco nel quale si è rinchiusa la politica locale, animata da certi rulli compressori di entusiasmo.
Comunque, a scanso di equivoci, questo blog sta organizzando uno spuntino nel supramonte di Baunei: un bel bicchiere di vino, pane a fette e benealtrismo da spalmare. Unu murzu energetico prima di tuffarsi a Cala Goloritzé. Così, per chi non ha benaltro da fare.
A cosa serve un sito istituzionale con perenni lavori in corso?
Rispondere con una domanda non è mai educato. Ma tant’é: Perché il comune di Nuraminis è perennemente infognato nei lavori in corso del suo sito istituzionale? Misteri della fede vacillante dell’elettore. Un annetto fa il sito era stato presentato con tanto di squillo di trombe(tta). Nel frattempo tra diffide, interviste anonime rilasciate dal sindaco e mattanze di tonni moderati, il sito non è mai andato veramente a regime. Perché? Non si sa. A parte l’esilarante aggiornamento (una slideshow contenente due foto in homepage), a farci uscire letteralmente di testa sono le icone fine anni 90 in .gif con l’operaio che lavora per indicare “lavori in corso”.
Diteci che è uno scherzo di carnevale. Diteci che il Comune sta preparando un carro per la sfilata dove tutti si vestono da icone html. No perché se è così partecipiamo anche noi. Ci vestiamo da frecce.
I cantieri dei lavori per ‘sto benedetto sito di Nuraminis sembrano quelli per la Salerno-Reggio Calabria. Forse perché invece che un sito devono fare una piccola Matrix. Al povero cittadino che entra nel sito verrà chiesto: Pillola blu o pillola rossa? E vai con un viaggio de paura. Comunque, la confusione generata da buche, fossi e rallentamenti ci ha fatto perdere di vista l’archivio dei consigli comunali on line.
Sparito!
Ma guarda un po’.
[Fuoriusciti] La terra trema e io mi allarmo. Perché sono sarda e in Sardegna non si muove mai nulla
Vivere in Sardegna significa fare i conti con un’isola di problemi. Con la disoccupazione, il lavoro precario, la cassintegrazione e la crisi. Ma anche con gli amici, i concerti, la musica e le lotte. Tutto va come deve, o come non deve andare. E di una cosa ci si può vantare (e ci si vanta): in Sardegna non ci sono i terremoti! È una cosa che s’impara sin da piccoli. Perché, si dirà, con tutti i problemi che abbiamo, almeno per questo possiamo star tranquilli.
Pavia. Mentre scrivo, guardo la bottiglia d’acqua sul davanzale della finestra. L’ho messa lì apposta per vedere se l’acqua si muove. Se il terremoto la fa muovere, quando fa ballare il palazzo.
È un concetto strano quello del terremoto. Non nel senso sismologico del termine, ma nel senso umano, sensoriale. Senti la scrivania muoversi, vedi il lampadario ciondolare avanti e indietro e l’anta dell’armadio tremare, ma questo non ti dà la percezione che un palazzo di sei piani stia oscillando. Invece è così. E tu sei dentro, a quattro piani dall’uscita: devi essere razionale e agire. Non ti puoi agitare.
Poi la scossa termina. E ti accorgi che in quei pochi secondi, che in casi estremi avrebbero potuto salvarti, non hai fatto nulla. Sei rimasto fermo ad aspettare che finisse. Questo ti sconvolge perché ti mette davanti all’evidenza che quello che hai sempre sentito dire è l’assoluta verità: il terremoto non ti dà il tempo di fare quello che dovresti. Ti assale la consapevolezza e la paura che quando tornerà (e tornerà) probabilmente starai fermo ancora.
Il dopo è un susseguirsi di ricerche di notizie in rete, di telefonate e di scambi di battute sui vari social networks. Tutto serve a far tornare la tranquillità. A cullarsi nella certezza (altrui) che dove vivi non ci sono mai stati danni, che non c’è da allarmarsi. Ma io mi allarmo perché sono sarda, e da noi, non si muove mai nulla.
E il pensiero va prepotentemente a quelli che pur avendo perso tutto, vivono in zone ad alto rischio. Dove quando la terra trema, trema migliaia di volte più forte di oggi e di qui. Ti chiedi come facciano a non avere paura. Ad andare avanti. A non pensarci. Oggi, tra le altre cose, penso a loro, e li penso tanto.
[Dialoghi impossibili] Il popolo dei forconi sardo a caccia di identità

Nuovo calendario venatorio. Si potrà andare a caccia di identità. L'on. Artizzu esulta
B. E finalmente insorgiamo anche noi. Lo fanno i siciliani e noi no?
M. Ma scusa abbiamo appena fatto una mobilitazione popolare contro Paolo Villaggio, non ti basta?
B. Quello era solo l’inizio della nostra Rivoluzione. Da Briatore a Villaggio. Dopo la Sicilia dei forconi, la Sardegna dei pastori. Ti piace?
M. Non molto.
B. Perché sei scemo. Noi siamo il popolo della rete. Un paberile on line, siamo. Siamo il popolo di Facebook, e invaderemo la bidazzone virtuale occupata abusivamente dalle caste e dagli industriali del latte. Ecco. In Sicilia il movimento dei forconi, noi quello delle leppe. Ti praxit diasi?
M. Ma un simbolo un po’ meno …
B. Un po’ meno cosa? Questo è veramente sardo. Il simbolo della nostra identità economica, fondata sull’orgoglio (meda) e il contributo pubblico. E guarda che non è un luogo comune.
M. Ma scusa, perché a quello che chiude la bottega a causa della crisi lo Stato non gli dà nulla e ai pastori dovrebbe dargli un contributo?
B. Perché la pastorizia è più importante. E siamo sfruttati dagli imprenditori continentali e dai politici (tutti corrotti). La Sardegna è pastorale o non è. Capito mi hai?
M. No.
B. Eppoi lo sai l’altro motivo?
M. No.
B. Te lo dico allora. Noi ci abbiamo due coglioni così e se ci mettono in crisi questi politici, noi facciamo un casino e allora lo vedi come cambia tutto. Quello della bottega si sta zitto ed è da solo. E non conta nulla. Ma noi siamo in tanti e siamo veri sardi. E facciamo la rivolta dei forconi con un altro nome. Cumpresu?

Struggente e Indimenticabile. Prendeteveli in Sicilia
[Appuntamenti] Ananti de sa ziminera, cinque fine settimana per ascoltare, leggere, scrivere, raccontare, mangiare e bere libri
Il festival letterario diffuso Ananti de sa ziminera (Davanti al caminetto) è pronto a ripartire per l’edizione 2012. Quest’anno il festival, che si svolgerà tra il 20 gennaio e il 18 febbraio 2012 vedrà coinvolti cinque comuni dell’oristanese: Bauladu, Milis, Narbolia, Nurachi e Tramatza.
Ananti de sa ziminera, che si ispira alle storie narrate la sera, in casa, davanti al fuoco, si svolgerà durante cinque fine settimana, ognuno in uno dei comuni coinvolti, con diversi appuntamenti di letture, presentazioni, dibattiti.
Tra i nomi in programma quest’anno, giornalisti come Concita De Gregorio, artisti come Pinuccio Sciola, i Figli d’Arte Medas, scrittori sardi e non, tra i quali Michela Murgia, Flavio Soriga, Mariangela Sedda, Alessandro De Roma.
Il programma della sezione ragazzi prevede la presentazione di libri nelle scuole da parte degli autori Angela Ragusa, Mariella Marras, Paola Alcioni e Gianfranco Liori, e un concorso letterario per giovani scrittori di 9-11 anni, premiato con borse di studio.
Da quest’anno, ognuno dei paesi ospiterà anche un evento musicale, un “dopofestival d’autore”, con la partecipazione di cantanti e gruppi musicali che si esibiranno nei bar dei centri storici: Dainocova, i Lux, Bob Corn, Bianco e Comaneci.
Il Sistema Bibliotecario del Montiferru collabora all’iniziativa tramite l’organizzazione di un Corso di scrittura creativa in cinque lezioni, curato da Paolo Maccioni e aperto a partecipanti di tutti i tipi.
Infine il Concorso produttori Terre Shardana proporrà anche quest’anno degli aperitivi letterari a chilometri zero per accompagnare gli eventi.
Ananti de sa Ziminera si può seguire online tramite il sito www.anantidesaziminera.net, come evento sulla pagina Facebook “ANANTI DE SA ZIMINERA | Festival Letterario Diffuso”, dove si trova anche un programma completo degli eventi, e su Twitter @AdsZ_Festival.
[Software Libero] Comuni, enti locali e PA sono in grande ritardo.

Il software libero libera risorse, diritti e capitale umano. È un tema che ci appassiona da tempo: perché la rivoluzione dell’open data, dei formati aperti e dei software liberi può sensibilmente migliorare la vita di milioni di persone, rendere più efficiente ed economica la gestione, l’archiviazione e la migrazione dei flussi documentali.
La logica di un file chiuso (cioè consultabile solo col programma e la versione che l’ha prodotto, è il caso, ad esempio, di un .doc di Word) è tutta e unicamente commerciale. Se, per esempio, Gino ha Office 2011 e manda un file di excell a Peppinco che ha Office 2000, quest’ultimo per aprire e leggere correttamente il file sarà costretto a comprare la nuova versione del programma. Una versione costosa e, in genere, più pesante della vecchia, che per girare bene ha bisogno di un pc più potente.
La filosofia di Linux e dell’Open Source è un’altra. Tutti i programmi (e anche il sistema operativo) si possono scaricare liberamente e legalmente dalla rete in una versione, per così dire, standard. Se un privato, un’azienda o una pubblica amministrazione vogliono personalizzarlo e adattarlo a esigenze specifiche di produttività, possono farlo, perché i file sorgente di sistema operativo e software sono aperti e modificabili.
Ci sono numerose altre ragioni per le quali le PA si dovrebbero immediatamente dotare di software open source. Ce ne illustra alcune il video che segue: un minuto di chiarezza in un mondo che la dipendenza da Windows ha reso ai più incomprensibilmente costoso e criminogeno (crackare i programma è un reato penale!).
Letterina a Babbo Natale. Regali via Pec in mondovisione
Carissimo Babbissimo,
come da tradizione inventata, ti scriviamo la nostra lettera di Natale. Nel 2011 hai esaudito quasi tutti i nostri desideri, e dunque torniamo alla carica. Noi, nel frattempo, abbiamo fatto i bravi, anzi i bravissimi. E siccome vogliamo esagerare ed essere braverrimi, quest’anno ti chiediamo solo 5 cose invece che 10. È una promozione. Approfittane.

primo regalo.
Caro padre Natale riprenditi questo stramaledetto facebook. Torna indietro al tempo in cui Zuckerberg era adolescente e pidocchioso, portagli in regalo una donna bellissima, anzi esplosiva, tutta per lui e per i suoi maledetti 15 anni da smanettone.
secondo regalo.
Caro Red babbissimo fai in modo che il Comune di Nuraminis rimetta on line il video del consiglio comunale che ha tolto dal suo sito per imperscrutabili motivazioni celesti.
terzo regalo.
Mitico Babbone aiuta i sardi ad essere ancora più sardi. A diventare mega sardi al cubo. Aiutali a vivere immersi fino al collo nell’identità sarda, così da identificare, anzi no, identizzare tutte le strade, tutte le montagne, tutti i sospiri, tutti i mari e le coste, tutti i fiori, tutte le follie, tutte le spensieratezze che hanno. Caro babbo, istituisci d’imperio il “culto dell’identità sarda al cubo” e quello delle “radici a tutti i costi” e poi anche quello del “balente attraente” che in Sardegna ne abbiamo un bisogno spellato, cotto e mangiato.
quarto regalo.
Babbone bello, pensa pure per te una volta tanto: fai uno spot celestiale e in mondovisione, che illumini tutto il cielo per 24 ore, e ci convinca a spendere 5 minuti al giorno per difendere la terra dove siamo nati e cresciuti. Se non convinci il mondo intero di quanto sia grave lo scioglimento dei ghiacci polari, rischi di rimanere senza casa. Movirindi!
quinto regalo.
Ecco il regalo più importante, caro babbo dei babbi. Regalaci un anno di vita, pieno di scelte compiute, di decisioni prese, di impegni rispettati, di lavori ritrovati e di passioni mai perse. Regalaci un anno di sorrisi e di discussioni, un anno di strette di mano e di bisticci liberanti. Regalaci un anno pieno di incontri e di viaggi, di lotte e di battaglie, vinte o perse, ma combattute. Regalaci un anno senza giudicare, un anno senza violenza, senza censure, un anno diverso dal 2011.
AGGIORNAMENTO
È stato bello svegliarsi stamane 25 dicembre e ritrovare il video del consiglio comunale di Nuraminis dello scorso 29 novembre 2011 di nuovo on line, all’indirizzo dal quale era misteriosamente scomparso qualche giorno fa.
È la prova che Babbo Natale esiste.
[Appuntamenti] Il lupo e il cielo spinato. La favola nera di Esther H. con/di Francesca Falchi

Esther H. Etty Hillesum muore ad Auschwitz. Etty nasce il 14 gennaio del 1914 a Middleburg in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebrea. Prima della sua morte, Etty riempie otto quaderni con la sua scrittura minuta e quasi indecifrabile. Pagine che raccontano due anni di vita (1941-42) di una ventisettenne, due anni nei quali gli ebrei olandesi fanno i conti con la persecuzione razziale nazista.
I diari di Etty, più che un racconto sull’Olocausto, sono la narrazione dei turbamenti personali dell’autrice, della sua crescita spirituale, delle sue amicizie, dei suoi amori. L’olocausto è presente, ma non si impone mai. Resta come sullo sfondo, incombente e terribile.
Francesca Falchi (Cagliari, 1970), scrittrice, drammaturga e attrice, ha fatto tesoro dei diari di Etty Hillesum, provando a dare corpo e parole al flusso di coscienza che ne ha preceduto la stesura.
Il risultato di questo lavoro – durato due anni – è Il lupo e il cielo spinato. La favola nera di Esther H. uno spettacolo nel quale Etty, in prima persona, racconta le stupefacenti contraddizioni che ne hanno segnato la vita e le terribili crudeltà che ne causeranno la scomparsa.
La Falchi trasforma un diario sconosciuto al grande pubblico, da “codice cifrato segreto dell’anima” in immagine evidente e palpabile, dotata di straordinaria potenza evocativa. L’esperienza intima e personale di una ragazza qualunque acquista i connotati della grande storia sociale, senza mai perdere la sua dimensione umana, fatta di carne e desiderio e di una fragilità che sa essere talvolta urticante, talaltra commovente.
Il prossimo martedì 20 dicembre 2011 ore 21.00 presso La Casa delle Storie in Via Ponchielli 39 a Cagliari, Francesca Falchi riproporrà Il lupo e il cielo spinato. L’occasione, per coloro che ancora non avessero visto lo spettacolo, è di quelle da non perdere.
Per info + prenotazioni: 380 3634780
Il lupo e il cielo spinato non è uno spettacolo sulla deportazione. Non è uno spettacolo sul nazismo. Non è uno spettacolo sull’assenza. E’ uno spettacolo sulla presenza. La presenza forte luminosa imprescindibile di un giovane donna che ha raccontato la sua vita senza paura della sua morte. Etty testimonia la vita in ogni sua parola pensiero azione. Una vita che dal piano materiale si è spinta a quello eterico. Privilegiando lo spirito ma senza mortificare la carne. Etty ama. Etty divora. Etty gusta. La vita. Le persone. Il bene. Il male Etty non condanna. Etty non giudica. Etty apprende. Etty comprende. Tutto in sé. In quella creatura fragile e forte insieme che è che continua ad essere Questo spettacolo nonostante tutto ha un lieto fine. Perché Etty è viva. Dentro e fuori di noi.[Lungo i bordi] Selargius. I vigili decidono chi puoi ospitare a casa tua.

Non capita tutti i giorni di vedersi piombare in casa nove persone (tra vigili urbani e funzionari del comune di Selargius) che intimano agli ospiti di andarsene immediatamente. È quanto accaduto ad Antonello Pabis, presidente dell’associazione sarda contro l’emarginazione (ASCE) e alla famiglia rom, composta da due anziani genitori e i loro tre figli, di cui uno padre di due bambine, rispettivamente di 13 mesi e 5 giorni, che viveva nella sua proprietà, a Selargius appunto. È lo stesso Pabis a raccontare come sono andati i fatti.
Lei ospitava all’interno della sua proprietà la famiglia Sulejmanovic da circa un anno: cos’è avvenuto il 3 novembre scorso?
Verso le 9:30 un gruppo di nove persone (sette vigili urbani e due funzionari comunali) sono entrati nella mia proprietà superando un cancello in quel momento aperto e, rivolti ai Rom presenti ed ai quali avevo affidato la custodia del luogo, hanno ordinato lo sgombero delle persone e delle cose. Sebbene la madre delle due piccole avesse ancora i punti di sutura dell’ultimo parto cesareo, il comandante dei vigili ha insistito affinché fosse immediatamente abbattuta una baracchina realizzata per difendere la neonata dal freddo invernale. Nemmeno l’arrivo di suo marito e del giovane cognato, e l’intervento di due volontarie dell’Asce, ha smosso il comandante dei vigili dal suo atteggiamento.
Io stesso li ho invitati ad allontanarsi perché violavano le corrette procedure di legge e la mia proprietà, ma ho dovuto aspettare alcune ore prima che decidessero di andarsene.
Si è trattato di un’operazione dalle modalità inusuali da parte dei vigili urbani: sono intervenuti senza mandato e non è stato fatto un verbale del loro intervento; per quale motivo, secondo lei?
Più che inusuale, direi assurdo e fuorilegge, estraneo alle corrette procedure indicate dalle norme giuridiche. Mi chiedo anch’io il perché! Forse per scarso senso del diritto e ignoranza sulla legittimità degli atti che stavano compiendo? Forse per prepotenza, arroganza e presunzione di essere al di sopra della legge? Forse perché le pressioni delle autorità comunali sono apparse più difficili da respingere rispetto alle proteste dei Rom? In questo caso sarebbe stato più logico e doveroso chiedere al sindaco che firmasse un’ordinanza, ma è probabile che il sindaco sapesse che nemmeno un’ordinanza avrebbe potuto prevedere lo sgombero immediato…
Ha parlato di “pressioni” nei confronti dei Sulejmanovic: sono accaduti altri episodi in passato?
Sì, ci sono stati inviti pressanti, con ripetute visite dei vigili urbani, affinché mi liberassi dei miei ospiti. Ho persino parlato col sindaco per pochi minuti e anche lui affermava (senza mettere per iscritto…) che i Rom dovevano andar via. Al sindaco proposi, a parole e per iscritto, di convocarmi per trattare civilmente la questione, nei termini della legge e del buon senso. Non ho mai ricevuto risposta e, di conseguenza, non sono mai stato convocato”.
Lei ha sporto querela contro i vigili urbani e due funzionari del comune, e inviato una segnalazione ad Amnesty International: a più di un mese di distanza cos’è avvenuto a riguardo?
Più precisamente ho querelato il comandante, 3 vigili e un funzionario. Gli altri sono usciti dalla mia proprietà appena l’ho chiesto. Per ora tutto tace. Amnesty International terrà conto della nota nella illustrazione della condizione dei Rom in Italia”.
Una donna della famiglia necessitava di cure mediche al momento del tentato sgombero poiché aveva partorito da pochi giorni: come sta adesso? Dove si trova in questo momento la famiglia?
La donna sta bene e la famiglia si trova all’interno della mia proprietà e il fatto che siano ancora tutti lì, nonostante il dimostrato desiderio di mandarli via, mi sembra la migliore riprova che abbiano tutti i diritti di starci, almeno per ora. Questa storia mi riempie di tristezza, i Rom sono miei ospiti e al Comune non ho mai chiesto nulla; al contrario mi sono occupato di questioni che meglio potremmo affrontare se ce ne occupassimo come collettività, con le nostre civili istituzioni. Se ci fossero cento persone disposte ad ospitare una famiglia nella loro proprietà, se ci fossero cento persone disposte ad affiancare una famiglia rom e a supportarla nel difficile ma possibile e necessario processo di inserimento sociale, potremmo anche fare a meno del Comune. Un’attenzione particolare dovrebbe essere riservata ai bambini, ma dovremmo anche considerare che gli adulti non sono altro che i bambini di ieri, ai quali evidentemente sono stati negati diritti e opportunità.
Ovviamente non mi riferisco ai tantissimi Rom che hanno una vita rispettabilissima, esemplare anche per i gagè (così ci chiamano). Penso, ad esempio, al mio caro amico Fadil, che ogni mattina accompagna sua figlia alle scuole superiori, dove frequenta il terzo anno. Più di una volta Fadil mi ha detto che è prontissimo a sostenere sua figlia anche negli studi universitari, se deciderà di intraprenderli”.
Cosa si può dire riguardo l’assistenza o l’assistenzialismo?
Sono due cose diverse. Io sono nettamente contrario all’assistenzialismo, non è vera assistenza, non è quello che serve, non ti aiuta a crescere e risolve il problema solo momentaneamente. Voglio invece gridare forte che le persone svantaggiate, private ieri di diritti e opportunità, hanno maturato il diritto ad essere assistiti per recuperare, per quanto possibile, migliori condizioni di vita. La questione Rom è la cartina di tornasole della nostra civiltà: chi comprende o si appresta a comprendere, senza pregiudizio e con onestà intellettuale, la questione Rom ha migliori possibilità di capire la triste condizione di quanti vivono una vita di abbandono e di emarginazione o di difficoltà soprattutto nei quartieri poveri e degradati delle città. Al contrario, chi non ha sensibilità verso la condizione zingara, non ce l’ha o ce l’ha molto scarsa anche verso la condizione degli altri, tanti, troppi ultimi delle nostre comunità”.
[Medio Campidano] La maggioranza fa copia-incolla. E ridimensiona l’anagrafe pubblica degli eletti.
La trasparenza fa ballare il palazzo della politica. Non c’è scampo: ai massimi livelli istituzionali così come in una piccola provincia, il sistema dei partiti è così stupendamente radicato da essere considerato dai più come fatalmente inevitabile.
Se si ha l’ardire di provare a manometterlo o, peggio, renderlo osservabile dall’esterno, le resistenze si manifestano puntuali come una tassa.
Se n’è accorto Andrea Mura, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, il quale, dando corpo all’iniziativa promossa in campo nazionale dai Radicali e nota come “anagrafe pubblica degli eletti“, ha proposto al consiglio un regolamento che avrebbe permesso alla cittadinanza di conoscere nel dettaglio i costi, gli incarichi esterni, le trasferte ecc. di consiglieri e assessori provinciali.
Avrebbe. Perché la maggioranza guidata dal Partito Democratico ha cassato il testo di Mura contro-proponendone un altro, nato da un esilarante copia-incolla (e da un serissimo ridimensionamento). La stampa locale ha dato ampio risalto alla vicenda, mettendo però l’accento non tanto sull’oggetto del contendere, quanto sulla spaccatura della maggioranza. Abbiamo cercato di capire meglio cosa sia successo, sentendo il protagonista di tutta la faccenda.
Naturalmente, come sempre, chi volesse replicare ai contenuti dell’intervista è il benvenuto.
Buona visione.
Documenti
La mozione a prima firma Mura sul sito della Provincia del Medio Campidano
La mozione copia-incollata dalla maggioranza.
La nota stampa della maggioranza contro Mura
Delibera consiliare del 24/10/2011
Rassegna Stampa
L’Unione Sarda. Il Consiglio boccia i taglia
La Nuova Sardegna. Tagli indennità. Scoppia la bagarre in consiglio provinciale
Sardegna 24. Il centro-sinistra si spacca sulla trasparenza.














